Le sanzioni USA e UE contro la Repubblica Islamica dell’Iran

L’8 maggio 2018, il presidente Usa Donald J. Trump ha annunciato che Washington si sarebbe ritirata unilateralmente dal trattato JCPOA del luglio 2015.
Il trattato del P5+1 aveva definito una forte limitazione della produzione di materiale fissile da parte di Teheran, in cambio di un parziale ritiro delle sanzioni commerciali, e non solo nel settore petrolifero.
Il 5 novembre 2018, gli Usa hanno poi reimposto una vasta serie di sanzioni nei confronti dell’Iran, con l’evidente e immediato effetto di spingere il prezzo del Brent al barile fino a 73,17 Usd.
Ricordiamo che il Brent Crude è uno dei tre benchmark del prezzo del petrolio, che deriva dai criteri di scambio degli idrocarburi estratti nel Mare del Nord, nel quale si trovano altre tipologie come il Forties, l’Osemberg e l’Ekofisk, definite con il nome generico di BFOE.
E’, il Brent, il petrolio più facile da raffinare e anche da trasportare ed è, quindi, la tipologia più commercializzata.
Gli altri benchmark, è utile saperlo, sono il WTI (West Texas Intermediate) e il Dubai-Oman. Ma ce ne sono anche altre, meno diffuse e commercializzate.
Il criterio delle sanzioni Usa, mai così dure contro Teheran, è quindi eminentemente politico.
E ciò accade malgrado che la IAEA (International Atomic Energy) l’agenzia dell’ONU a Vienna che controlla la corretta applicazione del JCPOA, dal quale gli Usa si sono unilateralmente allontanati, dica che l’Iran non ha infranto, prima dell’uscita di Washington, le norme dell’accordo del 2015 sulla estrazione/produzione dell’uranio arricchito e del plutonio.
Ovvero, si vuole arrivare, da parte di Washington, ad una crisi economica di tale intensità che il popolo iraniano stesso non possa non rivoltarsi contro il regime sciita per rovesciarlo definitivamente.
Una “primavera araba”, quindi, in un paese peraltro non arabo, ma innescata non dai jihadisti di ritorno, come nella Cirenaica verso la Libia di Gheddafi, ma da una crisi economica fortissima.
E se la crisi delle vendite di petrolio innescasse un nuovo meccanismo produttivo in Iran? E se la geopolitica energetica dell’Asia Centrale non fosse così prona ai voleri di Washington?
L’Iran, come certifica il Fondo Monetario Internazionale, è poi andato in recessione, proprio a causa delle rinnovate sanzioni Usa.
Si crede forse che il popolo iraniano, nell’epoca di internet, non lo sappia?
Vaste programme, quello della “primavera araba” indotta dalla crisi economica, come le altre, che sono andate tutte malissimo. Gli effetti politici di una forte recessione, lo hanno dimostrato la Germania degli anni ’30, gli Usa dopo il 1929, l’Italia dopo l’Euro, l’Argentina dopo Cavallo e tanti altri Paesi dollarizzati e poi abbandonati, non sono mai prevedibili.
Trump e la sua classe dirigente hanno detto di “voler ridurre le esportazioni di petrolio iraniane a zero”.
Bene, ma come? Impedendo, per gli Usa, alla Cina, alla Russia e all’India di comprare il barile iraniano, proprio ora che stanno iniziando a Pechino i contratti petroliferi in renmimbi? Alcuni dei quali proprio con l’Iran?
E se, come è spesso accaduto nella storia, anche recente, il popolo si unisce ancor di più all’ élite politica iraniana?
Potrebbe accadere anche questo, visto che proprio le sanzioni permettono al regime sciita duodecimano di divenire l’unico, di fatto, distributore di prebende, reddito, sostegno per tutte le masse iraniane.
Solo con la tolleranza per l’economia ombra e parallela, che già oggi brulica in Iran, il regime sciita può mantenersi al potere senza molti problemi.
Ma c’è di più: il progetto del regime iraniano sciita potrebbe essere quello di ampliare la già forte divisione tra Europa e Stati Uniti, per poi utilizzare l’UE per evitare del tutto le sanzioni statunitensi.
Francia, Germania, Gran Bretagna hanno recentemente registrato uno Special Purpose Vehicle per evitare le sanzioni di Washington.
Come funziona questo SPV? Esso è, in sostanza, una società specializzata in una operazione di securization, ovvero di cartolarizzazione.
L’SPV si rende cessionario di gruppi di titoli omogenei da destinare al servizio di ciò che esso stesso emette per finanziare l’operazione stessa.
L’INSTEX, INstrument in Support of Trade EXchanges, opera concretamente per fornire servizi che favoriscano il commercio tra UE e Iran.
Non è una banca, ma coordina tutti i pagamenti UE verso l’Iran, visto che gli esportatori di Teheran vogliono e comprano Euro per commerciare, ovviamente, con la UE, ma le banche europee sono molto esitanti ad accettare fondi in Euro originatisi in Iran.
Dato che le sanzioni Usa colpiscono chiunque commerci con Teheran, le banche UE hanno infatti paura di essere escluse totalmente dal mercato nordamericano, come avverrebbe di fatto, secondo le norme emanate recentemente da Trump.
Gli stati europei, certamente, sempre così timorosi con gli Usa, anche quando non servirebbe, non mettono in piedi una società del genere per nulla.
E in effetti, nei primi mesi del 2017, le esportazioni di cibo europee verso l’Iran valevano 298 milioni di Euro, mentre le importazioni UE dall’Iran, per beni similari, totalizzavano 292 milioni.
Per le medicine, l’export UE era di 951 milioni e l’import di poco minore.
Insomma, l’INSTEX dovrebbe funzionare bene, anche se per piccole cifre. Ma opererà, soprattutto, come maschera dei contratti UE con l’Iran e fornitore, dopo la produzione di contratti derivati, di Euro per gli iraniani.
Basterà? Non lo crediamo.
Ma ritorniamo al petrolio.
Con le nuove normative sanzioniste Usa, gli Stati Uniti hanno accettato, con un rinnovo semestrale da trattare ad ogni scadenza, che solo sei Paesi comprino ancora petrolio e derivati degli idrocarburi dall’Iran.
Si tratta di Cina, Giappone, Corea del Sud, Taiwan, India, Turchia, Grecia e Italia.
L’Italia, bambino diligente e con qualche necessità di finanziamenti Usa e sostegno politico, per evitare di essere rimandato a settembre, ha già annullato gli acquisti presso l’Iran.
L’Iraq ha poi ricevuto uno specifico lasso di tempo di 90 giorni, dal marzo 2019, per continuare a comprare energia dall’Iran, vista la stabile crisi elettrica e energetica di quel Paese.
Nel 2017, lo ricordiamo, le sei economie citate supra hanno ricevuto oltre il 75% dell’export iraniano di petrolio e condensati di quello stesso anno; ma dopo le seconde sanzioni Usa solo tre paesi hanno continuato a comprare molto petrolio da Teheran: Turchia, Cina e India.
In questo modo, la produzione di petrolio iraniana è crollata dai 3,8 milioni di barili/giorno nel maggio 2018 ai 2,7 milioni di barili/giorno nel dicembre di quello stesso anno.
Vedremo i dati attuali, che hanno un forte significato geopolitico.
A chi giova? Probabilmente solo ai russi.
E, con ogni probabilità, la crescita dell’export di idrocarburi chiesta all’OPEC da Trump sarà accettata, sia dall’Arabia Saudita, che ha sempre bisogno di vendere sia, soprattutto, dalla Federazione Russa, che segue le oscillazioni dell’OPEC saudita e che, anch’essa, ha bisogno di incassare rapidamente liquidità fresca.
I giapponesi sono comunque contenti del ritmo di importazioni petrolifere da Mosca.
La Cina ha, poi, tutti i motivi per aspettarsi un aumento delle importazioni di gas naturale russo via la pipeline denominata “Potere della Siberia”.
Non si esclude ancora la possibilità di una ulteriore pipeline che porti il gas russo dal Nord, attraverso la Corea del Nord, verso quella del Sud.
Altra tessera del puzzle iraniano, visti gli ottimi rapporti, anche militari, tra Pyongyang e Teheran.
Per quel che riguarda gli assets bancari congelati dalle attuali sanzioni Usa, si tratta soprattutto di 1,9 miliardi di Usd appartenenti negli States alla Banca Centrale dell’Iran, poi altri 50 milioni di Usd che sono di stretta proprietà diplomatica; poi ancora vi sono, congelati in Usa, i proventi della Assa Company, di diritto britannico, che controlla gli interessi della Bank Melli a New York, con molti immobili di proprietà in vari Stati Usa, poi, ancora, ci sono i fondi per compensare le vittime del terrorismo iraniano, un asset da 46 miliardi.
Sempre in Usa, dopo la seconda e attuale sequenza di sanzioni, vi sono 38 entità, che si occupano soprattutto di idrocarburi; e che vanno ufficialmente sotto il nome collettivo di Execution of Imam Khomeini Order, EIKO.
Ma c’è ancora in atto la “linea” dei Guardiani della Rivoluzione iraniana che, peraltro, dominano gran parte dell’economia di Teheran.
La linea dei pasdaran è, lo ripetiamo, quella di ampliare il solco economico e politico tra UE e Usa.
Tra poco, infatti, il governo iraniano annuncerà che esso ha concesso ai Guardiani della Rivoluzione ben cinque delle sette, ancora oggi non rivelate ufficialmente, aree di esplorazione petrolifera.
Una di queste aree sarà una notevole porzione del grande sito petrolifero di Yadavaran.
La Cina, con Sinopec, ha già cessato l’esplorazione di Yadavaran, perché Pechino vuole che l’Iran paghi tutte le multe che possano comunque essere comminate dagli Usa per l’eventuale rottura delle sanzioni.
E’ ovvio che i fondi che arriveranno dallo sfruttamento della nuova sezione di Yadavaran potranno essere utilizzati, dai Pasdaran, per finanziare gli Hezb’ollah e tutte le altre attività di guerriglia sciita in Medio Oriente e nel resto del mondo.
I Pasdaran, ricordiamolo, hanno il controllo di ben 27 società petrolifere iraniane, e la rete dei Guardiani della Rivoluzione controlla inoltre ben 200 società di Teheran, che hanno diversi e molteplici obiettivi.
L’idea del “veicolo” europeo, al quale abbiamo supra accennato, sarà lo strumento principale dell’operazione dei Pasdaran sul petrolio e il gas naturale.
Essi accumuleranno, in ogni modo, euro nelle casse degli importatori EU per arrivare ad un livello di moneta UE da ricevere nello scambio bilaterale tale da stimolare l’economia, anche petrolifera, dell’Iran.
Dalla sostituzione delle importazioni alla sostituzione della moneta di scambio. Ecco il progetto dei Guardiani.
L’UE, comunque, ha sempre affermato che l’Iran non ha mai infranto i termini dell’accordo JCPOA, e ciò che è, peraltro, la stessa linea interpretativa della CIA.
Il sistema di scambi triangolari è già stato organizzato, comunque.
Gli Usa hanno promesso alla Germania, il leader de facto della UE che, se gli europei accetteranno le sanzioni Usa sul petrolio iraniano, Washington non sanzionerà mai, di converso, il gas naturale di Teheran, che è peraltro il vero obiettivo commerciale della UE.
Se, quindi, aumenterà l’interscambio gas and petchem tra l’Iran e la UE, diminuirà in proporzione la probabilità di un attacco militare degli Usa contro la repubblica islamica; a meno che gli Usa non chiudano materialmente la linea strategica del commercio di idrocarburi iraniano, lo stretto di Hormuz.
Altrimenti, ci sarebbe, per Teheran, la via di uscita delle vendite standard alla Russia, con un 50 miliardi di Usd di pagamento annuale, sempre da parte di Mosca, per avere la preferenza su tutto il settore oil&gas dell’Iran, aumentare anche la collaborazione militare, e infine realizzare il controllo de facto di Mosca su tutta la produzione di idrocarburi dell’Iran.
Ma le esportazioni iraniane continuano, comunque, a salire.
In marzo, l’export dei petroli iraniani è arrivato a 1,7 milioni di barili/giorno, con un aumento del 70% rispetto ai tre mesi precedenti.
Il picco è stato nell’aprile 2019, quando siamo arrivati a 2,8 milioni di barili/giorno, con una media di 2,4 milioni di bpg al mese nei tre mesi precedenti.
Uno dei principali motivi di questo picco del petrolio di Teheran è il fabbisogno cinese, un petrolio che oggi Pechino può acquistare con lo sconto, grazie proprio alle sanzioni Usa.
La Cina ha il permesso, con le seconde sanzioni Usa, di acquistare 360.000 bpg.
Continuerà a comprare, ovviamente, quel che gli serve anche dopo la piena efficacia delle sanzioni Usa.
Ma, come affermano i Servizi sauditi, comunque vada la riduzione delle vendite petrolifere iraniane dovrebbe essere, alla fine del sistema sanzionistico, del 40% su petrolio e i condensati.
Il che è un limite di galleggiamento minimo, ma stabile, per il regime sciita iraniano.
Ma questo non modificherà sostanzialmente i rapporti tra il governo sciita e i grandi importatori di crude, che potranno comunque modificare, deviare, silenziare le nuove sanzioni statunitensi.