Le truffe assicurative: un danno per tutta la collettività. Analisi, esperienze sul campo e proposte di riforma

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“Contrasto alle frodi assicurative, tra prevenzione e repressione a tutela degli assicurati e per il buon funzionamento del sistema risarcitorio”: è il tema dell’incontro che si svolgerà venerdì 30 maggio nell’Auditorium della Scuola di perfezionamento per le forze di polizia in piazza Priscilla 6 a Roma. Partecipano Maurizio Vallone, dirigente generale di Pubblica sicurezza, direttore della Scuola di perfezionamento per le forze di polizia; Emanuele Prisco, sottosegretario del ministero Degli Interni; r. Giovanni Cannavò, presidente della Scietà scientifica Melchiorre Gioia. Previsti gli interventi di Umberto Guidoni, co-direttore generale Ania e e segretario generale della Fondazione Ania; Antonio Rosario De Pascalis, direttore centrale Ivass, capo servizio studi e gestione dati; Roberto Trementozzi, head of claims at Crédit Agricole Assicurazioni – Bpm Assicurazioni – Vera Assicurazioni; Valter Pavia, responsabile Aree speciali sinistri – Unipol Assicurazioni spa; Vittorio Fineschi, ordinario dDi Medicina Legale, Università La Sapienza Roma; Giovanni Pascone, dirigente responsabile servizio Servizio card e antifrode – Ania; Riccardo Vizzino, avvocato, responsabile nazionale di Civicrazia contro le truffe; Marco Rossetti magistrato, consigliere III sezione civile corte di Cassazione; Antonio Balsamo, sostituto procuratore generale della Corte di Cassazione.

Il fenomeno, i profili processuali, le criticità: proposte operative e legislative

di Riccardo Vizzino

ABSTRACT
La presente relazione affronta in modo sistemico e critico il fenomeno delle truffe assicurative in Italia, analizzando sia i profili processuali civili che penali. Attraverso l’esperienza diretta dell’autore nel settore antifrode vengono evidenziate le principali criticità che alimentano le frodi: lentezze procedurali, carenze nei controlli, superficialità nell’analisi delle prove e nella gestione delle certificazioni mediche, proliferazione di strutture diagnostiche irregolari, ruolo ambiguo dei CTU e presenza di falsi avvocati. L’analisi si sofferma inoltre sull’impatto sociale ed economico delle frodi, con particolare attenzione alla realtà campana, e sulle difficoltà della repressione penale legate alla competenza territoriale. In conclusione, vengono formulate proposte operative e legislative orientate a una risposta integrata e responsabile tra operatori giudiziari, amministrazioni, professionisti e compagnie assicurative, con l’obiettivo di garantire una tutela effettiva dei cittadini e di ripristinare la fiducia nel sistema giustizia.

INDICE

  1. Premessa: Emergenza sistemica, crisi della giustizia e responsabilità – Uno sguardo dall’interno
  2. L’inefficienza della giustizia come terreno fertile per le frodi
  3.  Il nodo della documentazione medica e delle strutture diagnostiche irregolari

3.1. Criticità della documentazione medica

3.2. Strutture diagnostiche irregolari (ex “centri fantasma”)

3.3. Responsabilità di giudici e CTU

3.4. Buone prassi e proposte

  1. CTU in agguato: albi obsoleti, superficialità e conflitti d’interesse
  2. Il fenomeno degli “avvocati illegali” nel contenzioso assicurativo
  3. I vizi dell’istruttoria. Modalità di raccolta della prova e derive del processo
  4. Sicurezza, disorganizzazione e mala-giustizia negli uffici giudiziari
  5. Dati, impatto sociale e costi delle truffe assicurative: dal quadro nazionale al caso Campania
  6. Le criticità del processo penale: la questione della competenza e la repressione delle frodi assicurative
  7. Conclusioni: responsabilità diffusa e necessità di una risposta sistemica

 

  • PREMESSA: EMERGENZA SISTEMICA, CRISI DELLA GIUSTIZIA E RESPONSABILITÀ – UNO SGUARDO DALL’INTERNO

Il presente contributo nasce dalla mia esperienza diretta avvocato che da anni opera nel settore delle antifrodi assicurative, a stretto contatto con le dinamiche processuali e con le principali criticità che affliggono il sistema giustizia italiano. Nel corso della mia attività, ho avuto modo di constatare come le truffe assicurative rappresentino non solo una piaga economica, ma anche e soprattutto un sintomo grave e allarmante della crisi strutturale che attraversa la giustizia civile e penale nel nostro Paese.

L’osservazione quotidiana delle aule di tribunale e degli uffici giudiziari restituisce un quadro fatto di disfunzioni diffuse: lentezza esasperante dei procedimenti, incompetenza o superficialità nell’approccio ai casi, opacità nella gestione delle prove e, soprattutto, una cronica assenza di controlli efficaci. Queste patologie processuali hanno reso il sistema vulnerabile alle frodi, generando danni incalcolabili per gli assicurati onesti, per le compagnie che operano con correttezza e per tutti quei cittadini che confidano in una tutela effettiva dei propri diritti.

Nel mio lavoro, mi sono spesso trovato a operare in un contesto di giustizia precaria o, in alcuni casi, superficialmente amministrata: prassi distorte sono tollerate o addirittura consolidate, mentre la mancanza di vigilanza da parte di presidenti di tribunale, ordini professionali, ASL, enti previdenziali e amministrativi, unita all’inerzia di agenzie fiscali e delle forze di polizia economico-finanziaria, ha consentito il radicarsi di comportamenti che paralizzano la giustizia e, nei fatti, premiano la frode.

Questa fotografia, maturata sul campo e arricchita dal confronto quotidiano con operatori del diritto e del settore assicurativo, mi fa ritenere urgente la necessità di una riflessione condivisa e di una riforma profonda. Solo attraverso una piena assunzione di responsabilità da parte di tutti gli attori coinvolti sarà possibile restituire credibilità, efficienza e giustizia a un sistema oggi fortemente compromesso.

  1. L’INEFFICIENZA DELLA GIUSTIZIA COME TERRENO FERTILE PER LE FRODI

L’Italia è tra i paesi con la giustizia più lenta e disorganizzata d’Europa: i tempi interminabili, l’assenza di controlli strutturali e la stratificazione di riforme formali hanno eroso la fiducia di cittadini e operatori. Le inchieste penali, soprattutto nel Mezzogiorno, mostrano come la complicità di professionisti – e in alcuni casi di operatori pubblici – abbia reso possibili vere e proprie “industrie” della truffa assicurativa.

La digitalizzazione, introdotta senza regole, ha ulteriormente indebolito il controllo sulla formazione della prova, favorendo il deposito di atti e testimonianze fuori udienza e senza contraddittorio.

  1. IL NODO DELLA DOCUMENTAZIONE MEDICA E DEI “CENTRI FANTASMA”

3.1 Criticità della documentazione medica

Il cuore delle truffe nei sinistri con lesioni personali risiede nella produzione di certificazioni mediche false, gonfiate o rilasciate da centri sanitari abusivi (“centri fantasma”), che operano spesso in assoluta assenza di controlli. La gravità di questo fenomeno non può essere sottovalutata: la falsificazione della documentazione medica è la leva principale per ottenere risarcimenti indebiti, e si accompagna quasi sempre a pratiche fraudolente, evasione fiscale e, talvolta, a complicità colposa o dolosa degli operatori della giustizia.

Elementi di criticità

-Proliferazione di referti standardizzati: Vengono prodotti certificati con prognosi oltre i 40 giorni (ciò attiva la procedibilità penale), diagnosi seriali senza riscontri clinici oggettivi e senza alcuna personalizzazione del caso.

-Frequente presenza nei fascicoli di referti di Pronto Soccorso redatti a mano, incompleti, con sospette correzioni, privi di dati essenziali del danneggiato, della diagnosi, della terapia adottata e, talvolta, addirittura riferibili a soggetti diversi dal paziente. In altri casi, si riscontrano certificazioni relative a patologie inesistenti, pregresse, o comunque prive di obiettività clinica. È fondamentale ricordare che il certificato medico costituisce un atto scritto che attesta la verità di fatti di natura tecnica di competenza del sanitario, e che lo stesso deve essere il risultato di un accertamento diretto e personale. Il certificato deve essere formato a mano o con mezzi indelebili, indicare autore, generalità, qualifica, destinatario, data, luogo e contenere obiettività, diagnosi e terapia. Il requisito essenziale è la veridicità: in mancanza di questi elementi, il certificato è privo di attendibilità e integra una fattispecie di falso ideologico. La falsità ideologica nelle certificazioni sanitarie è espressamente prevista e punita dall’art. 481 c.p. (“Falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico”), mentre il medico in qualità di pubblico ufficiale può rispondere anche del reato di cui all’art. 480 c.p. (“Falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in certificati”). Si tratta di ipotesi gravi, che prevedono la reclusione fino a 3 anni o la multa. In definitiva, il medico certificatore è tenuto civilmente e penalmente a rispondere delle proprie attestazioni, anche sotto il profilo deontologico: l’art. 1 del Codice di Deontologia Medica impone infatti l’osservanza rigorosa dei principi di verità, completezza e trasparenza nell’esercizio della professione. Nei casi di truffe assicurative, la produzione di certificati privi dei dati essenziali del danneggiato, o che presentano elementi di falso ideologico, rappresenta non solo un vulnus per la verità processuale, ma anche un rischio di responsabilità a più livelli per tutti i soggetti coinvolti nel rilascio e nell’utilizzo di tali documenti.

-Mancanza di fatturazione: Tali certificati sono quasi sempre privi di qualsiasi riscontro fiscale: nessuna ricevuta, nessuna traccia nel circuito tributario, facilitando l’occultamento del giro illecito di affari e impedendo i dovuti controlli incrociati da parte dell’Agenzia delle Entrate e della Guardia di Finanza.

-Omissione sistematica di referto: I medici del SSN, pur essendo obbligati dall’art. 590-bis c.p. a segnalare lesioni gravi alle autorità, spesso omettono la trasmissione di referti, integrando così un reato che resta quasi sempre impunito.

Questa situazione è aggravata dal fatto che taluni giudici e CTU, pur trovandosi di fronte a certificati manifestamente falsi, gonfiati, seriali o provenienti da centri mai autorizzati, spesso non adottano alcun provvedimento, limitandosi a inserire tali certificati nel fascicolo processuale senza svolgere alcun controllo di veridicità, autenticità e provenienza.

3.2 . Strutture diagnostiche irregolari (“centri fantasma”)

Come già accennato, uno degli aspetti più insidiosi nel contesto delle frodi assicurative è rappresentato dalla proliferazione di strutture diagnostiche che operano in assenza delle necessarie autorizzazioni amministrative e sanitarie. Tali strutture si occupano, nella prassi, di produrre referti e certificazioni mediche relative a presunte lesioni o fratture, spesso non riscontrabili o addirittura inesistenti, talvolta aggravate artificiosamente e non supportate dall’intervento di medici specialisti nelle discipline richieste. I documenti prodotti risultano verosimili, ma sono privi di reale attendibilità clinica e non accompagnati da alcun riscontro fiscale.

Una criticità ulteriore è data dal fatto che tali referti vengono frequentemente accettati senza alcun filtro all’interno dei procedimenti giudiziari: tanto i giudici quanto i consulenti tecnici d’ufficio, pur avendo il potere-dovere di verificare l’autenticità e la provenienza delle certificazioni, spesso si limitano a inserirle nel fascicolo processuale senza svolgere alcun controllo sostanziale. Non vengono richieste le fatture, non si verifica la presenza di autorizzazioni amministrative o la specializzazione del personale che sottoscrive i referti, e non si sollecitano accertamenti circa la reale sottoposizione a visita dei soggetti coinvolti.

L’ atteggiamento di tolleranza, se non di vera e propria indifferenza, favorisce il radicarsi di organizzazioni dedite alla produzione seriale di documentazione falsa, con conseguenze dannose sia sul piano economico che sul piano della credibilità del sistema giudiziario. Il mancato esercizio di un controllo effettivo da parte degli organi giudicanti e tecnici non solo vanifica gli sforzi di prevenzione delle compagnie assicurative, ma alimenta la diffusione di pratiche fraudolente e contribuisce a una gestione superficiale della giustizia.

Per contrastare efficacemente il fenomeno, è indispensabile che si passi da una logica di mera acquisizione documentale a una cultura della verifica puntuale e della responsabilità condivisa. È doveroso attivare esposti agli organi competenti, sollecitare accertamenti sulle strutture e sul personale coinvolto, e promuovere una maggiore attenzione da parte di giudici e CTU nella valutazione critica delle certificazioni prodotte. Solo così sarà possibile interrompere il circuito vizioso che consente a documentazione inattendibile di influenzare l’esito dei processi civili e penali, tutelando la collettività e restituendo credibilità alla funzione giudiziaria.

3.3 Responsabilità del giudice e del CTU

Il giudice che, pur ravvisando elementi evidenti di falsificazione, non trasmette il fascicolo alla Procura per le valutazioni di competenza, o non segnala agli Ordini professionali i comportamenti fraudolenti dei medici, viola i doveri di imparzialità, legalità e tutela della collettività. Analogamente, il CTU che non verifica la credibilità della documentazione medica, non segnala anomalie o si limita ad accettare passivamente referti privi di fattura o provenienti da soggetti/strutture non autorizzati, si rende complice di una prassi fraudolenta e danneggia sia la giustizia che l’interesse pubblico.

Cosa dovrebbero fare giudici e CTU:

-Disporre la verifica della documentazione medica sospetta, chiedendo sistematicamente la produzione della fattura fiscale e, in caso di mancanza, trasmettere segnalazione all’Agenzia delle Entrate e agli Ordini professionali.

-Trasmettere d’ufficio alla Procura i fascicoli in presenza di elementi che facciano sospettare il reato di falso o di omissione di referto da parte del medico.

-Escludere dai mezzi di prova i certificati privi di riscontri oggettivi, provenienti da strutture non autorizzate o privi di attestazione fiscale.

-Segnalare ai rispettivi Ordini tutti i casi dubbi, favorendo controlli incrociati tra magistratura, ASL e Agenzia delle Entrate.

-Il CTU deve motivare puntualmente il giudizio di attendibilità dei certificati e dichiarare esplicitamente, nella relazione, la presenza di elementi dubbi o non verificabili.

3.4 Buone prassi e proposte

-Verifica automatica delle fatture tramite interrogazione dell’Anagrafe tributaria (come già fatto, ad esempio, da Tribunale e Giudice di Pace di Napoli).

-Trasmissione obbligatoria dei fascicoli alla Procura in caso di sospetta omissione di referto o di documentazione falsa.

-Coinvolgimento attivo di Ordini dei Medici e Agenzia delle Entrate per la repressione delle condotte illecite e la sospensione dei professionisti coinvolti.

In sintesi:

La mancata reazione di giudici e CTU di fronte a documentazione manifestamente falsa o priva di riscontro fiscale non è solo una violazione dei doveri d’ufficio, ma un vero e proprio fattore di moltiplicazione delle frodi assicurative. Solo una vigilanza rigorosa, una cultura della responsabilità e la collaborazione attiva con le autorità di controllo potranno invertire la tendenza e tutelare la collettività e il mercato.

  1. CTU IN AGGUATO: ALBI OBSOLETI, SUPERFICIALITÀ E CONFLITTI D’INTERESSE

Il tema della Consulenza Tecnica d’Ufficio (CTU) rappresenta uno dei punti più critici del processo civile in ambito assicurativo, specie nei contenziosi per danni alla persona e truffe assicurative. Le anomalie sistemiche nella gestione degli albi dei CTU e nelle prassi di nomina compromettono la qualità delle decisioni giudiziarie, favorendo risarcimenti indebiti e alimentando il fenomeno delle frodi.

Gestione degli albi: immobilismo, opacità e mancanza di controllo

Gli albi dei CTU sono spesso obsoleti, privi di aggiornamenti e verifica periodica: ciò consente la presenza di professionisti non più attivi, privi dei necessari requisiti, o non specialisti nelle materie oggetto di consulenza. Nei distretti a maggior rischio frode, si riscontra la nomina reiterata degli stessi consulenti, con rischi di consuetudine, perdita di terzietà e logiche clientelari. La pubblicità delle nomine, la trasparenza sui criteri di affidamento degli incarichi e la valutazione delle competenze effettive risultano ancora oggi lacunose, nonostante i tentativi di riforma e l’istituzione dell’albo nazionale con sezioni specialistiche.

Assenza di specializzazione e superficialità delle perizie

Uno dei problemi più gravi è la nomina a CTU di medici non medico-legali o di specialisti estranei alla materia della causa (ad esempio, medici di base chiamati a valutare danni ortopedici complessi, ginecologi su danni neurologici, ecc.). Questa prassi genera perizie superficiali, prive di una rigorosa valutazione clinico-obiettiva-strumentale e basate su criteri di mera possibilità, anziché di probabilità logica. Ne derivano:

-riconoscimento automatico di nessi causali senza approfondita analisi clinica;

-attribuzione di danni biologici anche in assenza di riscontri oggettivi;

-motivazioni generiche che trasferiscono il rischio sulla collettività, alimentando l’aumento dei premi assicurativi.

La giurisprudenza e la normativa impongono che la valutazione medico-legale sia frutto di un accertamento integrato (clinico, obiettivo, strumentale) e che la relazione sia puntualmente motivata. Tuttavia, nella prassi molte CTU si limitano a recepire acriticamente la documentazione di parte, senza approfondire cronologia delle lesioni, modalità del sinistro, segni di preesistenza o compatibilità tra danno e dinamica.

Conflitti di interesse e mancata vigilanza

La mancata verifica dei conflitti di interesse è un grave vulnus. Capita che un sanitario sia contemporaneamente CTU e consulente di parte (CTP) in altri giudizi, o rilasci certificati medici su soggetti poi valutati nella CTU stessa, configurando evidenti situazioni di incompatibilità. La normativa e la giurisprudenza (anche per analogia con l’art. 34 c.p.p.) richiedono che il consulente sia imparziale e indipendente, e impongono l’astensione e la possibilità di ricusazione nei casi di conflitto.

A ciò si aggiunge la responsabilità diffusa di alcuni Presidenti di Tribunale, COA, ASL, Ordini dei Medici, Agenzia delle Entrate, Ordine dei Periti e Guardia di Finanza, la cui scarsa vigilanza ha consentito il radicarsi di prassi distorte. Occorrono controlli sistematici, azzeramento e ricostituzione periodica degli albi, pubblicità delle nomine e verifica dell’effettivo possesso delle specializzazioni e dell’assenza di relazioni con le parti.

Nullità della CTU e rispetto del contraddittorio 

Altrettanto frequente è la prassi, patologica, di CTU che omettono di trasmettere tempestivamente alle parti la bozza della relazione o che, pur ricevendo deduzioni, osservazioni e critiche, non ne tengono conto nella stesura della relazione definitiva e non motivano sulle ragioni del loro mancato accoglimento. 

La violazione di questi obblighi comporta nullità, sanabile solo per acquiescenza.

Esempi pratici e conseguenze:

-Fratture attribuite a sinistri stradali senza riscontro di traumi compatibili;

-Riconoscimento di invalidità in presenza di lesioni croniche preesistenti non correlate al trauma denunciato;

– accertamento del nesso di causalità e valutazione del danno biologico in presenza di certificazione medica compiacente e manifestamente falsa/inattendbile.

Secondo la giurisprudenza, il consulente ha l’obbligo di mettere la relazione a disposizione delle parti per le osservazioni e di valutare criticamente le deduzioni ricevute, motivando puntualmente la propria posizione. L’omissione di tali passaggi determina una nullità relativa, che la parte deve eccepire tempestivamente nella prima difesa utile; in caso contrario, il vizio si considera sanato. Tuttavia, se il giudice resta inerte di fronte a una eccezione tempestiva, si apre uno scenario di grave lesione del diritto di difesa e del principio del contraddittorio.

La responsabilità del giudice

Le responsabilità del giudice in questo contesto sono tutt’altro che formali. Il giudice ha il dovere di vigilare sulla regolarità del contraddittorio e sulla correttezza dell’operato del CTU: deve revocare l’incarico in presenza di incompatibilità, ordinare chiarimenti quando la consulenza risulti lacunosa o non abbia considerato le osservazioni delle parti, e disporre la rinnovazione della CTU se emergono vizi che abbiano inciso sul diritto di difesa. L’accettazione acritica di una CTU affetta da nullità o errori, senza adottare i rimedi previsti dall’ordinamento, si traduce in un vizio della sentenza e in una violazione dei principi di imparzialità e trasparenza che governano il processo civile.

In sintesi, la selezione imparziale del CTU, la corretta gestione del contraddittorio tecnico e la vigilanza attiva del giudice sono condizioni indispensabili per garantire che la consulenza svolga davvero la funzione di supporto tecnico alla decisione, senza trasformarsi in uno strumento di lesione della parità tra le parti e di ingiustizia processuale.

Patologie retributive e incentivi perversi

Non meno grave è la questione dei compensi ai CTU: nei giudizi davanti ai Giudici di Pace, alcuni consulenti riescono a farsi anticipare importi elevati, spesso senza emissione di fattura, con danno all’erario. Il mancato adeguamento delle tariffe, ferme da decenni, allontana gli specialisti seri e favorisce chi è più interessato alla quantità che alla qualità degli incarichi.

Medici strutturati e nomine illegittime

I medici pubblici strutturati dovrebbero essere autorizzati dall’ASL per svolgere il ruolo di CTU; questa regola viene spesso ignorata, consentendo a dirigenti ospedalieri di svolgere consulenze in violazione della legge e in conflitto di interessi. Anche tra i periti assicurativi si trova chi non ha titoli o competenze specifiche per la materia oggetto di nomina.

Riforme e proposte

La recente Riforma Cartabia ha introdotto l’albo nazionale dei CTU e sezioni specialistiche, ma la loro attuazione è, ad oggi, spesso disattesa. Persistono la mancata verifica dei requisiti, la scarsa trasparenza e la mancata pubblicazione degli incarichi.

Le soluzioni imprescindibili includono:

-azzeramento e ricostituzione degli albi con verifica reale delle competenze e delle incompatibilità;

-rotazione obbligatoria, trasparenza e pubblicazione degli incarichi;

-controlli periodici e sanzioni per i consulenti inadempienti;

-revisione delle tariffe per attrarre professionisti qualificati e garantire perizie di qualità.

Solo una gestione rigorosa e trasparente della CTU può restituire credibilità al processo civile in materia assicurativa, tutelando i diritti dei cittadini e contrastando efficacemente il fenomeno delle frodi

  1. IL FENOMENO DEGLI “AVVOCATI ILLEGALI” NEL CONTENZIOSO ASSICURATIVO

Ulteriore elemento di criticità che affligge il processo civile in materia di truffe assicurative è il fenomeno dei falsi avvocati, particolarmente diffuso in alcune aree come la Campania. Si tratta di soggetti che esercitano la rappresentanza in giudizio pur essendo privi dello ius postulandi, della valida procura alle liti o, in casi estremi, persino del titolo abilitativo alla professione forense. Non di rado, queste figure percepiscono compensi per attività svolte in totale assenza di legittimazione, con grave pregiudizio per il corretto svolgimento del processo e per la tutela dei diritti delle parti.

Il fenomeno si intreccia spesso con pratiche fraudolente di falsi sinistri, ove la “regia” è talvolta affidata a periti o intermediari che, per mascherare la propria attività, reclutano giovani inesperti e privi di competenza, attratti dalla prospettiva di guadagni facili e rapidi. Questi soggetti, agendo in assenza di scrupoli e senza rispetto della deontologia, rappresentano una minaccia per il decoro della professione forense, per il diritto di difesa dei cittadini e per l’effettività della giustizia.

Le principali fattispecie di esercizio abusivo riscontrabili sono:

-prosecuzione dell’attività professionale nonostante la scadenza del patrocinio ex art. 8, comma 2, R.D.L. 1578/1933;

-uso abusivo del titolo di avvocato senza aver superato l’esame di abilitazione;

-esercizio della rappresentanza senza dichiarazione di intesa da parte di chi ha conseguito il titolo all’estero (ad esempio, il fenomeno degli “abogado”);

-violazione delle prescrizioni sulla pratica forense e sull’abilitazione al patrocinio del praticante;

-esercizio dell’attività senza laurea in giurisprudenza.

In alcune aree, soprattutto in Campania, le indagini delle compagnie assicurative hanno portato alla luce un vero e proprio “mercato” di contenziosi gestiti da soggetti inesistenti, privi di partita IVA e spesso sconosciuti agli albi professionali, specie nella fase stragiudiziale.

Implicazioni e strategie di contrasto

Tali condotte sono penalmente rilevanti, potendo integrare reati quali la truffa e l’esercizio abusivo della professione (art. 348 c.p.). Per le compagnie assicurative, ma anche per la Pubblica Amministrazione e i singoli Ordini professionali, è indispensabile adottare strategie di contrasto efficaci, tra cui:

-verificare sempre la regolare iscrizione all’albo del procuratore avversario in caso di sinistri sospetti;

-sollevare tempestivamente eccezioni di nullità e inammissibilità degli atti processuali, chiedendo la trasmissione degli atti al COA e alle autorità penali;

-domandare la condanna del falsus procurator al pagamento delle spese di lite e al risarcimento del danno ex art. 96 c.p.c.;

-promuovere azioni di ripetizione dell’indebito ex art. 2033 c.c. nelle ipotesi in cui sia stato pagato un compenso a soggetto privo di titolo.

La giurisprudenza di legittimità ha chiarito che l’attività processuale svolta dal difensore privo di procura è priva di effetti per la parte rappresentata e può giustificare la condanna personale dello stesso al pagamento delle spese processuali (Cass., Sez. Un., 10 maggio 2006, n. 10706). In ambito locale, il Tribunale di Napoli ha sancito l’inammissibilità della domanda e la condanna del falsus procurator, confermando la possibilità di tutela piena per la compagnia assicurativa danneggiata (Trib. Napoli, sent. n. 2418/2012). 

Contrastare il fenomeno dei falsi avvocati non è solo questione di legalità formale, ma esigenza di tutela dell’effettività del diritto di difesa, del decoro della professione e della regolarità del processo civile. Una vigilanza rigorosa degli Ordini, controlli sistematici sulle procure e fermezza nel sollevare le eccezioni e promuovere le azioni risarcitorie e penali rappresentano strumenti imprescindibili per arginare questa piaga, restituendo credibilità e giustizia al settore assicurativo e, più in generale, all’intero sistema processuale.

Il ruolo dei giudici di fronte al fenomeno dei falsi avvocati: provvedimenti abnormi e criticità procedurali

Alla già preoccupante diffusione del fenomeno dei falsi avvocati nel contenzioso assicurativo si aggiunge, non di rado, una gestione discutibile da parte di alcuni giudici di pace delle eccezioni sollevate in ordine al difetto di ius postulandi. In teoria, la carenza di titolo abilitativo e l’assenza di valida procura dovrebbero condurre all’inammissibilità della domanda, all’irricevibilità degli atti processuali e, ove emerga un abuso, alla segnalazione agli organi disciplinari e penali. Tuttavia, nella prassi giudiziaria, non mancano provvedimenti che si discostano da questi principi, generando ulteriore incertezza e favorendo, di fatto, la prosecuzione delle condotte illecite.

Si registrano, ad esempio, casi in cui alcuni giudici onorari, pur constatando che la notifica dell’atto introduttivo sia avvenuta da parte di un soggetto privo del titolo di avvocato al momento dell’adempimento, non dichiarano la nullità dell’atto, ma invitano semplicemente il “procuratore” a procedere a una nuova notifica, quasi si trattasse di una mera irregolarità sanabile. In altri casi, le eccezioni di difetto di ius postulandi vengono rigettate con motivazioni formali, talvolta ritenendole “pretestuose” o ritenendo che possano essere sanate successivamente, anche quando la legge e la giurisprudenza di legittimità sono chiare nel richiedere la presenza del titolo e della procura fin dal momento della notifica e del compimento degli atti processuali.

Siffatti provvedimenti, che si pongono ai limiti dell’abnormità, rischiano di vanificare la funzione di filtro e di garanzia del giudice rispetto alla legalità delle rappresentanze processuali. La Corte di Cassazione, infatti, ha più volte ribadito come l’attività processuale svolta da chi sia privo di ius postulandi non possa produrre effetti rispetto alla parte rappresentata e che tale nullità non sia sanabile ex post, proprio perché attiene a un requisito essenziale di legittimazione processuale. Laddove il processo venga comunque portato avanti senza una valida rappresentanza, si rischia non solo la nullità degli atti, ma anche la compromissione del diritto di difesa della controparte e dell’effettività della tutela giurisdizionale.

Inoltre, l’atteggiamento di eccessiva tolleranza o addirittura di “aiuto” nei confronti del falsus procurator, ad esempio consentendo la rinotifica degli atti senza sanzionare la condotta abusiva, costituisce un incentivo perverso alla reiterazione di pratiche scorrette e mina la credibilità dell’intero sistema giustizia. Si svilisce così il ruolo dell’ordine forense e si espone la parte vittima di truffa ad ulteriori difficoltà, anche nel recupero delle somme indebitamente corrisposte e nella tutela risarcitoria.

Per garantire legalità, equità e certezza del diritto, è indispensabile che i giudici adottino un approccio rigoroso e coerente di fronte alle eccezioni di difetto di ius postulandi, evitando soluzioni che finiscano per legittimare – anche solo indirettamente – l’esercizio abusivo della professione e la manipolazione del processo civile. Solo così si potrà effettivamente arginare il fenomeno dei falsi avvocati e restituire dignità e sicurezza al contenzioso assicurativo e al sistema giudiziario nel suo complesso.

  1. I VIZI DELL’ISTRUTTORIA. MODALITÀ DI RACCOLTA DELLA PROVA E DERIVE DEL PROCESSO

Un aspetto di estrema gravità – divenuto ormai quasi prassi nei processi per sinistri e truffe assicurative – riguarda la formazione e l’acquisizione della prova al di fuori del controllo effettivo del giudice, spesso tramite dispositivi personali come cellulari, tablet o computer portatili. Sempre più frequentemente, testimonianze e documenti video o audio sono raccolti nei corridoi degli uffici dei giudici di pace o addirittura fuori dagli edifici giudiziari per poi essere “introdotti” nel processo, spesso senza reale verifica, verbalizzazione ufficiale o possibilità di autentico contraddittorio.

Nella pratica:

Si assiste alla raccolta di dichiarazioni testimoniali, fotografie, videoriprese o messaggi vocali tramite smartphone, che vengono poi presentati in giudizio senza garanzie di genuinità, datazione o integrità;

Atti e documenti digitali vengono mostrati direttamente in udienza attraverso dispositivi personali, sottraendo il giudice e le parti alla possibilità di verificarne la provenienza o la non alterazione;

Le prove digitali così prodotte non sono sottoposte a nessuna delle garanzie di autenticità, catena di custodia e controllo previste per gli atti processuali tradizionali.

A ciò si aggiunge una prassi sempre più insidiosa: la raccolta della prova da parte degli avvocati fuori dall’aula, spesso semplicemente trascrivendo dichiarazioni sul cellulare o registrando conversazioni in ambienti informali e non istituzionali. Questa modalità, lungi dal costituire una semplificazione, rappresenta un grave vulnus per l’integrità processuale. Si trasforma, di fatto, in uno strumento di potenziale manipolazione degli elementi probatori, alterando la realtà processuale e rendendo il giudice spettatore di una prova “autoprodotta” e non verificabile.

Criticità di sistema:

-Si realizza una violazione del principio di pubblicità e trasparenza del processo: la prova non si forma più sotto il controllo diretto del giudice e delle parti, ma viene “importata” dall’esterno, con conseguente alterazione della parità processuale.

-Il principio del contraddittorio viene svuotato, perché le parti non possono partecipare effettivamente alla formazione della prova né contestarne immediatamente le modalità.

-La raccolta di prove fuori dall’aula, senza controllo giudiziale e senza verbalizzazione formale, è inammissibile e può essere oggetto di eccezione di nullità. Secondo la giurisprudenza, infatti, nel processo civile, la formazione della prova segue regole stringenti circa la sua raccolta e verbalizzazione. La testimonianza e le altre prove devono essere introdotte nel rispetto del principio del contraddittorio, con verbalizzazione in aula e sotto il controllo del giudice.

-Si moltiplicano i rischi di manipolazione e alterazione: la facilità con cui file digitali possono essere editati, tagliati o ricostruiti in assenza di qualsiasi protocollo forense rende la prova debole e facilmente strumentalizzabile.

-Sul piano normativo, la disciplina del processo civile impone che l’assunzione della prova avvenga nel rispetto del contraddittorio e con la massima trasparenza: la parte deve indicare i fatti sui quali richiede la prova testimoniale, precisandone gli elementi essenziali in modo da consentire al giudice di valutarne l’utilità per la decisione della causa e permettere alla controparte di articolare la prova contraria.

Effetti distorsivi e rischi concreti:

-Formazione anomala della prova e ammissione di elementi facilmente manipolabili, con il conseguente aumento delle frodi assicurative.

-Svilimento del ruolo del giudice, che rischia di limitarsi a ratificare materiale prodotto unilateralmente, senza reale possibilità di controllo.

-Perdita di affidabilità e di certezza del diritto, in quanto un processo manipolato in tal modo non può mai essere considerato equo.

-Proposte operative e rimedi:

Rafforzare l’obbligo di verbalizzazione integrale di tutte le attività probatorie, con divieto assoluto di acquisizione di prove fuori udienza o tramite dispositivi personali non sottoposti a verifica forense.

Applicare sanzioni disciplinari e processuali nei confronti di chi introduce prove digitali prive di garanzie, nonché escludere sistematicamente dal processo ogni elemento di prova non raccolto nel rispetto delle regole.

Formare giudici, avvocati e personale amministrativo sulle tecniche di accertamento, conservazione e verifica delle prove digitali.

Introdurre protocolli di sicurezza per l’assunzione, la conservazione e la produzione di prove digitali (come hash, timestamp, conservazione in modalità forense).

In sintesi, consentire che la prova si formi fuori dal controllo del giudice e venga introdotta tramite cellulari o mezzi non ufficiali significa spalancare la porta alle frodi, alla manipolazione e a decisioni non trasparenti. Solo il ritorno a una gestione rigorosa, trasparente e tecnicamente aggiornata del processo probatorio potrà arginare queste derive e restituire credibilità all’intero sistema civile.

  1. SICUREZZA, DISORGANIZZAZIONE E MALA-GIUSTIZIA NEGLI UFFICI GIUDIZIARI

La quotidianità di molti Tribunali, specie in Campania, è segnata da gravi criticità che compromettono la funzionalità e la credibilità dell’amministrazione della giustizia. L’assenza di adeguati presidi di sicurezza e di controlli agli ingressi ha favorito episodi di aggressione ai danni di magistrati, avvocati e personale amministrativo, come testimoniano numerosi casi di cronaca. La percezione di insicurezza diffusa scoraggia la serena partecipazione delle parti e mina il rispetto dovuto alle istituzioni giudiziarie.

A ciò si aggiunge un quadro di profonda disorganizzazione: la formazione della prova, come innanzi già detto, avviene spesso fuori dalle aule, senza alcuna verbalizzazione ufficiale, con la presenza di testimoni “fantasma” non identificati e con rinvii dilatori delle udienze che paralizzano il regolare svolgimento dei processi. Tale prassi viola i principi di trasparenza, pubblicità e regolarità del processo, minando il diritto di difesa e il contraddittorio tra le parti. Il processo civile, infatti, richiede che ogni attività istruttoria si svolga sotto il controllo del giudice, con la possibilità per le parti di partecipare e contraddire, e che tutte le attività siano regolarmente documentate a verbale, a tutela della certezza e della genuinità degli atti processuali.

Gli effetti di questa situazione sono estremamente gravi:

-Rallentamento e impoverimento della difesa, con l’impossibilità di esercitare pienamente i diritti processuali.

-Perdita di fiducia dei cittadini nell’efficacia e nell’imparzialità della giustizia, percepita come inefficiente e distante dai bisogni reali della collettività.

-Danni reputazionali a livello collettivo, che scoraggiano l’accesso alla giustizia e favoriscono la diffusione di comportamenti opportunistici e pratiche scorrette.

Il principio del contraddittorio, l’imparzialità del giudice, la trasparenza delle attività processuali e la sicurezza degli operatori sono presidi irrinunciabili per la tutela dei diritti e per il buon andamento della giurisdizione. Laddove questi elementi vengono meno, il rischio è quello di una “mala-giustizia” che non solo non tutela, ma addirittura danneggia il tessuto sociale, accrescendo la sfiducia e l’insicurezza dei cittadini. Solo un deciso investimento su sicurezza, organizzazione e formazione del personale può restituire dignità all’istituzione giudiziaria e garantire processi civili effettivi, trasparenti e rispettosi dei diritti di tutti.

  1. DATI, IMPATTO SOCIALE E COSTI DELLE TRUFFE ASSICURATIVE: DAL QUADRO NAZIONALE AL CASO CAMPANIA

Il fenomeno delle truffe assicurative rappresenta, su scala nazionale, una delle principali criticità del sistema giustizia e dell’economia reale. Secondo i più recenti rapporti di settore (ANIA, IVASS, dati delle principali compagnie), il costo annuale delle frodi nel comparto danni – in particolare nella RC auto – supera il miliardo di euro, con decine di migliaia di sinistri classificati come “sospetti” ogni anno. Le modalità ricorrenti sono incidenti simulati, lesioni inventate, utilizzo di testimoni compiacenti, documentazione sanitaria artefatta e fatture per riparazioni mai effettuate: un vero e proprio sistema parallelo, che sottrae risorse agli onesti e mina la sostenibilità del settore.

L’impatto sociale di questo fenomeno è devastante. Le conseguenze si riflettono in:

-Premi assicurativi più elevati per tutti gli assicurati, anche per chi non ha mai denunciato un sinistro;

-Rallentamento e complicazione dei risarcimenti per chi subisce danni reali, a causa della necessità di controlli più rigorosi e indagini antifrode;

-Diffusione di un clima di sospetto e sfiducia nei confronti dell’intero sistema assicurativo e giudiziario, con la percezione di una giustizia inefficace e di uno Stato incapace di garantire tutela effettiva.

-Se a livello nazionale la media dei sinistri sospetti si attesta intorno al 10% del totale, con variazioni a seconda delle aree e dei rami assicurativi, la situazione appare drammaticamente aggravata in alcune regioni del Sud, e in particolare in Campania.

-In questa regione, i dati ufficiali e le analisi delle compagnie evidenziano come la percentuale di sinistri sospetti superi stabilmente il 20%, con picchi che in alcune province toccano il 30-40%. Qui, la truffa assicurativa assume spesso i connotati di una vera e propria “industria della frode”, con reti organizzate che coinvolgono falsi testimoni, operatori sanitari compiacenti, periti e, talvolta, professionisti del settore legale. La pratica di simulare incidenti, gonfiare i danni o produrre referti medici falsificati è talmente radicata da alterare le dinamiche del mercato e compromettere la fiducia sia degli utenti che degli operatori onesti.

L’effetto sistemico di questa anomalia è particolarmente evidente:

-I premi RC auto nella provincia di Napoli e in molte aree della Campania sono tra i più alti d’Italia, con un differenziale che può superare anche il 70-80% rispetto alle regioni con minore incidenza di frodi;

-Le procedure di liquidazione dei danni sono più lunghe e complesse, a scapito dei danneggiati reali;

-L’intero sistema assicurativo è costretto a sostenere costi aggiuntivi in termini di indagini, contenziosi e riserve tecniche, risorse che vengono sottratte alla collettività e agli investimenti produttivi.

-Il clima di sospetto e la percezione di impunità, infine, alimentano una sfiducia generalizzata nei confronti della giustizia, considerata inefficace e permeabile alle logiche del malaffare. Contrastare le truffe assicurative non è dunque solo una questione economica, ma un vero e proprio impegno civile per il ripristino della legalità, la tutela dei diritti degli onesti e la salvaguardia del principio di equità sociale

  1. LE CRITICITÀ DEL PROCESSO PENALE: LA QUESTIONE DELLA COMPETENZA E LA REPRESSIONE DELLE FRODI ASSICURATIVE

Il processo penale, allo stesso modo, non è esente da criticità.

Il delitto di frode assicurativa di cui all’art. 642 c.p. rappresenta una delle emergenze del processo penale contemporaneo, come dimostra l’altissimo numero di procedimenti iscritti presso le Procure della Repubblica su tutto il territorio nazionale. Tuttavia, la risposta giudiziaria risulta spesso inefficace e dilatata nei tempi, soprattutto a causa di una frammentazione normativa e organizzativa che ostacola la repressione effettiva del fenomeno.

La criticità della competenza territoriale

La principale problematica riguarda la determinazione della competenza territoriale. Secondo il consolidato orientamento della Cassazione, la competenza spetta al giudice del luogo in cui la persona offesa (ossia la compagnia assicurativa) riceve la rappresentazione fraudolenta dell’evento (Cass. Pen., 25 novembre 2019, n. 48097). Questo comporta che il foro competente sia quello della sede legale dell’assicurazione frodata, con effetti fortemente penalizzanti per l’efficacia delle indagini:

-Le Procure competenti si trovano spesso a centinaia di chilometri dal luogo in cui il fatto si è verificato, senza conoscenza del contesto territoriale, delle dinamiche criminali locali e dei soggetti coinvolti, con inevitabili difficoltà investigative e dilatazione dei tempi processuali.

-La distanza fisica tra luogo della condotta e sede giudiziaria rende complicata la presenza e l’escussione dei testimoni, rallentando ulteriormente l’iter processuale e scoraggiando la collaborazione dei soggetti realmente informati sui fatti.

-Questa situazione genera uno stallo operativo che rischia di svuotare di contenuto la risposta penale, rendendo di fatto inefficace la repressione delle frodi assicurative e favorendo un clima di impunità.

L’urgenza di un intervento normativo e organizzativo

Per fronteggiare dette criticità, è necessario ripensare la disciplina della competenza territoriale, radicandola nel luogo di effettiva verificazione del sinistro e non più nella sede della compagnia assicurativa. Ciò consentirebbe di:

-Avvicinare il processo penale al contesto reale in cui la frode si è consumata, facilitando le indagini e la raccolta delle prove;

-Accelerare i tempi processuali e rendere più efficace la repressione, grazie a una maggiore conoscenza del territorio da parte delle autorità inquirenti e giudicanti;

-Garantire una risposta giudiziaria più aderente alle esigenze di tutela e deterrenza.

Proposte legislative e best practice

Alla luce dell’attuale contesto, servono misure strutturali e innovative. Tra le soluzioni più efficaci si propongono:

Introduzione dell’art. 642-bis c.p. – Creazione di una nuova fattispecie di “truffa assicurativa aggravata”, autonoma rispetto all’art. 642 c.p., che preveda la procedibilità d’ufficio, pene più severe, aggravanti per la frode organizzata e l’applicazione di misure accessorie come la confisca e l’interdizione dalle attività professionali coinvolte.

Istituzione di sezioni penali specializzate – Sulla scorta delle esperienze positive in materia fallimentare e tributaria, la creazione di sezioni penali dedicate alle frodi assicurative consentirebbe una gestione più efficace, rapida e uniforme dei procedimenti, con magistrati e personale formato sulle peculiarità del fenomeno.

-Procedure “fast track” per le frodi accertate – Prevedere riti accelerati (direttissimo, abbreviato) per i casi con prova evidente, così da assicurare una risposta celere, abbattere i costi processuali e restituire rapidamente i risarcimenti indebitamente sottratti.

-Aggravanti per le frodi organizzate e seriali – Sanzionare più severamente le condotte sistemiche e professionali, includendo l’interdizione perpetua dalle attività di settore per i soggetti coinvolti.

-Confisca obbligatoria dei beni – Applicare la confisca automatica dei beni ottenuti tramite frode assicurativa, anche in caso di sentenza non definitiva, sulla scorta della normativa antimafia e fiscale.

-Rafforzamento della collaborazione pubblico-privato – Obbligare le compagnie a segnalare i sinistri sospetti, creare un portale nazionale antifrode integrato con IVASS e incentivare lo scambio dati e l’intelligence tra assicurazioni, forze dell’ordine e autorità giudiziarie.

-Sistemi antifrode predittivi e sistemi di segnalazione protetta– Promuovere l’adozione di strumenti digitali di analisi predittiva, controlli sistematici sui sinistri e sistemi di segnalazione protetta (whistleblowing), tutelando i segnalanti e incentivando la collaborazione interna al settore.

Pubblicazione dei dati relativi al contenzioso in corso e restituzione degli esiti processuali.

Misurare il fenomeno è il presupposto essenziale per conoscere e per assumere decisioni consapevoli sulle azioni da intraprendere.

Verso un processo penale più razionale ed efficace

La lotta alle frodi assicurative richiede una giustizia penale più razionale, rapida e competente, fondata su una disciplina della competenza territoriale che valorizzi la realtà dei fatti e sull’introduzione di strumenti normativi e organizzativi all’avanguardia. Solo così sarà possibile garantire un’effettiva tutela dei cittadini onesti, la sostenibilità del mercato assicurativo e una risposta di legalità credibile contro un fenomeno che mina le fondamenta della fiducia collettiva.

  1. CONCLUSIONI: RESPONSABILITÀ DIFFUSA E NECESSITÀ DI UNA RISPOSTA SISTEMICA

L’analisi delle criticità che affliggono sia il processo civile sia quello penale in materia di truffe assicurative evidenzia come la responsabilità non sia mai riconducibile a un solo attore, ma sia invece il frutto di una complessa rete di soggetti e istituzioni che, a vario titolo, intervengono nella filiera della giustizia e della prevenzione.

Nel processo civile, la mancata vigilanza e il deficit di cultura della responsabilità coinvolgono Presidenti di Tribunale, che non assicurano la regolare tenuta e aggiornamento degli albi dei CTU, Ordini forensi che non contrastano efficacemente la piaga dei falsi avvocati, ASL e Ordini dei Medici che omettono controlli su certificazioni e conflitti di interesse, e l’apparato amministrativo che tollera prassi distorte nella raccolta e gestione delle prove. La disorganizzazione degli uffici giudiziari, la scarsa sicurezza e la debolezza dei presidi di legalità favoriscono la proliferazione di condotte fraudolente e la perdita di fiducia dei cittadini.

Sul fronte penale, le stesse criticità si amplificano per effetto di una disciplina della competenza territoriale spesso inadeguata, della mancanza di specializzazione nelle indagini, della lentezza dei procedimenti e della difficoltà nella repressione delle frodi organizzate. Anche qui la responsabilità si estende alle Procure, alle autorità di vigilanza, agli organi politici e amministrativi preposti all’aggiornamento del quadro normativo e delle best practice operative.

La tutela dell’ordine pubblico e dell’equità sociale di fronte alle truffe assicurative non può dunque essere delegata esclusivamente al singolo magistrato o al singolo operatore, ma richiede un’azione corale e coordinata. Solo la collaborazione tra Presidenti di Tribunale, Ordini forensi, ASL, Ordini dei Medici e Periti, Agenzia delle Entrate, Guardia di Finanza, Regione, Ministero della Giustizia, province, aree metropolitane e compagnie assicurative può produrre un sistema realmente efficace di prevenzione, accertamento e repressione.

In conclusione, la lotta alle frodi assicurative passa dall’assunzione di responsabilità diffusa e dalla costruzione di una cultura della legalità condivisa. È necessario rafforzare i controlli, promuovere la formazione specialistica, aggiornare strumenti e procedure, e soprattutto garantire trasparenza, terzietà e rigore in ogni fase del processo civile e penale. Solo così sarà possibile tutelare i cittadini onesti, contenere i costi sociali e restituire credibilità al sistema giustizia, riaffermando il ruolo della giurisdizione come presidio di equità e legalità

Le riflessioni qui presentate intendono offrire un contributo analitico e propositivo al dibattito sulle truffe assicurative, auspicando che possano stimolare un confronto costruttivo tra istituzioni, operatori del settore e comunità scientifica, al fine di promuovere soluzioni efficaci e sostenibili.