L’economia della “presenza”

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di Annamaria Spina

Nel lessico della finanza avanzata esiste una categoria di operatori la cui funzione si manifesta esclusivamente nelle fasi terminali del ciclo economico: i Vulture funds, o distressed debt investors. Questi soggetti non partecipano ai processi di crescita, non affiancano l’impresa nella gestione dei rischi, non contribuiscono alla generazione del capitale umano o alla costruzione della governance. La loro operatività si attiva unicamente quando l’unità produttiva è prossima all’insolvenza e, in quel preciso momento, quando l’azienda ha ormai esaurito la propria capacità di creare valore, intervengono per acquisire asset svalutati e monetizzare ciò che resta. Nessun giudizio morale: svolgono una funzione tecnica. La loro logica rimane inequivocabile… presenza zero nella fase vitale, massimizzazione del valore nella fase terminale.

È sorprendente quanto questo paradigma economico trovi un suo corrispettivo nelle dinamiche familiari che emergono al momento della successione. Anche qui compaiono, spesso all’improvviso, figure che potremmo definire con la stessa ironia analitica: “Vulture funds domestici”. Soggetti che non hanno partecipato alla costruzione del capitale relazionale, non hanno investito cura né presenza, non hanno sostenuto il peso delle fragilità esistenziali, talvolta contribuendo persino al deterioramento della vita del disponente. Eppure, quando un patrimonio diventa “realizzabile”, entrano in scena con pieno diritto.

È in questa simmetria, tra finanza e affetti, tra impresa e famiglia, che si rivela il grande paradosso del nostro sistema successorio. Il diritto italiano conserva uno dei regimi più rigidi d’Europa: quello della legittima, che garantisce a determinati parenti una quota ereditaria intangibile, indipendentemente dalla storia vissuta. La volontà del disponente trova spazio solo nella quota disponibile, troppo ridotta per riflettere la complessità delle relazioni reali.

Da qui muove la mia riflessione.

Dal punto di vista dell’analisi economica, la “legittima” genera una contraddizione fondamentale… il sistema redistribuisce risorse non in base all’investimento relazionale, non in base al merito, non in base alla responsabilità ma quasi esclusivamente in base alla biologia. Tutto questo è l’esatto opposto dei criteri che regolano i mercati moderni, nei quali il rendimento deriva dall’impegno, non dalla genealogia.

In altre parole, la legittima premia la mera appartenenza e neutralizza la meritocrazia affettiva, favorendo proprio quei comportamenti opportunistici che una struttura normativa razionale dovrebbe scoraggiare.

Nei sistemi anglosassoni e nordamericani prevale un principio diametralmente opposto… la libertà testamentaria quasi assoluta. Il criterio non è il sangue ma la volontà, non la linea ereditaria ma il valore riconosciuto. L’individuo è libero di destinare il proprio patrimonio a chi ritiene meritevole: familiari, amici, collaboratori oppure istituzioni. La ricchezza segue la relazione, non la parentela.

Si tratta di un modello coerente con i principi della modernità economica… responsabilità individuale, autonomia negoziale, correlazione tra investimento e rendimento. In contesti di questo tipo, la figura dei “Vulture funds domestici” perde potere, perché non esiste alcun automatismo che garantisca loro un diritto acquisito alla rendita finale.

Alla luce di tali considerazioni, risulta economicamente ed eticamente legittimo sostenere la necessità di una riforma della legittima italiana. Il principio dovrebbe essere semplice e profondamente razionale… si eredita non per posizione genetica ma per presenza, responsabilità e contributo.

Una successione dovrebbe riflettere la biografia non la genealogia. Le relazioni effettive, non quelle anagrafiche; la famiglia scelta, non quella imposta dai legami biologici.

Scegliere i propri eredi significa riconoscere un merito. Significa mutare l’eredità nel luogo conclusivo della giustizia affettiva. Significa soprattutto impedire che i Vulture funds domestici, i parenti opportunisti, spesso assenti o dannosi, possano trarre un vantaggio economico finale da una relazione che non hanno quasi mai coltivato.

E tuttavia, ogni riforma deve anche evitare la deriva opposta: nessuna legge dovrebbe consentire che l’intero patrimonio venga destinato all’ultimo arrivato, magari un caregiver dell’ultimo mese di vita. Il punto non è sostituire una distorsione con un’altra, ma “riconoscere la presenza come valore giuridico”, non solo affettivo.

Un ordinamento moderno protegge i fragili, ma non premia gli opportunisti. Riconosce il sangue, ma valorizza la biografia. Difende la famiglia, ma non l’anagrafe fine a sé stessa.

Serve uno spazio più ampio per la volontà, un margine reale in cui il testatore possa premiare chi c’è stato davvero, chi ha investito cura, tempo, responsabilità. Serve un sistema che non riduca la libertà testamentaria a un frammento residuale, ma la riporti al centro della successione.

Un sistema successorio che legittima il diritto alla rendita senza legame umano incentiva non solo i conflitti ma anche, come purtroppo dimostra la cronaca, comportamenti patologici: denunce strumentali, violenze e, nei casi estremi, persino omicidi dettati dal movente economico. Un ordinamento giuridico avanzato ha il dovere di mitigare queste dinamiche, favorendo un modello di economia pura, nel quale il patrimonio diventa il riflesso ultimo della vita vissuta, non della vita negata.

La riforma della legittima non vuol dire indebolire la famiglia ma restituirle dignità economica ed umana. Significa riconoscere che il valore, in economia come nelle relazioni, si genera con la cura, non con l’attesa; con la responsabilità, non con la convenienza e l’opportunismo.

In fondo, nessun sistema economico contemporaneo premia chi compare soltanto al momento della distribuzione dei dividendi.

In nessuna governance seria esiste un diritto naturale al profitto senza aver preso parte ai costi, alle decisioni, agli errori, alle fatiche quotidiane. Eppure, paradossalmente, è ciò che la legittima continua a garantire… un meccanismo redistributivo che non conosce merito, non misura la partecipazione, non riconosce la storia delle relazioni.

La legittima, così come oggi strutturata, equivale a un dividendo obbligatorio attribuito a soci inattivi: un’erogazione automatica che ignora completamente il contributo effettivo al capitale familiare. È il corrispettivo affettivo degli azionisti silenti, che non presenziano mai alle assemblee, non partecipano alle scelte strategiche ma pretendono la loro quota come un diritto incorporato nel DNA.

Si potrebbe definirla una forma di welfare rovesciato, in cui la redistribuzione protegge non i fragili ma gli assenti strategici: coloro che non hanno mai investito nella relazione ma che, per disposizione normativa, beneficiano comunque dell’ultimo flusso di valore.

Tutto questo contraddice un principio fondamentale, riconosciuto da ogni modello di economia evoluta… si crea valore solo dove c’è Presenza.

La presenza è un fattore produttivo, un capitale paziente, capitale umano, capitale relazionale. È la base su cui si fonda ogni impresa che funzioni e ogni famiglia che esista davvero.

Nelle aziende, la presenza significa pianificazione, confronto, gestione dei conflitti, investimento quotidiano nelle persone. Nelle famiglie, la presenza è la stessa cosa: ascolto, dedizione, fatica e attenzione.

Nulla prospera, né una società, né un nucleo familiare, se chi vi appartiene si limita a comparire alla fine del ciclo, come un liquidatore interessato più ai residui che al processo.

La vera famiglia, come la vera impresa, si costruisce giorno dopo giorno… non si eredita, si coltiva; non si conquista per nascita, si merita per dedizione, amore e presenza.

Il capitale affettivo, proprio come il capitale economico, cresce mediante un processo cumulativo di piccole decisioni ripetute nel tempo. È l’equivalente relazionale degli interessi composti, la somma di mille gesti che, nel lungo periodo, generano il valore intangibile più alto.

Ecco perché continuare a difendere una successione puramente genetica, indipendente dal contributo umano, significa perpetuare un modello inefficiente, iniquo e profondamente disallineato con la realtà contemporanea.

La riforma della legittima restituirebbe centralità alla presenza come asset economico e affettivo, inoltre sancirebbe, finalmente, un principio che ogni economista conosce bene… che il valore non nasce nel momento della distribuzione ma in quello della costruzione.

Il capitale più prezioso, nell’impresa come nella vita, resta sempre lo stesso: la Presenza.

Solo un modello basato sulla presenza, nella famiglia come nell’impresa, è un modello giusto, meritocratico, equo. Solo lì il valore è autentico, perché nasce dalla relazione e non dal vantaggio.

Una vita, come un’azienda, non si misura “dall’ultimo atto” ma da tutti gli atti di presenza che l’hanno costruita. La presenza è il primo e l’ultimo bene comune ed è il solo che nessun avvoltoio domestico o finanziario può falsificare.

Tutto il resto, i diritti automatici, le pretese tardive, le apparizioni finali, appartiene alle rendite senza storia, alle relazioni senza sostanza, agli avvoltoi senza vergogna.

E non esiste economia matura che possa permetterselo, né vita che lo meriti.

“L’assenza è un debito che nessuna successione può estinguere.”