Leggere l’onda

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di Ugo Righi
Il signor Palomar è in piedi sulla riva e guarda un’onda. Non che egli sia assorto nella contemplazione delle onde. Non è assorto, perché sa bene quello che fa: vuole guardare un’onda e la guarda. Non sta contemplando, perché per la contemplazione ci vuole un temperamento adatto, uno stato d’animo adatto e un concorso di circostanze esterne adatto: e per quanto il signor Palomar non abbia nulla contro la contemplazione in linea di principio, tuttavia nessuna di quelle tre condizioni si verifica per lui. Infine non sono le onde che lui intende guardare, ma un’onda singola e basta: volendo evitare le sensazioni vaghe, egli si prefigge per ogni suo atto un oggetto limitato e preciso.
(Italo Calvino)

Ho scelto questo pezzo di Calvino per riflettere sulla complessità della comunicazione e quanto diffusa sia l’incompetenza comunicativa, tra tutti e anche tra i comunicatori ufficiali.
Etimologicamente il termine comunicazione indica l’azione del mettere in comune e pragmaticamente, significa scambio di comportamenti che ha come scopo il reciproco influenzamento. Quindi buon comunicatore è chi riesce a sviluppare dialoghi integrativi, che uniscano le differenze e producano senso e pratiche condivise per definire la realtà.
Il bravo comunicatore unisce, integra, influenza, attiva comportamenti di valore, per modificare comportamenti cognitivi, operativi, emotivi immediati o futuri, in una prospettiva di comprensione comune.
Questo è il senso dell’influenzamento dove la possibilità di “cambiare”l’altro dipende dalla propria disponibilità a essere “cambiato” dall’altro.
Il” bravo comunicatore” ha due aspetti che definiscono la sua competenza: 1) Come dare contributi agli altri in modo che li accettino e li usino 2) Come prendere contributi dagli altri in modo da capirli-usarli in caso di utilità per se stesso.
Se si vuol ricevere valore essendo ascoltati l’unica strada è quella di darne ascoltando.
Vi sembra che la prevalenza dei nostri leader che siano orientati a prendere contributi e siano delicati e leggeri nel darli?
La competenza principale di questi pseudo comunicatori è differenziativa (quindi patologica rispetto alla comunicazione intesa come produzione di senso comune attraverso il dialogo).
Certo: quando due persone dialogano, se esprimono differenze, sono in qualche modo in conflitto, ma serve,proprio in questo caso,  la capacità di apertura data dall’ascolto.
Una sana cultura del conflitto significa ascoltare contraddicendosi, cioè mantenendo la propria identità e nello stesso tempo, mettendola in dubbio attraverso il dialogo, la contraddizione.
Allora in questo senso la conflittualità diventa vitale e consente cambiamenti integrativi altrimenti è mortale e determina allontanamenti insanabili, comunicare è impossibile.
Credo che i peggiori siano proprio coloro che incrementano la cultura del conflitto (contro), dove e scopo è far fuori il nemico.
Non si può essere amici con tutti, ma l’abilità è di comunicare anche con i nemici, cercando di fare in modo che siano “buoni nemici” e non diventino “cattivi nemici.”
Il cattivo nemico cerca di far fuori l’interlocutore, mentre in buon nemico è duro con i fatti ma non con le persone.
Non si è buoni comunicatori se s’influenzano solo gli amici, perché in questo caso sono “cattivi amici”: morbidi nella relazione e con i contenuti espressi. A priori.
Prevalgono i cattivi nemici, che diffidano a priori, e la diffidenza fa cercare sempre il senso nascosto di tipo negativo anche nei gesti banali: perfino una stretta di mano diventa una prova di forza e ogni incontro è uno scontro che produce e facilita l’incomprensione come  massimo comun divisore.
O prevalgono i cattivi amici, che non aiutano a essere migliori.
I grandi comunicatori sanno leggere i segnali di fumo in una giornata di vento e sanno capire quale onda sta arrivando.
Il buon amico a volte può essere dentro la personalità di un buon nemico, certo: occorre saper leggere l’onda.