Leonardo, un fiorino! Ovvero: perché tra le smart city e la burocrazia europea “non ci resta che piangere”

in foto: Leonardo, interpretato da Paolo Bonacelli, nel film di Roberto Benigni e Massimo Troisi "Non ci resta che piangere"

Caro Leonardo,

ti scrivo da Roma, dal Complesso di Santo Spirito in Sassia, quel luogo che Papa Sisto IV volle far risorgere dalle ceneri di un incendio per farne il primo vero esperimento architetturale del Rinascimento. Ti ricorderai di questo posto, Maestro: è qui che, nascosto dietro una finestrella, studiavi l’anatomia umana mentre, sopra le teste dei malati, il Pinturicchio dipingeva affreschi altissimi, affinché anche chi era in fin di vita potesse sollevare il proprio sguardo e trovare bellezza senza alcuno sforzo. Era un’architettura che curava l’anima prima ancora del corpo, un tempio dove la scienza incontrava il sublime.

Oggi la tua Gioconda riposa a Parigi, protetta da vetri blindati e assediata da folle che la osservano attraverso gli schermi, troppo impegnate a digitalizzarla e a cercarne i segreti tra i pixel per riuscire davvero a vederla. Abbiamo custodito i tuoi codici, ne abbiamo fatto cimeli, ma sul resto, Maestro, la nostra visione si è fatta corta, quasi miope.

Se oggi tornassi tra noi, troveresti metropoli che non si reggono più solo sulla pietra, ma su invisibili flussi di dati. Il mondo sta correndo a una velocità che noi europei fatichiamo a comprendere. Guarda Singapore, che misura ogni millimetro della sua infrastruttura con sistemi di digital twin in tempo reale, ottimizzando ogni respiro della città; guarda Songdo, in Corea, costruita su un’isola artificiale dove i rifiuti spariscono nel sottosuolo attraverso una rete di tubi pneumatici; o pensa a quei progetti faraonici nel deserto, come The Line in Arabia Saudita, dove qualcuno ha osato immaginare edifici unici di 170 chilometri, una struttura a gravità zero dove il tempo non è più una variabile che ti consuma, perché ogni servizio è raggiungibile in soli cinque minuti.

Noi  Italiani, invece, ci accontentiamo di poco. Siamo ancora a pensare a città dove l’apice dell’innovazione urbana è tracciare piste ciclabili frammentate che, se siamo fortunati, durano meno di un chilometro: giusto il tempo di spendere due soldi, mettere la coscienza a posto davanti all’elettorato e fare vedere al mondo che siamo green. Siamo diventati, purtroppo, un popolo che non produce più geni come te, ma che si limita a inseguire mode globali, spesso mal copiate, peggio applicate e prive di quell’anima che tu infondevi in ogni tuo progetto. Ci accontentiamo dell’apparenza, mentre la sostanza della città — la sua logica, il suo potere, la sua geopolitica — ci sfugge di mano.

Siamo prigionieri di una miopia amministrativa che ci rende spettatori del progresso. L’imperatore Adriano ci insegnava che chi governa deve saper guardare a mille anni di distanza, eppure noi fatichiamo a guardare oltre la prossima scadenza elettorale o il prossimo titolo di giornale. Mentre nel resto del mondo si testano veicoli senza conducente, si integrano droni per la logistica e si usano intelligenze artificiali per prevedere i flussi di milioni di persone, noi in Europa siamo ancora impantanati a decidere se e come regolamentare una piattaforma di trasporti, intrappolati in una burocrazia che pesa ottanta miliardi di euro l’anno e che si diverte a mettere muri dove tu avresti aperto portali.

Serve, più che mai, un cambio di passo. Chi ha la responsabilità di guidare le nostre città deve smettere di gestire le emergenze — la sicurezza che scricchiola, la sanità che affanna, il decoro che latita — con gli occhiali polverosi del secolo scorso. Dobbiamo imparare a pensare in modo radicalmente diverso questi stessi problemi, smettendo di essere un continente che sta alla finestra a guardare la rivoluzione digitale invece di guidarla. La politica dovrebbe smettere di essere un freno e tornare a essere, come ai tuoi tempi, un architetto di visioni.

A te, Maestro, l’immaginazione di certo non mancava. Tu non ti limitavi a guardare il mondo: lo anticipavi di secoli, disegnando macchine e cieli che i tuoi contemporanei consideravano semplici follie, ma che erano già il futuro. È proprio quell’immaginazione audace che oggi manca terribilmente alle nostre città: l’incapacità di uscire dai confini stretti del presente per osare l’impossibile. È qui, in questo vuoto di visione, che ci vorresti tu: a ricordarci che senza il coraggio di sognare ciò che ancora non esiste, non potremo mai costruire la città che verrà.

E se l’immaginazione ti ha reso immortale sulla terra, immagino che lassù te la stia spassando alla grande. Sono certa che ti stai divertendo un mondo con Massimo Troisi; ti avrà finalmente conosciuto, avendoti citato e inserito in quel capolavoro immortale che è Non ci resta che piangere, e ora scommetto che ti sta insegnando a parlare napoletano e a sfidarti a scopa, tra una risata di cuore e un colpo di genio, cercando di capire se almeno in un’altra dimensione le regole doganali e burocratiche siano meno complicate che quaggiù.

Se passi di qui, Maestro, portaci un progetto per sbloccare i semafori di Roma, o meglio, quella lungimiranza che ci aiuti a non restare, ancora una volta, ancorati a un passato che, pur essendo glorioso, non deve diventare la nostra prigione.

Con ammirazione eterna

Un cittadino della città che verrà