L’equazione per la gestione dei beni culturali c’è. L’occupazione arriverà

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in foto l'Albergo dei Poveri. La riqualificazione del monumento è tra gli interventi previsti dal Recovery Plan

Vaccinazione e libertà. Era il prezzo da pagare per ricominciare a vivere. Basta lucinfondoaltunnel, basta terminologia stantia e poco incoraggiante. Che si riapra alla vita e senza messaggi angoscianti. Le giaculatorie ossessive rimangano nelle ugole delle star da talk show. Che si viva. La disoccupazione ha travolto la vita di imprenditori e professionisti ma non raccontiamoci che la vita economica, nel 2019, fosse perfetta. Due anni fa, nell’aprile 2019, la disoccupazione colpiva circa due milioni e mezzo di residenti in Italia. Alcuni cercavano un lavoro senza trovarlo e a questi si affiancavano quelli che, nella possibilità di trovare un lavoro, non credevano più. Non era il paese dei campanelli, proprio no. Molti, tra i disoccupati che le chiusure da virus hanno provocato, erano attivi nei settori della cultura ed in particolare nei settori dell’arte, dello spettacolo e della musica. Si diceva che: con la cultura non si mangia. Lo si racconti a quei 456 mila disoccupati del settore cultura. Di cultura mangiavano, dormivano, facevano le vacanze e mantenevano i figli. Quando si dice contano i fatti, il resto sono bagatelle.
Squilli di tromba, adesso la crisi economica passerà, e a guarirla saranno i soldi del Recovery Fund. Lallero, direbbero i romani. Il Recovery Fund, con ogni ossequio e rispetto, è però un debito, grande, grosso e pesante che durerà fino al 2056. La voce della politica esprime il proposito: questi soldi serviranno non solo per recuperare all’occupazione tutti quelli che in questo orribile periodo l’hanno persa, ma dovranno generare lavoro anche per tutti quelli che nel 2019 il lavoro non l’avevano. Ottimo proposito, qual è il piano.
Intervenire su una situazione endemicamente critica significa rivoluzionare modi che storicamente hanno provato di non essere quelli giusti per risolvere il problema. Inevitabilmente collegato al turismo culturale, è tutto quanto è annoverabile tra i beni culturali. Colpiti qualche anno fa da improvviso benessere dovuto a fattori multipli e variegati, anche in assenza di una visione politica che ne progettasse la fruizione e lo sviluppo, la gestione dei beni culturali, e del turismo ad essi collegato non possono oggi riproporsi con gli stessi attori che agiscono nello stesso modo di un po’ di tempo fa. Si è visto che gli improvvisati comunicatori del web, non hanno sortito poi quei risultati spettacolari in termini di interesse e di like. Era scontato: la ratatouille di iniziative web che insidiava le solitudini antivirali con decine di iniziative quotidiane sulla qualunque, era composta da volenterose artigianali imitazioni dei talk show televisivi che erano solo volenterose e artigianali perché concepite con modalità non adatte a quel genere di comunicazione. Pretendere di gestire gallerie, musei e siti archeologici con le solite modalità, quelle pre covid, non genererà nuove economie. Un antico detto di sicura efficacia recita: non si riesce in tempi di peste, figuriamoci in tempi di carestia. Se l’intento non andò a buon fine allora, figuriamoci ora che la situazione è più complicata.
Devono dunque cambiare i metodi della gestione.
Dirigere un museo, studiarne l’allestimento, graduare e calibrare la sinusoide dell’interesse da suscitare nel pubblico, progettare l’esperienza del visitatore sono attività diverse, anche per formazione, che il direttore deve indirizzare e coordinare, ma che non può realizzare da solo. In Inghilterra, in America e in tantissimi altri paesi il direttore è coadiuvato da società che si occupano degli svariati aspetti di un esposizione museale, e che forniscono soluzioni diverse, su misura. Cucite addosso, direbbe un sarto. Chagall, Michelangelo o la Venere Callipigia non possono avere lo stesso tipo d’esposizione. Le differenze si devono avvertire, sperimentare di persona, solo così si genererà emozione. Bisogna usare le tecniche
dell’interpretazione. Che non sia solo tecaconfaretto. Beni culturali ma anche occupazione. Cambiando le modalità espositive si produrrebbe lavoro per gli addetti e rinnovato interesse nei fruitori. Finalmente avrebbe un senso l’idea di far pagare un biglietto dall’importo non più simbolico. Pagare per entrare e visitare un museo, può non sembrare un grande acquisto, in particolare per gli italiani, perché la visita si risolve generalmente in una passeggiata tra cose belle. Il visitatore cui si offre un emozione, un ricordo indelebile, un esperienza da ricordare e raccontare, non ha alcuna ritrosia a pagare il biglietto. Paga per un esperienza, la vive, la ricorderà e la racconterà con entusiasmo generando interesse e voglia di sperimentare. In chi ha sufficiente cultura, ma anche in chi culturalmente strutturato non è. Indipendenza economica, libertà d’azione. Un grande paradigma valido per tutti. I ricavi possono essere investiti per pagare le professionalità che contribuiscono all’impresa. Nessun gravame per lo stato ma un virtuoso giro economico. English Heritage, Royal Palaces Agency, le famose fondazioni che amministrano strutture aperte al pubblico sono collegati alle strutture di controllo statali, ma si muovono in autonomia, mettendo a reddito beni come la Torre di Londra, le chiese storiche o qualsiasi altro bene culturale gli si affidi. Non è un fatto nuovo. Nessuna profanazione spudorata della dignità delle opere d’arte: solo creatività che lega saperi umanistici e competenze scientifiche in alcune originali sintesi. Questa è la rivoluzione: una stimolante cultura d’impresa cui ancora, in Italia, si guarda con scetticismo. L’effetto? Un boom nella creazione di ricchezza, nella competitività e nell’attrattività. Si innescherebbe, con queste pratiche, un vero e proprio circolo virtuoso: i luoghi dei talenti attraggono altri talenti. La formula vincente è dunque: Immaginazione + Cultura + Creatività = Sviluppo economico e sociale. Questo è ciò che serve. Il Bureau of Economic Analysis, il principale istituto di statistiche degli Usa, ha inserito tra i fattori del Pil anche la “creatività”. Non è un caso. L’equazione è giusta, il risultato ci sarà.