L’esordio in prosa di Achille Pignatelli: La pandemia è il nuovo anno zero

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in foto Achille Pignatelli (ph. Amanda Annucci)

di Rosina Musella

Dopo l’esordio poetico del 2019 con la raccolta “I ritorni”, Achille Pignatelli dà alle stampe il suo nuovo lavoro, entrando nel regno della prosa con il suo primo romanzo “Cronache dall’anno zero”.
Pignatelli, intervistato da noi un paio di anni fa in occasione del suo ingresso nel mondo poetico (qui), è un autore napoletano, attualmente membro dei collettivi NaDir e Sentieri Poetici, attivista dello Scugnizzo Liberato, direttore artistico della Rivista Letteraria Mosse di Seppia e da pochissimo direttore della rubrica Anteprima Poetica della casa editrice Homo Scrivens.
Il 16 aprile vedrà la luce il suo primo romanzo breve, disponibile in e-book sul sito della Homo Scrivens. “Cronache dall’anno zero” è un romanzo a cornice che si divide in due sezioni fondamentali: “Un palazzo” e “Un’ambulanza”. Il narratore del racconto è un uomo (lo stesso Pignatelli) che passeggiando per il suo quartiere si accomoda su una panchina e, nel tempo di un sigaro, accompagna i lettori nella scoperta delle vite degli abitanti del palazzo che vede di fronte a sé. Ad un tratto, però, l’arrivo di un’ambulanza lo distrae e così ci spostiamo all’interno del veicolo per origliare i racconti dell’equipaggio in servizio per il turno notturno. Con un forte senso di amarezza che accompagna l’ultima fase della sezione “Un’ambulanza”, si ritorna all’ultimo luogo del romanzo: la panchina, da cui il narratore ci saluta raccontandoci un aneddoto della sua vita legato alla pandemia.
“Ho voluto restituire uno spaccato di vita in questo epocale spartiacque che è la pandemia, che rappresenta un nuovo anno zero”, ha detto Pignatelli nel corso dell’intervista che leggete qui di seguito, in cui ci ha raccontato del suo lockdown e della stesura del romanzo.

Come ha vissuto il lockdown?
La pandemia ha causato una violenta battuta d’arresto alle mie attività. Attualmente, per fortuna, le librerie sono aperte, ma per un autore emergente non è un effettivo giovamento, perché è attraverso presentazioni e letture pubbliche che i lettori conoscono un’opera nuova e costruiscono una relazione con l’autore.
Sono però riuscito a riscoprire il mio mondo interiore e ne ho approfittato per terminare la mia seconda raccolta, che uscirà in autunno. Inoltre, ad aprile ho vissuto un’esperienza che mi ha arricchito moltissimo: con lo Scugnizzo Liberato abbiamo organizzato la distribuzione di pacchi alimentari per la città. Spesso si crede che la poesia sia distante da noi, ma non è così: il poeta si sporca le mani ed esperisce la vita come tutti.
Ritengo che la pandemia abbia permesso, non solo a me ma alla collettività, di riflettere su ciò che nella vita di tutti i giorni spesso non abbiamo modo di affrontare.

La scrittura l’ha aiutata ad affrontare il lockdown?
È stata la lettura ad aiutarmi davvero: seguire una determinata narrazione mi ha permesso di creare nella mia quotidianità una dimensione di progressione e non di stasi totale. Ad un certo punto poi è subentrata la scrittura della seconda raccolta poetica, prima, e di “Cronache dall’anno zero” e di altri progetti, dopo. Nella prima fase, però, il mio salvagente letterario è stato la lettura. Questo è il potere delle arti!

Com’è nato “Cronache dall’anno zero”?
Mio padre è autista del 118 e volontario della Croce Rossa, quindi da marzo 2020 riusciamo a vederci solo per qualche minuto ogni due settimane, quando riesce a fermarsi per poco a piazza Dante. A gennaio scorso, una delle rare volte che siamo riusciti a passare più tempo insieme, scherzosamente disse che avrei dovuto scrivere qualcosa per lui, e così ci trovammo a parlare del suo lavoro e dell’inconsistenza della retorica degli eroi. Da quella chiacchierata nacque la poesia posta in apertura delle Cronache, “Ad ogni lacrima la sua carezza”, e così mi invitò a raccogliere in un libro le testimonianze di lavoratori dell’ambiente sanitario relativamente alla pandemia.

Le storie raccontate sono reali?
Sì, per quanto romanzate sono esperienze reali. Per creare empatia con il lettore ho deciso di non fare nomi. Anche la città di Napoli viene nominata solo quando arriva l’ambulanza, che specifico essere dell’Asl Napoli 1. In tutta l’opera ho voluto dare voce a categorie di lavoratori che spesso non vengono prese in considerazione. Ad esempio, dallo scoppio dell’emergenza nessun esponente del Governo ha mai ringraziato l’equipaggio dell’ambulanza per il lavoro svolto, quando è invece fondamentale. Similmente per i lavoratori del mondo della cultura che non vengono neanche considerati lavoratori.

Cosa ha scoperto di sé come autore, approcciandosi alla prosa?
Ho seguito un percorso poetico preciso, sperimentando molto, e credo che quella sia la mia forma d’espressione principale. Scrivendo le Cronache, però, ho scoperto un nuovo metodo e una diversa costanza nella scrittura. Non nascondo sia stato un percorso emotivamente molto sofferto, perché ascoltare più volte le testimonianze raccolte mi ha spesso travolto con ondate di malinconia e sofferenza. Dopo, però, trasformando le testimonianze in racconti, sono riuscito a filtrarne l’emotività interpretandole secondo quello che volevo comunicassero.