L’esperto: “Encefalopatia epatica si combatte così”

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Roma, 27 feb. (AdnKronos Salute) – “L’encefalopatia epatica è una condizione clinica complessa, molto debilitante, che richiede un approccio multidisciplinare. E’ caratterizzata da sintomi neuropsichiatrici che si manifestano in concomitanza a insufficienza epatica acuta o cronica. Ha un grande impatto sulla vita di chi ne è affetto e sulle famiglie dei pazienti: gli episodi sono debilitanti, spesso improvvisi, minano l’autosufficienza del paziente e richiedono ospedalizzazione ed elevati costi sanitari. Ma è possibile mettere in campo la profilassi per ridurre disturbi e ricoveri”. Lo assicura Ferruccio Bonino, ordinario di Gastroenterologia all’università di Pisa e senior researcher dell’Istituto di biostrutture e bioimmagini (Ibb) del Cnr.

“Circa il 20% dei pazienti affetti da cirrosi epatica ospedalizzati in Italia – ricorda – presentano encefalopatia epatica e quasi il 40% dei pazienti ricoverati lo saranno nuovamente entro un anno per cause correlate all’encefalopatia. I fattori precipitanti sono innanzitutto lo scompenso della cirrosi epatica, l’introduzione massiva di sostanze proteiche e soprattutto la composizione del microbiota intestinale, che favorisce l’assorbimento dei prodotti del metabolismo proteico e l’aumento dell’ammonio, fortemente implicato nella genesi dell’encefalopatia. L’American Association for the Study of Liver Diseases e la European Association of the Study of the Liver raccomandano un trattamento profilattico dopo la risoluzione di un episodio di encefalopatia conclamata, per ridurre il rischio di recidive”.

“La profilassi comporta, oltre che attenzioni dietologiche – descrive Bonino – il mantenimento dell’equilibrio del microbiota intestinale in modo da evitare il fenomeno encefalopatico. Questo si ottiene somministrando per esempio dei disaccaridi, che eliminano parte dell’ammonio, o con la modifica del microbiota attraverso antibiotici non assorbibili che svolgono la loro funzione solo nel tratto intestinale”.

“In particolare la rifaximina – precisa l’esperto – un antibiotico di grande valore perché appunto non viene assorbito, non ha effetti collaterali e può essere somministrato a periodi alternati, una settimana ogni 4 ad esempio, riducendo fino al 60% le recidive. Con un risparmio che il sistema sanitario inglese ha stimato in circa 6.000 euro a paziente. E c’è anche un miglioramento della qualità di vita: sono state misurate performance molto pragmatiche come la capacità di guida e si è visto che il trattamento profilattico migliora nettamente la performance psicologica, intellettiva e operativa del paziente”.