Letizia Cariello: l’arte ‘oltre i confini del noto’

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in foto Ritratto di Letizia Cariello, courtesy l’artista

L’occhio di Leone, ideato dall’artista Giuseppe Leone, è un osservatorio sull’arte visiva che, attraverso gli scritti di critici ed operatori culturali, vuole offrire una lettura di quel che accade nel mondo dell’arte avanzando proposte e svolgendo indagini e analisi di rilievo nazionale e internazionale.

di Azzurra Immediato e Marco Tagliafierro

Il fil rouge come elemento di conduzione ideale ed ontologico in grado di tradursi, nelle sapienti mani di Letizia Cariello in opera, in indagine precipua che, a partire dalla cromia ha poi sviluppato un intenso e profondo dialogo tra l’interiorità e lo spazio mondano, solco entro cui la tensione verso la Bellezza ha assunto un significato pregnante, filosofico e tangibile. In tale sfera si è avviata una costruzione metafisica che l’artista ha traslato in materia, narrazione allegorica sino a trovare assonanza alchemica nella fisica quantistica e non solo. Un percorso amplissimo, certamente complesso ed affascinante che abbiamo deciso di esplorare insieme a lei per ilDenaro.it.

Marco Tagliafierro: Quale teoria del colore ha funto da riferimento per l’individuazione del rosso come colore costante nella tua produzione?
Letizia Cariello: In verità, nonostante queste teorie del colore mi siano presenti, insieme ad altre come quelle di Wittgenstein oppure degli intellettuali della Bauhaus, il rosso si è autopresentato nel mio lavoro come una presenza che si è imposta e manifestata in un modo talmente veloce e perentorio che non ho potuto fare altro che prenderne atto. Si è manifestato nell’azione di costruzione e di visione e oggi credo che si sia trattato di un percorso che muove da una cognizione acquisita (le teorie), per giungere alla sua espressione arrivando da territori profondi e lontani. Oggi penso sempre più alle sfere sottili. Non temo di esprimere questo convincimento perché vedo le sfere sottili come attinenti al campo energetico. Penso non solo alla Fisica quantistica o alle frontiere della biologia più matura (l’ autopresentazione è un bellissimo principio scientifico definito da Adolf Portmann a proposito della forma nel mondo vegetale). Penso anche alle intuizioni scientifiche e non manichee di Hildegard von Bingen, capace di musica, medicina, mistica e pittura. Dunque il rosso per me è una necessità e non viene da una decisione a priori. Potrei dire che rappresenta il valore della fiducia in un messaggio che giunge dall’ intuizione e che nulla toglie alla disciplina o alla consapevolezza concettuale. Al contrario tutto aggiunge perché mi rassicura da un autobiografismo celebrativo che non avrebbe alcun senso nell’ambito di una dimensione di vita. Di fatto per me questa è la mia postura di lavoro: una creatività che sia densa di cuore. Ne consegue che tante delle osservazioni che mi giungono da chi incontra la forza e la nettezza antica di questo rosso, sono riconosciute come vere anche se nuove e sono garanzia di larghezza e forza del progetto creativo. Dante scriveva: “fammi del tuo valor sì fatto vaso” (Divina Commedia, Paradiso, Canto I). Parlava ad Apollo dio della bellezza, chiedendogli aiuto). Dante chiede di essere svuotato per condurre come un filo elettrico una potente energia che prende forma nella sua opera e grazie al suo lavoro.

Marco Tagliafierro: Ricongiungere ambiti e oggetti diversi tra loro ha il significato di costruire legami impossibili e rimarginare ferite profonde?
Letizia Cariello: Si ha davvero questo significato e questa intenzione. Come una pulsione a ricostruire, rimarginare, rimettere insieme. Un po’ quello che fa costantemente la vita e lo vediamo nella natura. Non c’è niente di rotto che la natura non corra ad aggiustare. Io lo faccio barcamenandomi fra il comico e l’ossessivo. C’è molto di comico in questo correre continuamente a legare, aggiustare mettere in dialogo tessere. Perché è una missione impossibile ed evidentemente sproporzionata rispetto alle mie dimensioni. Ma è un’ insaziabile sete di bellezza e un bisogno costante di frequentare la vita oltre i confini del noto. La base di tutto questo sta nel disegno come disciplina e metodo e in una spietata continua insistenza.

Azzurra Immediato: “Sei tu stesso che puoi lanciare l’istante. Ciò è visibile agli occhi di tutti, ma loro non lo vedono.” Una sua citazione che, scritta su carta, delinea in modo precipuo il concetto di istante visibile\pensiero invisibile. Ci racconti questa affascinante diarchia e come essa entra nella sua epifania artistica.
Letizia Cariello: si tratta di un proposito interiore che è venuto delineandosi nel tempo come una necessità man mano che approfondivo la pratica dello spazio interiore in sincronia con l’esercizio della mano. In effetti rendere visibili le immagini che affiorano nello spazio del profondo richiede una sorta di assenza temporanea, più vicina al momento di un lampo o allo scoccare di una freccia. Nell’istante in cui percepisco che l’immagine affiora da altri spazi ed altri tempi devo essere pronta ad agire veloce precisa e capace. Devo saper disegnare perfettamente devo avere una percezione netta dello scatto giusto dell’obbiettivo che da quel preciso sverlarsi monopolizza. La pratica delle arti visive, che per me è sempre più nettamente la visione tridimensionale (scultorea ed architettonica, man mano che la mia ricerca procede) è difficile. Ci sono due dimensioni apparentemente antitetiche, materia e pensiero, che restano antitetiche fino a quando non si diviene capaci di fare un passo di lato, lasciando che sia una specie di sospensione a muovere l’azione. Per fare questo bisogna rinunciare all’autobiografismo immaturo che si vede in tanta produzione. La chiarezza e la lucidità di una forma e di un pensiero appartiene ad una dimensione senza tempo che abbiamo ereditato da Fidia. Dunque lanciare l’istante significa accedere, per sommo esercizio e identica disciplina ad un tempo altro, che non è, per un momento non misurabile, il fluire illusorio in cui si crede di vivere. Si tratta di saper muovere un gesto ed è quello che ha fatto Lucio Fontana ed è anche quello che fa chi sa quando dare l’affondo in una battaglia di scherma; scrivere una nota di uno spartito musicale; dare al cavallo il segno che è ora di saltare. Dunque tanta, tanta, tanta pratica per aprire i canali di percezione interiore. Purezza, Armonia, Disciplina. E’ la difficile via della Bellezza, tanto vituperata per un banale fraintendimento del concetto di estetica, estetizzante… astruso…. Concettuale e così via… In effetti Spazio interno e spazio esterno, pensiero invisibile (ma la fisica quantistica ha già svelato che gli orizzonti sono ben altri) e istante visibile sono porte necessarie a chiunque scelga di alzare il mento e guardare più lontano.

Azzurra Immediato: È protagonista di ‘Cascina I.D.E.A.’ il progetto ideato da Nicoletta Rusconi, nelle campagne novaresi, ove attuare la volontà di riportare gli artisti ad indagare, in un luogo dall’allure bucolica, un inusitato legame con la Natura. Nell’alveo di tale progetto, in che modo lei è intervenuta e quale è stato il risultato di tale incursione nella commistione tra Natura ed architettura preesistente?
Letizia Cariello: La mia opera a Cascina I.D.E.A. si chiama “Musica delle sfere celesti” è già nel titolo c’è una dichiarazione di intenti o, meglio, la presa di atto di un legame profondo e primigenio fra l’uomo e la natura. In verità trovo che sia un grande errore definire l’uomo in antitesi a ciò in cui egli è immerso e di cui fa parte. Come diceva Einstein, viviamo nell’illusione di poter guardare da fuori ciò in cui siamo immersi. Ci culliamo nella ipotesi infantile di poterci tirare fuori a nostro piacimento per vedere in modo oggettivo. Se invece aprissimo ogni dispositivo di ascolto partendo dalla verità del nostro essere paesaggio, i risultati sarebbero empatici ed andrebbero oltre le nostre capacità individuali. Lo vediamo in ricerche polmonari come quella di Leonardo o come quelle dei grandi architetti, da Borromini (un grandissimo) a Michelangelo. Dunque ho osservato la casa un giorno con Nicoletta ed ho sentito la vita e le voci delle famiglie che lì dentro cercavano una possibile condizione di vita. Giorno e notte. Ho lavorato sulla architettura preesistente e “tirato giù le linee”, come si dice in gergo, nella pratica del disegno, continuando scansioni e volumi preesistenti e seguendo un concetto musicale di armonia. Musica ed architettura hanno in comune il ritmo e l’uso delle proporzioni. Sono tutte frazioni e tutto si può esprimere con dei numeri uno sopra l’altro. Ho fatto questo e poi ho aggiunto il Calendario lapidario come una luna che fosse scesa dall’alto portando agli uomini di ieri e di domani ( gli artisti che abiteranno quelle stanze) un tempo astrale eterno e continuo. Infatti, sul disco sono incise le iniziali dei giorni della settimana ed i numeri delle date corrispondenti. Prima scritti a matita e poi incisi a scalpello. La relazione con la natura si riversa come un fluido nel disegno geometrico che è il contributo dell’uomo. I castori fanno le dighe, noi disegniamo. Leon Battista Alberti, la sezione aurea di Piero della Francesca,la geometria metafisica, gli alberi da cui è partito Mondrian per arrivare al suo Boogie Woggie… ho fatto questo τὰμετὰτὰϕυσικά (metafisica).

È dunque nel baluginio dell’istante, nella ricerca di armonie ancestrali che le opere di Letizia Cariello si impaginano nello spazio del reale, gemmando una metafisica rara, nella quale la valenza astraente riconosce nel non ancora noto il quid di una presupposizione d’altera definizione. È forse nel primigenio furor che va svelata l’intuizione dell’artista, il valore segnico e semantico del suo gesto, della relazione cromatica tra gli abissi dell’interiorità ed il riflesso del mondo reale, ovvero lo spazio abitato dai suoi lavori, da quella traduzione tridimensionale che nell’antitesi ha trovato la tesi, quasi si trattasse di generare una sorta di sintesi a priori, di viaggio agile nel tempo e nello spazio, nell’altro da sé, dell’hic et nunc. Nella rappresentazione e nella mutazione delle forme di pensiero – personali ma, invero, universali – che Letizia Cariello trasla mediante la sua arte, la scoperta dell’astante risiede nella capacità di lasciar affiorare quel che appare – per ossimoro – invisibile, come accade nell’opera Gate#0Bocconi, lavoro di pubblicazione inedita, realizzato per il nuovo Campus Bocconi di Milano, nel 2020, in collaborazione con la Galleria Massimo Minini e di cui, qui, vi mostriamo alcuni scatti.

in foto – Letizia Cariello per Cascina I.D.E.A. Nicoletta Rusconi Art Projects: Musica delle sfere celesti, ©Ph.Studio Abruzzese
in foto – Gate#0Bocconi, 2020, chiodi di acciaio e tessitura di lana su disegno, installazione site specific, nuovo Campus Bocconi Milano, 220x300x4, courtesy l’artista e Galleria Massimi Minini Brescia
in foto – Gate#0Bocconi, dettaglio, 2020, chiodi di acciaio e tessitura di lana su disegno, installazione site specific, nuovo Campus Bocconi Milano, 220x300x4 , courtesy l’artista