Libri, in “Emersioni” le schegge poetiche di Carolina Cigala

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In foto Carolina Cigala alla presentazione del libro con Aldo Gerbino, Nicola Macaione, Nicola Romano e Sergio Fermariello presso la libreria Macaione in Palermo.

Un’emersione è tanto più vertiginosa quanto più è gravoso il fondo da cui proviene, ed è tanto più liberatoria quanto più era incatenata al vivere quotidiano. Emergere significa, dunque, strapparsi di dosso i pesi dell’immersione, con la conseguenza immediata di ritrovarsi a respirare ad alta quota, là dove l’aria è rarefatta e gli orientamenti sono precari. Di qui l’inaspettato desiderio di riappropriarsi delle proprie certezze, del prevedibile che rassicura, ma al prezzo di chiudere ogni varco verso il proprio cielo.
L’anima del poeta è abitata da questo bilico insormontabile che – nel linguaggio di Hölderlin – è la condizione di “pena” di chi vive diffratto tra cielo e terra.
Tuttavia c’è un’anima che osa tentare l’emersione nonostante sia consapevole del rischio che corre chi abbandona la concretezza della terra. “Vienimi incontro assenza./Guardami/sono qui/invisibile”. È un’anima ribelle le cui ali assumono le forme della metafora, dell’implicito e del silenzio che s’incunea tra due parole per darne respiro e sorpresa: “Si scioglie il ghiaccio dell’abbandono./Sul telo del perdono zampilli/sotto spilli./Affinché resti qualcosa”.
“Bello è il rischio”, diceva Platone riferendosi alla credenza nell’immortalità dell’anima, e qui – a proposito della poesia – la bellezza del rischio va riscontrata proprio nell’ebbrezza di chi osa volare senza appigli e senza regole che non siano – come ha tenacemente sostenuto Valéry – quelle stesse che ciascuno s’impone.
La silloge di Carolina Cigala – sopra evocata attraverso due autentiche schegge, che sono la forma stessa con cui la poetessa forgia le proprie ispirazioni – si affaccia sulle sporgenze di una parete arrischiata, ma è emblema d’una scelta che va ben oltre la divisione tra confini. Qui il rischio non è tanto quello di volare al di là della terra fino al suo oblio, bensì quello di restare in volo nella consapevolezza che la terra ne è stata la rampa di lancio e ne è, pur sempre, la forza gravitazionale. “Vienimi incontro assenza./Guardami/sono qui/invisibile”.
E se è vero che ogni poeta ha i suoi autori di riferimento, gli autori di Carolina Cigala sono il vento di libeccio o di tramontana, la terra umida o secca, il mare quieto o in tempesta, insomma la multiformità della natura come specchio di un’anima che non conosce altra identità che l’irrequietezza ma, per ciò stesso, che non smette di desiderare il sogno come linfa velata d’amore: “Corri istinto su linee vulnerabili al caso/fame di mete nel sarcofago del compimento./ Un tronco arena la regalità del mare/un argano ripone il sudario del destino”.
Da questo punto di vista, le “Emersioni” sono i sentieri che dalla terra rincorrono il cielo in cerca d’uno spazio-tempo letteralmente trascendentale, e cioè capace di collocarsi al di là del suo termine di riferimento senza tuttavia potersene disfare: “Sei un fiore/tana di fragilità/petali di insieme./Ti saggio ti odoro ti accarezzo/notte di mille notti e un risveglio impossibile”. È appunto all’interno di questa tensione dialettica che il rischio d’una ritornata immersione conferisce potenza all’emersione e se ne fa bellezza: ”Occhi come campi unghiati/di zolle appena smosse/che si appianano nelle pause/e oscillano nella scoperta./Cresce azzurro, nei tuoi occhi”.

Giuseppe Modica