Libri, “Io non voglio uscire”: Anna De Santis racconta l’accettazione delle diversità

69

di Anita Curci

Io non voglio uscire di Anna De Santis, Giuseppe de Nicola Editore, è il racconto del percorso, attraverso pagine di storie vere, che ha portato Martina a diventare Manuel e dell’infruttuoso e ostinato tentativo di sua madre di impedirglielo. Un cammino a ostacoli, una guerra durata anni. Questo e altro in un romanzo imprevedibile, ambasciatore di un messaggio di accettazione delle diversità, specchio di un’esperienza umana e sociale.

Anna, partiamo dal titolo, cosa vuol significare?

“Durante il Covid eravamo costretti in casa. Per la maggior parte delle persone fu una sofferenza, ma per me rappresentò la tranquillità. Per la prima volta da anni avevo tempo libero dal lavoro, la famiglia al sicuro in casa e i problemi e le paure legate alla transizione di mio figlio rimandati e cristallizzati in un tempo surreale. Restare a casa, per me, fu come riprendere fiato dopo anni di corse”.

Il libro affronta un tema complesso e delicato. Ce ne parla?

“La disforia di genere è un tema decisamente complesso. Il mio errore è stato affrontarlo senza effettiva conoscenza. La paura dell’ignoto mi faceva credere che fosse solo una scelta scellerata e autodistruttiva. Solo l’amore incondizionato per mio figlio mi ha posto di fronte alla necessità di comprendere e informarmi. Quello che ho imparato da lui è che il doloroso disagio provocato dall’incongruenza tra sesso assegnato alla nascita e genere cui si sente di appartenere è molto più pericoloso e insopportabile di qualsiasi cosa io temessi. Il disagio psicofisico, già di per sé grave e spesso invalidante, è reso ancora più complicato da stigmi sociali ancora lontani dall’essere superati. Non sentirsi allineati alle aspettative della società, crea una sofferenza ingestibile che non ha altre via d’uscita se non il percorso di riappropriazione di genere”.

Lei affronta anche la “questione” genitore che, in casi come questo, svolge un ruolo determinante.

“Certo, il sostegno dei genitori è fondamentale. Pagherei tutto l’oro del mondo per poter tornare indietro e camminare al fianco di mio figlio fin dall’inizio. Purtroppo non l’ho fatto, e non smetterò mai di sentirmi in colpa per questo. Però ho cercato di recuperare, impegnandomi in prima persona a parlare di questo argomento, spiegando, raccontando, condividendo le mie paure, il mio dolore, il mio amore infinito. Lo farò finché avrò fiato, nella speranza che di disforia di genere si parli con rispetto e con competenza, non più con pregiudizi e con ‘ignoranza’, nel senso latino del termine”.

Qual è, invece, il ruolo della società o quale dovrebbe essere?

“Nella mia personale esperienza, devo dire che negli anni ho visto cambiare molte cose. Nei primi anni, quando mio figlio era al liceo, di certi argomenti non si poteva neanche parlare. Recentemente, in quello stesso liceo, sono stata invitata a condividere la mia esperienza con gli studenti durante un progetto di approfondimento proprio sulla disforia di genere. È stato un gran passo avanti. In generale, penso che basterebbe il rispetto e l’assenza di giudizio, ma so che per ora è un’utopia”.

Quanto è stato difficile scrivere un romanzo partendo da un’esperienza personale e dove ha portato?

“Non è stato difficile, è stato doloroso. Ripercorrere tutto, ogni volta, ad ogni lettura, ad ogni correzione… faceva male, fa male, probabilmente farà sempre male. Tuttavia è stato un percorso necessario che mi ha consentito di fare chiarezza dentro di me”.

Perché ha scritto questo libro?

“Durante il lockdown, avevo tanto tempo libero e scrivere è una mia grande passione. Cominciai così, senza una meta precisa. Volevo solo mettere in ordine i pensieri, quasi raccontarlo a me stessa come facevo da ragazza nel diario segreto, quando intorno a me tutto si faceva complicato. Più il dolore scorreva sulle pagine e più mi sentivo leggera. Allora pensai che quelle parole, quella esperienza poteva servire ad altri, magari a spianare un pochino la strada a chi si trovava a dover affrontare il nostro stesso terremoto”.

La pubblicazione ha soddisfatto le sue aspettative?

“Non sono una scrittrice di professione e quindi non avevo aspettative in termini di numeri, ma sono molto contenta di quello che questo libro mi ha permesso di fare: parlare ai ragazzi, al liceo, all’università, alle persone che mi hanno ascoltata con interesse e spesso commozione. Spero di aver contribuito a fare almeno un po’ di chiarezza. Sono certa che la conoscenza possa arginare i pregiudizi e spero che la condivisione della mia esperienza, in qualche modo, possa aver ispirato riflessioni”.