di Nico Pirozzi
Se, nonostante le bizzarrie di un Presidente totalmente inadeguato al ruolo che ricopre, siete ancora convinti che il migliore e più consolidato modello di democrazia esistente al mondo sia quello a stelle e strisce, avete di che ricredervi dopo aver letto il saggio di Tony Quattrone “La resa dei conti” (Amazon Italia, 2026, pp. 88, € 9,46).
Quello che descrive l’analista politico italo-statunitense (già rappresentante del Democratic Party in Italia, nonché autore e conduttore del podcast “La politica americana vista da Houston”) non è il Paese descritto, quasi duecento anni fa, da Alexis de Tocqueville, ma nemmeno la Russia di Putin o la Cina di Xi Jinping. È semmai un Paese dove le eguaglianze continuano ad essere una chimera; dove il voto (se analizzato in una prospettiva globale) più che un diritto è un percorso ad ostacoli, le cui cause vanno ricercate in un sistema elettorale frammentato; dove la partecipazione alla vita politica (assimilabile alla nostra idea di partito) è un concetto più astratto che reale; dove la “tirannia della maggioranza” (la stessa stigmatizzata due secoli fa dall’autore del trattato “La democrazia in America”) continua ad essere il maggior rischio per la democrazia. Quella vera, ovviamente.
Stando così le cose, più che una democrazia, quella statunitense appare una “strana” e soprattutto “fragile” democrazia, regolata da un sistema di pesi e contrappesi (politici). In questa prospettiva, particolare importanza rivestono le consultazioni politiche che si tengono a metà del mandato presidenziale: le cosiddette elezioni di “Midterm” a seguito delle quali si rinnovano tutti i seggi della Camera dei rappresentanti, un terzo di quelli del Senato e la maggior parte delle cariche esecutive dei singoli stati federati a partire dai governato. Elezioni che sono anche al centro del ragionamento dell’autore de “La resa dei conti”.
Per comprendere la politica americana contemporanea – spiega Quattrone – è necessario andare oltre la rappresentazione semplificata di due blocchi contrapposti. Democratici e Repubblicani sono solo i contenitori principali di una serie di variabili economiche e sociali (armi, immigrazione, diritti civili… e tanto altro ancora), che non sempre convergono in un unico “contenitore”.
In questa logica, variazioni minime, supportate da piccoli gruppi d’interesse, non necessariamente identificabili come Repubblicani o Democratici, possono determinare l’assegnazione di un seggio e quindi contribuire in modo determinante alla creazione di una maggioranza della Camera. «In un Congresso – aggiunge Quattrone – dove pochi seggi determinano la maggioranza». Una maggioranza che, nel prossimo mese di novembre, potrebbe ridimensionare, e non di poco, lo strapotere del nuovo e improbabile re delle Americhe.
Quello che descrive l’analista politico italo-statunitense (già rappresentante del Democratic Party in Italia, nonché autore e conduttore del podcast “La politica americana vista da Houston”) non è il Paese descritto, quasi duecento anni fa, da Alexis de Tocqueville, ma nemmeno la Russia di Putin o la Cina di Xi Jinping. È semmai un Paese dove le eguaglianze continuano ad essere una chimera; dove il voto (se analizzato in una prospettiva globale) più che un diritto è un percorso ad ostacoli, le cui cause vanno ricercate in un sistema elettorale frammentato; dove la partecipazione alla vita politica (assimilabile alla nostra idea di partito) è un concetto più astratto che reale; dove la “tirannia della maggioranza” (la stessa stigmatizzata due secoli fa dall’autore del trattato “La democrazia in America”) continua ad essere il maggior rischio per la democrazia. Quella vera, ovviamente.
Stando così le cose, più che una democrazia, quella statunitense appare una “strana” e soprattutto “fragile” democrazia, regolata da un sistema di pesi e contrappesi (politici). In questa prospettiva, particolare importanza rivestono le consultazioni politiche che si tengono a metà del mandato presidenziale: le cosiddette elezioni di “Midterm” a seguito delle quali si rinnovano tutti i seggi della Camera dei rappresentanti, un terzo di quelli del Senato e la maggior parte delle cariche esecutive dei singoli stati federati a partire dai governato. Elezioni che sono anche al centro del ragionamento dell’autore de “La resa dei conti”.
Per comprendere la politica americana contemporanea – spiega Quattrone – è necessario andare oltre la rappresentazione semplificata di due blocchi contrapposti. Democratici e Repubblicani sono solo i contenitori principali di una serie di variabili economiche e sociali (armi, immigrazione, diritti civili… e tanto altro ancora), che non sempre convergono in un unico “contenitore”.
In questa logica, variazioni minime, supportate da piccoli gruppi d’interesse, non necessariamente identificabili come Repubblicani o Democratici, possono determinare l’assegnazione di un seggio e quindi contribuire in modo determinante alla creazione di una maggioranza della Camera. «In un Congresso – aggiunge Quattrone – dove pochi seggi determinano la maggioranza». Una maggioranza che, nel prossimo mese di novembre, potrebbe ridimensionare, e non di poco, lo strapotere del nuovo e improbabile re delle Americhe.






































