Lillo Garlisi, ‘passione e competenze tecniche per diventare editore’

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Milano, 23 set. (Labitalia) – “Diventare editori? Non esiste un percorso standard, e tanto meno un percorso giusto. Sicuramente alla base è necessaria una forte dose di passione per il settore. Quello che spesso viene sottovalutato è che accanto alla passione è utile avere (o mettere in conto di acquisire) una buona dose di competenze tecniche: la filiera che va dalla progettazione di un catalogo editoriale e che porta alla libreria e al lettore è lunga e articolata”.

Così in un’intervista all’Adnkronos/Labitalia Lillo Garlisi, classe 1960, siciliano che vive a Milano da 40 anni, è uno di quelli che ama dire che ‘fa cose’. In realtà la sua attività primaria è quella di editore nel settore librario. E in questa veste ha fondato e tutt’ora dirige diversi marchi: Zolfo che opera nel campo della saggistica di impegno civile; Laurana, con focus sulla narrativa italiana ma che ha progressivamente generato diverse altre collane; Novecento Editore, che ha come campo di azione soprattutto l’editoria professionale (e dintorni).

“L’editore – spiega – non scrive i libri, non li corregge, non li impagina, non li stampa, non li porta nelle librerie, non li vende. Ma fa sì che tutto questo possa accadere. Con rispetto per la sacralità della musica, assomiglia più a un direttore d’orchestra che a un suonatore di violino o di clarinetto, per dire”.

“Personalmente – racconta – ho alle spalle studi economici e un lungo percorso manageriale nel mondo dell’editoria professionale. Questo mi ha aiutato soprattutto per la necessaria parte razionale che è fondamentale, per svolgere con una qualche efficacia questo mestiere. Nulla è la passione se non viene imbrigliata all’interno di categorie di azione fatte di passaggi logici e strettamente coerenti”.

“Il primo ostacolo e la prima difficoltà – sottolinea Lillo Garlisi – sono il credere (o il convincersi) che possa bastare avere un buon libro per ottenere un buon risultato. Non è detto che un buon libro venda tanto, così come, al contrario, non è detto che un libro che vende tanto sia un buon libro”.

“Siamo in un periodo storico – fa notare – in cui più che mai i piccoli marchi editoriali sono schiacciati (soprattutto a valle, nella filiera distributiva) dai grandi gruppi. Questo meccanismo diventa sempre più forte nei periodi di crisi, come quello che stiamo vivendo, e di tendenziale contrazione dei consumi. Se a questo si aggiunge un fenomeno di sovraproduzione (circa 65.000 nuovi titoli ogni anno!) si capisce come la battaglia per gli spazi e la visibilità (negli scaffali e sui banconi delle librerie, nei giornali per le recensioni, ecc.) sia aspra”.

“Ai giovani – dice – suggerisce che forse sarebbe più proficuo valutare una iniziativa nel settore food piuttosto che nell’editoria. In realtà darei due consigli sensati. Il primo è quello di scegliersi bene una nicchia di interesse. Non perseguire insomma il disegno di avere libri che vanno bene per tutti. Il mercato è fatto di segmenti e a ognuno di questi va offerto un prodotto adeguato. E poi mettere in conto tanta pazienza, tanto lavoro, tanta voglia di ascoltare e di imparare”.