L’importanza di ciò che la natura ci aveva insegnato (e che noi abbiamo dimenticato)

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(foto da Pixabay)

Tra il 1961 e i giorni nostri, dal bel mezzo della espansione economica del secondo dopoguerra alla globalizzazione degli anni 2000, il carico umano sulla natura è aumentato di circa 2,5 volte in termini di popolazione e di 7 volte se misurato con il PIL a prezzi costanti. Al peso demografico ed economico va sommata la ponderosità della tecnologia accompagnata da una super-specializzazione esagerata. La corsa che si vorrebbe fosse infinita per la quantità a scapito della qualità va incontro al limite della biosfera che gravata di un fardello eccessivo non riuscirebbe più a sostenerci. È allora indispensabile far salire l’economia sulla bilancia ambientale per una valutazione qualitativa di conformità delle iniziative umane alla salvaguardia della natura.
Trascurando la conversazione con la natura per concentrare l’attenzione su tutto ciò che può recare benefici personali, gli esseri umani si sono dati battaglia per l’accaparramento delle risorse naturali. L’assenza di mutua collaborazione per una visione condivisa della ripartizione e dell’uso delle risorse a salvaguardia dell’ambiente naturale ha ristretto il ventaglio delle opportunità che la natura offre alla comunità umana. Da tanto tempo abbiamo dimenticato – già lo sottolineava Adam Smith nella sua Teoria dei sentimenti morali– ciò che la natura ci aveva insegnato, cioè che “come la prosperità di due era preferibile a quella di uno, quella di molti, o di tutti, deve esserlo infinitamente di più”.

piero.formica@gmail.com