di Giovanni Di Trapani
Lo sport italiano non è più soltanto competizione, spettacolo o partecipazione sociale. È una filiera economica complessa, capace di attivare occupazione, consumi, turismo, comunicazione, infrastrutture e servizi professionali. Eppure, mentre il settore cresce per dimensione e rilevanza, la sua architettura manageriale resta spesso incompleta. È questa la contraddizione emersa nell’incontro “Le nuove esigenze contrattuali del manager sportivo”, promosso a Napoli da Manageritalia Campania.
Il punto, come ha evidenziato Ferdinando Chianese, project leader nazionale della mozione “Crescita sostenibile ed economia dei servizi”, non riguarda soltanto la forma giuridica del rapporto di lavoro. Riguarda la capacità del sistema sportivo di riconoscere, organizzare e remunerare competenze decisive per la sostenibilità economica di società, federazioni ed eventi. Il manager sportivo governa budget, persone, sponsor, piattaforme digitali, relazioni istituzionali, reputazione e processi ad alta intensità informativa. Non è più una figura accessoria: è una componente della produttività del settore. I dati richiamati durante il confronto restituiscono la scala del fenomeno. Lo sport genera decine di miliardi di euro di valore aggiunto e coinvolge centinaia di migliaia di lavoratori, ma continua a presentare frammentazione organizzativa, limitata capacità di pianificazione pluriennale e una debole separazione tra proprietà e gestione. In termini macroeconomici, il problema non è soltanto quanto il sistema produce, ma quanto riesce a trasformare risorse e consenso in capitale durevole: infrastrutture, competenze, innovazione, occupazione qualificata e valore territoriale. L’intervento del segretario generale di Manageritalia, ha collocato il tema nelle trasformazioni del terziario. Anche nello sport la crescita quantitativa non coincide automaticamente con l’aumento della produttività. Dove mancano processi decisionali strutturati, indicatori verificabili, responsabilità definite e capacità di investimento, i ricavi possono aumentare senza rafforzare l’organizzazione. È il rischio di un settore economicamente dinamico ma istituzionalmente fragile.
Da quanto è emerso diviene centrale la managerialità. Non come sovrastruttura burocratica, ma come tecnologia organizzativa capace di coordinare interessi differenti e orizzonti temporali spesso conflittuali. Il risultato sportivo tende al breve periodo; la costruzione di un vivaio, di un impianto, di un marchio o di una comunità richiede continuità e programmazione. Il manager deve ricomporre questa distanza, trasformando l’urgenza della prestazione in una strategia di medio-lungo termine. La digitalizzazione aggiunge un ulteriore livello di complessità. Roberto Venturini ha descritto il passaggio verso il “manager aumentato”, capace di utilizzare dati e intelligenza artificiale per supportare analisi, marketing, scouting, pianificazione degli eventi e relazioni con gli stakeholder. Ma l’innovazione produce valore soltanto quando è accompagnata da cultura organizzativa, qualità dei dati e responsabilità umana. Senza governance, anche l’intelligenza artificiale rischia di accelerare processi inefficienti invece di migliorarli. Gli interventi di Marco Arpino e Antimo Di Lorenzo hanno riportato l’attenzione sulla qualificazione professionale e sulle tutele. La crescita delle responsabilità non può convivere indefinitamente con ruoli incerti, percorsi formativi disomogenei e rapporti contrattuali costruiti caso per caso. Il tema riguarda stabilità, previdenza, formazione continua, autonomia decisionale, assicurazione dei rischi e sostenibilità personale.
La questione supera dunque il perimetro dello sport e riguarda il modello di sviluppo del Paese. Un’economia dei servizi avanzata non si misura soltanto dal numero delle attività generate, ma dalla qualità del capitale umano che riesce a mobilitare e trattenere. Se lo sport vuole consolidarsi come industria, deve riconoscere la managerialità come investimento produttivo. Perché senza competenze, responsabilità e tutele adeguate, anche un settore ricco di passione, pubblico e risorse rischia di restare povero di organizzazione.





































