L’inquietudine e i topoi dell’anima: Gregory Crewdson con “Eveningside” ai Chiostri di San Pietro

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in foto Gregory Crewdson, The Lounge, Eveningside, 2020-2021 © Gregory Crewdson

Gregory Crewdson torna in Italia con una retrospettiva attesissima, a cura di Jean-Charles Vergne, presso i Chiostri di San Pietro a Reggio Emilia  dal 10 ottobre 2026 al 17 gennaio 2027. Promossa dalla Fondazione Palazzo Magnani, “Eveningside”  è il capitolo finale dell’ intensa trilogia fotografica creata nell’arco di un decennio che comprende le precedenti e celebri serie “Cathedral of the Pines” (2012-2014) e “An Eclipse of Moths” (2018-2019). I protagonisti dei primi due capitoli sono stati scenari post-industriali desolati e foreste avvolte da un’aura misteriosa mentre la produzione dell’ultima serie si concentra sulla quotidianità urbana e sui luoghi al confine con la città.  In questo ultimo progetto Crewdson ha deciso di procedere con una scelta precisa, quella di utilizzare il bianco e nero contrariamente a quanto fatto invece con i suoi lavori precedenti. Tale preferenza, che si connette probabilmente alle influenze della fotografia documentaria classica di Walker Evan e Diane Arbus, si sposa con l’obiettivo di “raffreddare” la realtà rendendo la natura, le strade e i sobborghi americani, sbiaditi, atemporali, quasi spettrali. L’artista è stato profondamente influenzato anche dalla fotografia di Cindy Sherman e di Jeff Wall, creatori di immagini che hanno veicolato e generato un’estetica visiva pregna di significati ed allegorie. Infatti anche Crewdson, come i precedenti, è considerato uno dei massimi esponenti mondiali della “staged photography” ma il suo approccio, a differenza di Wall che si concentra spesso sulla riproposizione di tensioni sociali o citazioni della storia dell’arte, è invece immerso nel racconto introspettivo di un’America che non riesce più a sognare. Nelle sue fotografie emergono sobborghi di cemento isolati, luoghi ai confini con le grandi metropoli, personaggi immersi all’interno delle loro case nei propri stati psicologici ed emotivi, momenti di introspezione e alienazione. Un aspetto che si ripete spesso nelle serie fotografiche è la luce crepuscolare, un momento che può considerarsi come “indefinito” durante la giornata poiché segna esattamente il passaggio dal giorno alla notte, dalla luce al buio e quindi dalla vita “pubblica” a quella “privata” che si esaurisce tra le mura di casa dopo una giornata di lavoro portando con sé anche i turbamenti, i tumulti e le riflessioni individuali quotidiane. L’indagine dell’artista  si estende anche al racconto della “Middle America” focalizzandosi sulla dualità tra bellezza e solitudine. Un costante senso di immobilità e isolamento presente nelle fotografie ricorda i quadri di Edward Hopper o le atmosfere inquietanti del cinema di David Lynch. In molte creazioni emerge il concetto freudiano di “perturbante”, evocando qualcosa di familiare e domestico che improvvisamente si rivela estraneo, matrigno e misterioso. Nella serie “Eveningside” l’artista include spesso finestre, specchi e vetrine di negozi creando ambiguità spaziali e separando dal mondo esterno gli attori presenti nelle sue foto. Lo spettatore diventa così un voyeur che spia uno stato di crisi intima, un segreto recondito o un trauma del vissuto umano. La fotografia di Gregory Crewdson non è solo “allestita” ma sia per le inquadrature iper- dettagliate che per le luci ed i tecnicismi usati grazie al suo medium, diventa cinematografica, teatrale e narrativa. L’artista infatti non lavora mai da solo ma coordina una crew di decine di professionisti per trovare, dopo una miriade di scatti, quello perfetto. Celebri sono le sue collaborazioni con le star di Hollywood come Julianne Moore e Tilda Swinton, tuttavia la sua scelta ricade prevalentemente su attori comuni, locali, che contribuiscono a segnare l’atmosfera con quell’aria di familiarità e ordinarietà. I figuranti delle immagini di Crewdson sono spesso privi di espressione, svuotati, quasi dei fantasmi del quotidiano, congelati in un gesto statico. Ed è proprio in questa non-azione che l’artista riesce a creare una narrazione sospesa: i personaggi di Crewdson non agiscono perché sono colti in un momento di epifania negativa o shock psicologico che origina una tensione fortissima. Lo spettatore in questo modo  avverte che qualcosa di cruciale è appena accaduto o sta per accadere. Crewdson aiuta la “narrazione sopita” a svegliarsi includendo nella scenografia dei dettagli che portano il fruitore  ad interrogarsi: una portiera dell’auto spalancata  nella notte, una valigia aperta sul pavimento, una strana luce che proviene dal cielo o dal sottosuolo, la nebbia o la pioggia artificiale che isolano la scena, sono tutti elementi che conducono lo spettatore a riflettere e a costruire una narrazione che possa completare la scena. L’artista stesso ha definito i suoi scatti come “ricorrenti sogni ad occhi aperti”, dove l’aspetto psicologico ed introspettivo è protagonista riducendo al minimo la rilevanza dell’azione fisica. Davanti alle monumentali inquadrature di “Eveningside” comprendiamo che quello che va in scena non è semplicemente il funerale del “sogno americano”, ma lo specchio nitido, spietato e in bianco e nero della nostra quotidianità. In questi anni complessi e frammentati, segnati da un senso di precarietà collettiva, le sue figure congelate in un eterno istante siamo noi.

Siamo noi che guardiamo fuori dalla finestra, separati dal mondo da un vetro o riflessi in uno specchio che non riconosciamo più. L’artista ci ricorda che l’inquietudine non abita nei libri di storia o nelle periferie d’oltreoceano, ma si annida silenziosa nelle nostre stanze, nelle nostre strade, trasformando la vita moderna in un set cinematografico dove abbiamo dimenticato il copione, ma continuiamo, ostinatamente, a cercare un rifugio. In definitiva Crewdson usa la provincia americana come un “palcoscenico universale”. Le villette a schiera e i neon di “Eveningside” sono solo un travestimento estetico: le crepe psicologiche che fotografa sono esattamente le nostre.