L’Intelligenza artificiale e la professione di commercialista: tra efficienza, responsabilità e nuovo ruolo sociale

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di Giovanni Di Trapani 

L’edizione 2026 di Telefisco consegna alla riflessione pubblica un messaggio chiaro: per i commercialisti italiani l’intelligenza artificiale non è più una variabile esterna o un’ipotesi di scenario, ma una componente già operante del presente professionale. La discussione non ruota più attorno alla domanda se adottarla o meno, bensì su come governarne l’integrazione in modo coerente con i principi deontologici, con la qualità della consulenza e con la funzione sociale della professione.

L’elemento di maggiore discontinuità, emerso con forza nel dibattito, è rappresentato dall’uso crescente dell’AI da parte dell’Amministrazione finanziaria. L’Agenzia delle Entrate, attraverso sistemi di analisi avanzata dei dati, si colloca ormai in una posizione di avanguardia tecnologica rispetto a molti studi professionali. Questo dato non ha solo un valore tecnico, ma introduce un riequilibrio profondo nei rapporti tra fisco e professionisti: l’asimmetria informativa, storicamente a favore dell’interprete umano, tende a ridursi, imponendo una revisione dei modelli organizzativi e delle competenze distintive. Nel breve periodo, l’intelligenza artificiale viene prevalentemente utilizzata come strumento di supporto cognitivo. Aggiornamento normativo, consultazione rapida delle fonti, sintesi di documentazione complessa e predisposizione di schemi preliminari sono gli ambiti in cui l’adozione risulta più diffusa. Il beneficio principale è il recupero di tempo, una risorsa sempre più scarsa in una professione schiacciata tra adempimenti, scadenze e ipertrofia normativa. Tuttavia, questo guadagno di efficienza non è neutro: sposta il baricentro del lavoro dal “fare” al “decidere”, dal calcolo all’interpretazione.

È in questo passaggio che si colloca la vera sfida. L’ingresso dell’AI nel Codice deontologico, con l’obbligo di esplicitare nel mandato professionale il suo utilizzo, sancisce un principio fondamentale: la tecnologia non solleva il professionista dalla responsabilità, ma la rende più esplicita. L’output algoritmico non è mai una risposta definitiva, bensì un supporto che richiede competenza critica, controllo umano e assunzione di responsabilità giuridica ed etica. Nel medio periodo, l’AI è destinata a incidere in modo più profondo sulla struttura stessa degli studi. Non si tratta solo di adottare nuovi strumenti, ma di ripensare i processi decisionali, la gestione del rischio fiscale e il rapporto con il cliente. In un contesto in cui i controlli diventano sempre più predittivi e la compliance sempre più preventiva, il commercialista evolve verso un ruolo di “regista della complessità”, chiamato a interpretare segnali deboli, anticipare criticità e accompagnare imprese e contribuenti in un ecosistema normativo sempre più automatizzato.

Questo cambiamento investe direttamente anche il tema del ricambio generazionale. La difficoltà ad attrarre giovani professionisti non è solo il riflesso di un carico burocratico elevato o di una pressione fiscale percepita come eccessiva, ma anche di un’immagine della professione ancora legata a funzioni esecutive. L’intelligenza artificiale, se governata, può rappresentare un fattore di rilancio: libera tempo, valorizza le competenze analitiche e rafforza il ruolo consulenziale. Se subita, al contrario, rischia di comprimere ulteriormente il valore percepito, soprattutto nei piccoli studi. Nel lungo periodo si delinea uno scenario di “fiscalità aumentata”, in cui professionisti, imprese e Amministrazione finanziaria operano all’interno di ambienti digitali altamente interoperabili. In questo contesto, il commercialista non scompare, ma cambia pelle: meno compilatore di adempimenti, più garante di correttezza, equità e sostenibilità delle scelte economiche. La sua funzione di mediazione tra Stato e contribuente, più volte richiamata nel dibattito, assume un valore strategico, soprattutto in una fase storica segnata da crisi d’impresa, sovraindebitamento e fragilità del tessuto produttivo.

La linea di frattura che attraverserà la professione non sarà, dunque, tra chi utilizza o meno l’intelligenza artificiale, ma tra chi saprà governarla in modo consapevole e chi la subirà come fattore esterno. La sfida è eminentemente culturale prima ancora che tecnologica: integrare l’innovazione senza rinunciare alla responsabilità, all’etica e alla dimensione umana della consulenza. È su questo terreno che si giocherà il futuro della professione di commercialista nell’era dell’intelligenza artificiale.