“L’ira di Dio”: la peste a Napoli del 1656 nel libro di Antonio Orselli

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di Anita Curci

“Questo libro è nato quando studiavo all’Università le opere di Giambattista Basile, autore del Cunto de li cunti e morto una ventina d’anni prima della grande peste a Napoli. Questa datazione mi è rimasta impressa ed è ritornata negli anni successivi come drammatica sequenza di un “prima” e un “dopo”, una Apocalisse che alterò definitivamente il corso della storia della città. Quella strage si era portata via non solo il mondo del Basile, ma anche quello del Cortese, e la città delle incisioni del Callot. La Partenope che ne era illustrata, infatti, non esisteva più. E questo senso di perdita irreparabile me lo sono portato dentro nel tempo, pensando più volte di scriverne. A dare una spinta decisiva è stata la recente pandemia di Covid”, racconta Antonio Orselli, autore di L’ira di Dio. La peste a Napoli nel 1656, edizioni Homo Scrivens.

Antonio, sarebbe corretto affermare che lei racconta la Napoli seicentesca attraverso la pestilenza?
“Sì, perché ho ritenuto fondamentale collegare la grande epidemia al travagliato periodo che attraversò la città con l’obiettivo di delineare le condizioni che hanno fatto da sfondo al terribile evento e ne hanno determinato le sconvolgenti dimensioni: sovraffollamento della città, insufficienza completa delle conoscenze scientifiche, i deplorevoli ritardi delle autorità politiche del Viceregno nella gestione del problema”.

Come il mondo medico rispose all’epidemia?
“In quel tempo, i medici non conoscevano assolutamente niente della peste bubbonica. Si agiva avvalendosi essenzialmente di conoscenze derivate dalla letteratura classica con gli illustri nomi degli antichi dotti Ippocrate, Galeno, Avicenna ecc. Apprezzabili conoscenze erudite che, però, non potevano avere alcun effetto drenante su un morbo devastante di cui si sapeva troppo poco. A questo si deve aggiungere lo stato di una città carnaio, le cui condizioni igieniche erano spaventose, e in più le deficienze, i gravissimi ritardi da parte dell’autorità cittadina preposta alla gestione della salute pubblica, in testa il Viceré e il suo codazzo di consiglieri.

Si preferì, incredibilmente, l’omissione per non compromettere il ruolo della Capitale, nodo strategico e porto di primaria importanza per l’Impero spagnolo nel Mediterraneo”.

E in che modo rispose, invece, la superstizione?
“In quel tempo, di fronte ad un male invincibile, la ricerca di un rimedio divenne necessità spasmodica. Le soluzioni proposte da medici, ciarlatani e truffatori a un lettore moderno farebbero pensare a forme estreme di delirio. C’era chi camminava nelle strade della città appestata con i più strani amuleti, chi inghiottiva gioielli e miscele di metalli, spezie, ortaggi e frutta, e chi beveva l’urina degli appestati…

Rimaneva solo di impetrare l’aiuto divino, e allora ci si rivolgeva a San Gennaro, a San Gaetano e alla Madonna di Costantinopoli, la Madonna della Peste che, in una piccola cappella, si venerava sotto il nome di Madonna delle Mosche”.

Per arginare i danni cosa si sarebbe potuto fare?
“Come fu fatto a Roma. Papa Alessandro VII, alle prime avvisaglie del contagio, dichiarò lo stato di emergenza adottando severe misure restrittive e di isolamento, e la città sebbene colpita dalla peste non raggiunse le colossali cifre di vittime che toccarono a Napoli”.

Aneddoti di particolare curiosità cui fa riferimento?
“Storici e cronisti ci hanno tramandato racconti di migliaia di morti accatastati lungo le strade, le piazze, i vicoli, e sull’impossibilità di smaltire le masse enormi di cadaveri, la saturazione di cimiteri, delle congreghe, delle famose grotte scavate nel tufo, sulla mancanza di legna per bruciarli, e per la scomparsa quasi totale di monatti, sediari, sterratori e di altre categorie tra cui i trasportatori di viveri e i fornai che aggravò lo stato disperato della città con l’ulteriore aggiunta della fame.

Purtuttavia, in tale squallore si potevano registrare eventi sconvolgenti, come quello capitato ai monatti nell’andare a via Chiaia a prelevare i cadaveri di una donna e del suo bambino. Entrati in casa, videro i due stesi sul letto e il bambino come se stesse succhiando al seno della madre morta… Ma era vivo! Il fatto prodigioso fece gridare al miracolo. Il bimbo venne affidato al parroco della zona e, a quanto si seppe poi, crebbe in salute e visse fino a tarda età”.

Eventi di tale portata come cambiano un popolo?
“Si potrebbe dire che sono proprio queste tragedie colossali, a cui si possono aggiungere i cataclismi, le guerre e le carestie con il loro carico di lutti e distruzioni ad ogni livello delle società ad esse contemporanee, a smuovere l’uomo nel riprendere a vivere, in una sorta di rinascita non solo nello spirito ma anche nella comunità.

A Napoli, città più volte toccata da queste “apocalissi”, nel corso della sua turbolentissima storia, “dopo” è sempre venuto fuori un incredibile, prorompente, “talento per la vita”. Guardiamo al secolo successivo, al glorioso ’700 napoletano, periodo di straordinaria fioritura nelle arti e nelle scienze, nel pensiero e nella prosperità generale”.