L’Iran alla nuova discussione del Trattato sul Nucleare

Alla intersezione del sistema economico e politico iraniano attuale si trovano, quasi simultaneamente, molte nuove e vecchie tensioni geopolitiche e economiche.
Nel momento in cui molti Paesi, Cina compresa, ma non gli Usa, adottano i criteri dell’accordo di Parigi sul clima, siglato comunque da 196 Nazioni, è ovvio che il petrolio diminuirà comunque di importanza economica e tecnologica, mentre crescerà il ruolo delle risorse energetiche alternative e, soprattutto, del gas naturale.
Ecco il primo punto da studiare: l’Arabia Saudita non possiede riserve significative di gas naturale, che è peraltro molto più “ecologico” del petrolio, mentre l’Iran e il Qatar ne hanno in abbondanza.
Guarda caso, i due Paesi che sono stati accusati di “aiutare il terrorismo”, durante la riunione per fondare la “NATO sunnita” da parte dei 13 paesi riuniti a Riyadh nel Maggio 2017, con l’America di Trump, che pure dovrebbe possedere una qualche intelligence, a dire solo di sì.
Riyadh vuole, proprio per questo motivo, raddoppiare subito la propria produzione di gas fino a 23 milioni di piedi cubi al giorno, mentre i sauditi pensano anche ad una riduzione, da parte dell’intera OPEC, di 1,8 milioni di barili/giorno di petrolio fino alla fine di quest’anno 2018.
Questa situazione non ha niente a che vedere con quella della Repubblica Islamica dell’Iran, che ha il 18% di tutte le riserve di gas naturale al mondo, le seconde in grandezza dopo quelle della Federazione Russa.
Altro problema politico nell’uso del gas naturale, come è facile immaginare.
Il Qatar ha invece “solo” il 14% delle riserve globali di gas naturale, la terza area per quantità di idrocarburi fluidi gassosi al mondo.
Ecco perché, per esempio, la questione delle energie rinnovabili è al centro di Vision 2030, il grande progetto di riforma del regno saudita.
Riyadh è comunque al sesto posto per riserve di gas naturale, e il nuovo leder del Regno, Mohammed bin Salman, vuole espandere la sua estrazione di gas di circa il 4% o al massimo del 6% annuo; con un risparmio calcolato oggi di ben 71 Usd per ogni barile di petrolio “sostituito” da una quantità equivalente di gas per la stessa produzione di energia.
Quindi, il gas naturale dei sauditi è ad uso preminentemente interno, per evitare il sovracosto energetico dell’uso del petrolio interno, che va venduto a più non posso, mentre per l’Iran e il Qatar il gas è la sola grande occasione economica e geopolitica del futuro.
Il Principe Muhammad, inoltre, vuole aumentare la produzione di energia solare, sempre per la sua vendita verso l’Europa, visto l’ovvio differenziale di esposizione ai raggi solari dei terreni sauditi rispetto a quelli europei.
Nuove formule per l’export di idrocarburi necessitano quindi di diverse conformazioni strategiche rispetto alle attuali, che nascono dall’ormai antica invenzione del petrodollaro dopo la guerra del Kippur ma, soprattutto, sono inevitabili dopo le trasformazioni dei potenziali di potenza interni al sistema OPEC.
E anche oggi l’Iran vende spesso barili in Euro. Il peccato originale di Saddam Hussein.
Nuove vie energetiche da stabilire e difendere verso i mercati occidentali, nuova distribuzione quindi dei Paesi satelliti o nemici nel passaggio, lunghissimo, dall’origine delle fonti energetiche fino al consumatore finale europeo.
Su cui anche gli Usa fanno i loro conti. Temo che, tra poco, cercheranno di venderci il loro shale oil and gas.
Ecco quindi spiegata la radice “materialistica” della tensione Iran-Arabia Saudita in Yemen per i ribelli sciiti e zayditi del Quinto Imam, gli Houthi, ovvero Ansar Allah, che dovrebbero essere sostenuti da Teheran, dall’Eritrea e da altri Paesi amici dell’Iran.
Chi controlla lo Yemen controlla il Canale di Suez.
I sauditi sono invece colà aiutati, ma sommessamente, dagli Usa e dal Regno Unito.
Non abbiamo ancora capito bene perché gli Stati Uniti e Londra abbiano, da tempo, messo tutte le loro uova nel cesto saudita, rinunciando ad una più equilibrata azione di egemonia nel Grande Medio Oriente.
Certo, Mohammed Bin Salman vuole vendere ancora rilevanti quote della ARAMCO, la società statale dei petroli sauditi, ad importanti investitori stranieri, per poi diversificare l’economia del Regno.
L’affare del secolo per molti banchieri d’affari statunitensi.
Il Principe saudita ha poi programmato di spendere alcune decine di miliardi di Usd in armamenti americani, soprattutto per sostenere l’invasione saudita dello Yemen e, ancora, per combattere gli Houthi, che hanno inflitto gravi perdite agli stessi sauditi; e infine per rinsaldare l’amicizia strategica con gli americani, asse primario del Regno anche dopo le “purghe” di Mohammed Bin Salman.
Se quindi si libera il potenziale economico iraniano, si equiparano e, anzi, si modificano a favore di Teheran i potenziali strategici interni al Grande Medio Oriente e al nesso tra sciiti e sunniti.
Ecco il vero problema al fondo della “riforma” o della chiusura del Joint Comprehensive Plan of Action sul nucleare iraniano, firmato il 14 luglio 2015 tra il P5+1 (Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Usa, più la Germania) poi l’UE e la Repubblica sciita di Teheran.
Le sanzioni post 1979-1981 contro l’Iran hanno, peraltro e ovviamente, già danneggiato gravemente l’economia di Teheran, che ha iniziato a riprendere fiato proprio dopo il 2015.
Il costo delle sanzioni internazionali, per la repubblica sciita, era calcolato, al tempo, in 100 milioni di Usd al giorno.
Finora, sulla base degli accordi JCPOA, sono stati rimessi all’Iran 1,3 miliardi di Usd da parte degli Stati Uniti per interessi sui cespiti bloccati, mentre circa altri 53,8 milioni in fondi “frozen” non sono ancora ritornati ai loro legittimi proprietari.
Procede, anche in questi giorni, l’indicazione di persone “non grate” dell’Iran da parte degli Usa.
Vi sono ancora altri conti non definiti tra l’Iran e gli Usa, anni dopo la firma del JCPOA ma, come accade sempre in questi casi, le trattative sono molto complesse.
L’Iran ha molti vantaggi rispetto all’Arabia Saudita: ha una struttura industriale maggiormente sviluppata e diversificata, un tasso di fertilità più basso, una produzione petrolifera meno sfruttata, e questo proprio a causa delle sanzioni.
L’Iran e i Paesi gazieri del Caspio possono peraltro mantenere, per ora, le richieste energetiche simultanee di due grandi attori globali, l’Europa e la Cina.
Aree entrambe firmatarie degli Accordi di Parigi sul Clima.
L’Iran, poi, avrà a disposizione, entro tre anni, 24,6 miliardi di metri cubi di gas disponibili per lo spostamento nelle pipelines; e questi sono calcolabili oltre all’attuale livello di vendita del gas iraniano sia agli europei che ai cinesi.
Ma qual è il nesso tra questo nuovo sistema geoenergetico iraniano e la probabile uscita degli Usa dal JCPOA?
Vediamo i primi dati più importanti: l’IAEA può controllare, secondo il testo, ogni fase del processo di arricchimento dell’uranio e del plutonio iraniani, ad un livello peraltro mai sperimentato prima in accordi internazionali di questo tipo.
L’Iran, però, deve spiegare all’agenzia viennese i rapporti tra la riprocessazione del loro uranio-plutonio e le probabili applicazioni militari.
L’Iran, sempre controllato dalla IAEA, dovrà anche certificare di non produrre più Uranio Altamente Arricchito (HEU) né mantenere riserve di tale materiale; e inoltre Teheran deve convertire i propri reattori ad acqua pesante in centri di ricerca che non potranno più produrre, pena la decadenza del Trattato, plutonio adatto per l’arma nucleare.
Tutto questo è ancora nel testo del JCPOA e nella prassi dell’Agenzia viennese.
L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica di Vienna controlla così, dal luglio 2015, ogni fase del ciclo iraniano del combustibile.
Gli aspetti strettamente militari del sistema N iraniano non sono però esplicitamente coperti dal documento del P5+1 del 2015, ma sono stati trattati in un testo a parte, sempre firmato pariteticamente dall’Iran e dall’Agenzia di Vienna, che definisce un meccanismo tramite il quale Teheran risponde direttamente alle domande postegli dalla IAEA.
L’Iran, comunque, non ha nessun interesse a manipolare o a rifiutare oggi l’accordo del 2015; ma è egualmente evidente che il JCPOA non ha, finora, avuto effetti evidenti nella trasformazione dell’appoggio iraniano ad Assad in Siria, agli Houthi nello Yemen, che peraltro furono inizialmente attaccati proprio dai sauditi, alle operazioni di Teheran sugli interessi periferici dell’Arabia Saudita in Medio Oriente.
Insomma, il JCPOA funziona bene in sé ma non è utile politicamente per condizionare l’Iran.
L’accordo che Trump vuole rifiutare da solo, magari in contrasto con i suoi alleati europei, contrasta tecnicamente e da sempre tutte e due le vie tramite le quali si può raggiungere l’arma atomica: l’uranio arricchito e il plutonio.
Ma, per quanto riguarda l’uranio, Teheran deve, nelle more dell’accordo del P5+1, deve rimuovere tutte le centrifughe di modello IR-2, elaborate da un vecchio e ormai inefficiente modello pakistano, e deve porre sotto controllo IAEA anche le più moderne IR-4. Che sono, stando agli accordi e alle visure IAEA, meno di trenta.
Nell’accordo già firmato, è peraltro chiaro che l’Iran, per 15 anni, non può arricchire uranio oltre il 3,76%, un livello ben diverso dal precedente 20%.
Per fare un ordigno N servono, peraltro, 25 chili di uranio al 20%.
Prima della firma del JCPOA, comunque, l’Iran possedeva una quantità di uranio a basso arricchimento di ben 10.000 chili, abbastanza per fare dieci ordigni N se il materiale fosse stato ulteriormente arricchito.
Per il plutonio, l’Iran, sempre dopo l’accordo con il P5+1, accetta di terminare immediatamente la costruzione del reattore di Arak per trasformarlo in seguito in un “normale” reattore ad acqua pesante.
Nel 2016 Teheran ha perfino reso inutilizzabile il sistema di Arak, cementando i condotti interni.
Per quanto riguarda le verifiche, la IAEA ne ha, tramite il JCPOA, di molto intrusive.
L’Agenzia di Vienna può accedere a tutte le strutture nucleari iraniane liberamente e per tutti i prossimi 20 anni.
Vi è poi un arbitrato, qualora la IAEA e il governo iraniano non fossero d’accordo nel controllare un sito ritenuto, dall’Agenzia, “sospetto”.
Il tempo di arbitraggio è di circa un mese, ma sufficiente per verificare se in quel posto vi si sono svolte attività non cogenti con l’accordo.
Ma ogni azione e lavorazione nucleare, anche occulta, lascia segni che, per l’organizzazione viennese, sono evidentissimi.
Se, poi, l’Iran decidesse di fare da solo e organizzarsi una nuova linea di produzione di armi N, dovrebbe prima di tutto costruire una nuova serie di reattori e centrifughe, utilizzando quel po’ di uranio che riesca a trovare sia all’interno che nel commercio internazionale coperto.
Niente di più facile da scoprire.
Certo, il JCPOA manca di quelle procedure immediate e selettive per controllare quanto serve e quando occorra, senza limiti da parte del governo di Teheran ma, anche qui, ogni deviazione dalla norma sarebbe facilmente scoperta, in tempi brevi, sia dalla IAEA che da un servizio qualsiasi operante in loco.
Per quanto riguarda le sanzioni, tema al qual abbiamo già accennato, occorre ricordare che l’Europa ha abbandonato le sue sanzioni, compreso l’embargo sul petrolio del 2012, il giorno stesso della firma del trattato.
Altre sanzioni sono state tolte dalla UE sul commercio di materie preziose, sul traffico navale, sulle assicurazioni, sull’oro.
Gli Usa, abbiamo visto, dopo la firma hanno tolto le sanzioni sui fondi iraniani congelati nelle loro banche, sulle attività finanziarie della repubblica sciita e su una parte di quelle petrolifere.
Trump, oggi, non vuole però mantenere l’accordo con l’Iran raggiunto il 2015, a parte che esso non presenti delle salvaguardie “espanse”, ovvero maggiori.
Favorire unilateralmente i sauditi? E perché? Cosa danno in cambio? Sarebbe più utile di un Iran pacificato che si immette nel mercato-mondo e, di conseguenza, abbandona anche pericolose posizioni antisemite e antisraeliane?
Il presidente Usa vuole, sostanzialmente, approfondite ispezioni internazionali per le postazioni specificamente militari di Teheran, siano esse nucleari o no, oltre alla aggiunta di ulteriori sanzioni, qualora la repubblica islamica superi determinati livelli di test missilistico, sia esso nucleare o meno.
Certo, se Trump va alla trattativa sul nucleare nordcoreano con una posizione dura e isolata, almeno per quanto riguarda il JCPOA, che molti analisti a Washington prevedono che “morirà a maggio”, non è possibile che Kim Jong-Un, per esempio, lo prenderà molto sul serio.
Inoltre, il presidente nordamericano ha, pochi giorni fa, rivelato un aumento delle tariffe e dei dazi verso la Cina per un totale di 60 miliardi.
Certo, Trump preme sulla Cina perché la Corea del Nord compia meno investimenti militari, ma Pechino ha note e potenti contromisure commerciali da adottare; e non lascerà certamente da sola Pyongyang, soprattutto in una situazione di inasprimento dei rapporti sino-americani.
Infine, il presidente degli Stati Uniti ha minacciato di rimuovere una consistente quantità di truppe Usa dalla Corea del Sud.
Ciò rende meno fedele lo storico alleato americano in Corea, Seoul, e mette altre carte in mano, durante la trattativa, a Kim Jong-Un, che è un ottimo, lo ha già dimostrato, giocatore di poker.
E’ ovvio qui il sottotitolo strategico di tutta l’operazione trumpiana: favorire, fin troppo, il vecchio cerchio di interessi tra Washington e Riyadh, che si lega a valutazioni economiche (gli investimenti sauditi negli Usa, militari e non) ovvero il mantenimento del sistema dei petrodollari, che è essenziale per tutto l’orizzonte sunnita e Usa; per poi isolare l’Iran come “stato canaglia” e unico terrorista, dimenticando i notissimi legami tra le petromonarchie del Golfo e il jihadismo mediorientale, salafita, qaedista, neocaliffale.
“Uscire” dal trattato significa, più semplicemente, che gli Usa vogliono ritornare al regime sanzionista americano pre-JCPOA, il che implica il ritorno a regimi più rigidi sia per l’ONU che per i sempre più riottosi alleati europei, che hanno molti affari già in corso con l’Iran.
La Germania sta già facendo lobbying in EU per nuove sanzioni all’Iran, che bloccherebbero, secondo loro, Trump dal recedere dal JCPOA.
“Un piccolo male per un grande bene”, direbbe Voltaire, ma in questo caso è improbabile che il meccanismo possa funzionare.
Trump direbbe in questo caso che le sanzioni vanno bene alla UE e ne aggiungerebbe ancora di nuove.
Per la gioia dei sauditi che, se svuotati da un controllo geopolitico e militare ad est del Medio Oriente, diventerebbero molto meno trattabili di quanto non lo siano oggi.
Giocare l’uno contro l’altro, “alleati con uno stato distante mentre attacchi uno vicino”, come ci insegnano i sempiterni 36 Stratagemmi dell’arte militare (e non solo) cinese.
E questo vale anche per Israele.
Certo, la pressione ai confini con la guerra in Siria va allentata e Gerusalemme fa bene a dare duri segnali della sua presenza; ma siamo sicuri che una Arabia Saudita onnipotente in tutto il Medio Oriente rimanga ancora amica dello Stato Ebraico, sia pure in segreto? E con i palestinesi, come la mettiamo?
Se Trump reintrodurrà le sanzioni il 12 maggio prossimo venturo, Teheran non potrà più esportare né petrolio né altro, dato che incorrerebbe nelle “sanzioni secondarie” statunitensi; e ogni banca che operasse come intermediario nelle transazioni di Teheran verrebbe esclusa dal circuito nordamericano, il che non è certo poca cosa.
Il Presidente, però, può ridurre l’isolamento finanziario di un qualsiasi Paese dichiarando che una sua banca “ha significativamente ridotto le importazioni di petrolio iraniano”, il che crea ulteriori margini di autonomia politica per il Presidente Trump.
L’UE sta studiando, appunto, dei meccanismi per far scudo contro le sanzioni secondarie Usa, ma il 12 maggio è vicinissimo.
C’è poi la concreta ipotesi che Trump voglia “fare un accordo per avere un altro accordo”: il Presidente vuole fare un nuovo JCPOA, con maggiori sanzioni, per costringere gli Europei a seguirlo in questa avventura.
Che sarebbe il vero obiettivo del Presidente, una economia UE di nuovo, come ai tempi dell’”anno dell’Europa” di Kissinger, ancillare rispetto al ciclo statunitense.
Impossibile, oggi.
I Paesi UE sanno peraltro che le sanzioni all’Iran aumentano il prezzo del barile, di tutti i barili, di uno o due dollari.
E le stesse sanzioni contro Teheran costano agli stessi Usa oltre 272 milioni di Usd l’anno.
Circa 315.000-420.000 posti di lavoro in meno per i redneck americani.
Soluzioni? Una proposta per un nuovo JCPOA, da riscrivere immediatamente, con una nota specifica, oltre quelle già presenti e che abbiamo già notato, sul controllo da parte della IAEA dei possibili sistemi d’arma nucleari che potrebbero essere montati su vettori ICBM.
Abolizione, dopo un periodo di tre mesi di stand by, di ogni procedura possibile di sanzione secondaria, dopo che Teheran abbia dichiarato la consistenza e le strutture del suo programma missilistico passibile di utilizzazione con improbabilissime, lo abbiamo visto, testate N.
A parte il lavoro tecnico della Organizzazione viennese, il controllo politico dovrebbe essere concesso ad una commissione paritetica tra membri del JCPOA e figure nominate dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, senza pensare a qualche sovrapposizione, che non può che far bene.
Far capire poi a Trump che, se è pur vero che è proprio l’UE la massima area commerciale che impone dazi all’entrata, la ripetizione di questo modello negli Usa non è affatto utile, né per gli americani, né per gli europei, né per i Paesi mediorientali che vanno fatti sviluppare in santa pace.
E’ il nostro primario interesse.
E questo sia per evitare di legarsi mani e piedi ai soli sauditi, sia per evitare il trasferimento finanziario dal Medio Oriente sunnita in una sola direzione, sia infine per evitare di dover coprire all’infinito alcuni Paesi che dicono di essere nemici del “terrorismo” per poi massicciamente finanziarlo.

Giancarlo Elia Valori