L’Italia prima di Roma, sulle tracce degli antichi popoli Italici. Giulierini svela le radici del nostro futuro

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di Fiorella Franchini

“Sono un frutto/d’innumerevoli contrasti d’innesti/maturato in una serra”: così scrive dell’Italia Giuseppe Ungaretti ed è questo il territorio che racconta Paolo Giulierini, archeologo e manager culturale, nel suo “L’Italia prima di Roma – Sulle tracce degli antichi popoli Italici (Rizzoli, 2023)”. Un saggio che affronta per il grande pubblico la complessità della storia preromana, con il suo mosaico di popolazioni, di usanze e tradizioni. Genti antiche che, a partire dall’Età del Ferro, si sono incontrate, confrontate, scontrate. Celti, Veneti, Liguri, Etruschi, Sardi, Latini, Greci, Sanniti, Lucani, Piceni, Campani, Punici, Enotri, Siculi e molti altri hanno lasciato nella penisola, da nord a sud, tracce profonde che ancor oggi è possibile rintracciare nei resti archeologici e nei gesti moderni. Paolo Giulierini presenta, con un linguaggio accurato e allo stesso tempo divulgativo, le singole popolazioni, il territorio in cui hanno vissuto, la religione, la lingua, la scrittura e in questo itinerario segue sempre un filo rosso: la diversità che si trasforma in multiculturalismo. Un percorso difficile, complesso, spesso tragico che, tuttavia, ha condotto, già prima della supremazia di Roma, a delineare i caratteri autentici degli abitatori dello stivale. Emerge un’identità radicata, atavica e intensamente mescolata e fortemente identificabile; popoli “anticamente diversi” la cui eterogeneità ha realizzato un unicum culturale e antropologico. Certo, non tutto è già evidente perché gli studi proseguono e ogni tassello ha bisogno del contributo di altre discipline, dalla paleogenetica, alla paleobotanica, alla archeo zoologia, l’analisi epigrafica e quella linguistica. Non ci sono mutamenti improvvisi, anche con gli avvenimenti più cruenti, tutto appare un lungo divenire, un sovrapporsi, un amalgamarsi, come dimostrano i ritrovamenti di San Casciano dei Bagni dove un luogo atavicamente sacro per la presenza di acque curative fu frequentato da pellegrini provenienti da ogni cultura: italici, etruschi, greci, romani, ognuno devoto alla propria divinità protettrice, al nume della fonte, ad Apollo, a Igea, a Iside. Pratiche, vocaboli, abitudini che giungono fino a noi e si affiancano ai nuovi contributi genetici e culturali. Il saggio di Giulierini non è solo una dissertazione storica divulgativa ma la testimonianza di un sentire che l’autore pratica dentro e fuori le istituzioni pubbliche. Chi conosce la Storia non può sottrarsi ad un’evidenza esemplare, la presenza nel tempo e in ogni società di più culture, anche molto differenti l’una dall’altra, che convivono mantenendo ognuna la propria identità, in un reciproco scambio che contribuisce tutte a renderci cittadini del mondo. Paolo Giulierini lo ha sostenuto durante la sua direzione al Mann aprendo il museo a tutti i quartieri della città, alle collaborazioni internazionali, all’arte contemporanea e alle nuove tematiche sociali, l’ambiente, la digitalizzazione, le disabilità; lo ribadisce nelle sue pubblicazioni e anche nella vita sociale, accettando di fare da testimonial alle campagne di valorizzazione di luoghi storici della città come la via dei Librai a Port’Alba, il cui comitato ha ospitato l’incontro con l’archeologo nell’ambito degli appuntamenti on the road. Un metodo scientifico e umanistico di concepire la ricerca del sapere all’interno della vita pubblica, improntata al rispetto, all’inclusione, alla libertà, con il solo fine del progresso della società umana.  Sulle tracce dei popoli del passato che hanno abitato le nostre terre animiamo la voglia di conoscenza, tutti noi “unici e irripetibili, e al tempo stesso inconfondibilmente legati alle nostre radici”, che invisibilmente e misteriosamente s’intrecciano per proiettarci verso il futuro.