Lo scontro tra USA e federazione Russa sulle armi nucleari strategiche

Donald J Trump, il presidente attuale degli Stati Uniti, ha recentemente dichiarato, il 20 ottobre scorso, che l’America del Nord abbandonerà il trattato INF sul controllo delle armi di teatro missilistiche di tipo N, il che significa soprattutto che l’Europa tornerà ad essere la base principale dei nuovi sistemi d’arma a intermedio e lungo raggio.
Naturalmente, la classe politica europea, nazionale e comunitaria, non ha ancora detto una parola su questa nuova configurazione delle minacce e delle difese poste sul nostro territorio.
Trump si riferiva specificamente al Trattato INF del 1987 o, per essere più esatti, allo Intermediate Range Nuclear Forces Treaty, firmato da Ronald Reagan e da Mikhail Gorbachev quell’anno, un trattato che bandiva, in particolare, i missili nucleari lanciati da terra che avessero un raggio d’azione tra i 500 e i 5500 chilometri.
L’INF portò all’eliminazione completa di quasi 2700 missili a medio e breve raggio, 850 Usa e oltre 1800 vettori sovietici e, come molti ricorderanno, fece cessare la tensione tra USA e URSS proprio nel momento in cui i sovietici ponevano in Europa dell’Est i nuovi SS-20 e ebbero come risposta, in un turbinio di manifestazioni “pacifiste”, la disposizione da parte degli USA, nella NATO europea, dei loro missili Cruise e Pershing.
La “battaglia degli euromissili”, come la definì in un suo straordinario testo Michel Tatu, fu il vero inizio della fine della guerra fredda.
Fu però un dirigente del PCI milanese, che era di casa in Unione Sovietica, ad informare personalmente il cancelliere socialdemocratico tedesco Helmut Schmidt che gli SS-20 di Mosca avevano una funzione eminentemente offensiva.
Se ci fossero stati solo gli SS-20 di Mosca puntati contro obiettivi europei, non necessariamente solo militari, il condizionamento a distanza della nostra politica di difesa e economica sarebbe stato pressoché totale.
La “battaglia degli euromissili” fu quindi la vera e ultima battaglia per la libertà dell’Europa, che si era sorbita, prima dei missili sovietici, quasi vent’anni di condizionamento ideologico, che era iniziato nel ’68 e si era trasformato, in Italia soprattutto, in una vera e propria guerra civile a bassa intensità.
La propaganda filosovietica o, in linea di massima, “pacifista” ebbe, in quel caso, l’ultimo lampo di vita e, soprattutto, ebbe un colossale sostegno da parte dei sovietici e delle loro varie organizzazioni parallele di propaganda.
Furono gli ultimi giorni in cui operarono ancora le vecchie tecniche di propaganda politica, tra “partigiani della pace” e cattolici “del dissenso”, inventate dal comunista tedesco Willi Muenzenberg, il “megafono di Stalin” e l’organizzatore di tante battaglie comunicative del comunismo.
Ma torniamo a Trump e al Trattato INF.
Il Presidente statunitense afferma, infatti, che sono stati proprio i russi ad infrangere le norme del Trattato INF, in quanto avrebbero sviluppato un nuovo tipo di missile a medio raggio.
Ma, lo vedremo in seguito, le colpe sono equamente divise tra i due contendenti.
Lo 9M729, soprattutto, ovvero, con altra sigla, lo SSC-X-8.
E’ un missile che ha un raggio di azione medio-lungo, 3000 miglia nautiche, che dovrebbe essere la versione terrestre dello SS-N-30.
Propulsione solida al lancio, liquida in crociera, esso viene guidato da un sistema a controllo inerziale con sensori Doppler, che correggono la rotta secondo i dati del sistema russo GLONASS e anche di quello, occidentale, GPS.
Se lanciato dalle coste siberiane, il missile russo potrebbe arrivare facilmente alle coste californiane e fino a Los Angeles.
Ma, se lanciato da Mosca, esso potrebbe coprire l’area di tutta l’Europa occidentale.
E’ però probabile che i russi vogliano trattare in un nuovo trattato la cessazione dei missili lanciati da terra NATO contro l’abolizione dei loro, escludendo quindi dalla trattativa per la riduzione delle armi strategiche i missili a lungo raggio di nuova concezione e quelli ipersonici, di cui parleremo in seguito.
E sarà lì la prossima corsa alle nuove armi.
Sia Trump che Putin, proprio in questi giorni, si dichiarano però pronti al dialogo, anche con un prossimo incontro informale a Parigi, come è stato recentemente definito nella visita del Consigliere per la Sicurezza Nazionale di Trump John Bolton a Mosca, dove ha incontrato il presidente Putin.
Il presidente della Federazione Russa aveva però dichiarato, il 1 marzo 2018, che Mosca ha già sviluppato, e sta mettendo in linea, una nuova linea completa di missili strategici a medio-lungo raggio, ma capaci soprattutto di mettere fuori gioco rapidamente le difese antimissile nordamericane e NATO.
Qui, Putin fa riferimento soprattutto ai missili, ma anche ai droni subacquei e ad altri tipi di armi evolute, tutti sistemi d’arma che la Federazione Russa ha sviluppato dal momento in cui gli Usa si sono ritirati dal Trattato ABM (Anti-Ballistic Missile) firmato con l’URSS nel 1972.
Il ritiro americano data, peraltro, data da molto, ovvero dal dicembre del 2001.
Nella sua dimostrazione, Vladimir Putin ha mostrato due nuovi sistemi d’arma, il RS-28 Sarmat, detto anche Satan 2, in codice NATO, lo abbiamo già citato, lo SS-X-30, che ha un raggio medio di 11.000 chilometri. E un altro missile, innovativo, di cui parleremo tra poco.
Il Satan 2 fu progettato, è bene ricordarlo, in risposta allo schieramento alla rete dei missili antimissile Usa GMD, e all’avvio successivo del programma della Difesa americana detto Prompt Global Strike, nel 2009.
Il GMD è una rete di, almeno per oggi, 44 intercettori cinetici disposti in tutto il territorio degli Usa, con una prima griglia di difesa formata da 44 missili intercettori, tra Alaska e California, con 40 postazioni in Alaska e 4 sulla Costa ovest, nell’area di Los Angeles.
Entro il 2020, le postazioni GMD dovrebbero arrivare ad essere 100.
Il concetto di difesa missilistica Usa, comunque, è fondato sulla massima ridondanza possibile, a diverse altitudini, dei segnali e delle azioni di contrasto, per permettere, anche dopo un attacco N missilistico grave, la possibilità di una risposta significativa.
Il second strike è il concetto base di ogni difesa ABM, sia negli Usa che altrove.
I radar per le reti di intercettori sono presenti soprattutto a Pearl Harbour, in relazione con le inevitabili rotte degli ICBM cinesi, ma con i radar per la segnalazione precoce posti anche in Alaska, in Gran Bretagna, in Groenlandia, nel Qatar, in Giappone, a Taiwan; mentre i dati, sia raccolti dalle reti fisse che dagli aeromobili, sono elaborati tutti nella base aerea Schriever situata a El Paso County, Colorado.
Il sistema attuale Usa, è bene notarlo, è pensato soprattutto per contrastare azioni missilistiche di attacco da parte di Stati come la Corea del Nord e l’Iran, mentre non è tarato specificamente per rispondere alle forze strategiche “stabilite”, come la Russia o la Cina.
Non esiste, infatti, nessuno scudo missilistico capace di contrastare con successo una minaccia stratificata che sia messa in atto da uno Stato nucleare vero e proprio.
Detto tra parentesi, il costo annuale della Missile Defense Agency è, per il 2018, di 7,9 miliardi di Usd.
Invece, il programma Prompt Global Strike è un sistema che può lanciare un attacco aereo convenzionale di precisione ovunque nel mondo entro un’ora dal momento del comando presidenziale. O da quello del rilevamento della minaccia. Dovrebbe entrare in azione proprio quest’anno.
Tale progetto può far risparmiare, è stato calcolato, almeno il 30% delle armi nucleari Usa.
Ulteriore applicazione del criterio della ridondanza strategica.
La Russia ha però risposto a questo progetto Usa con uno dei missili citati da Vladimir Putin insieme al Satan-2, ovvero lo S-500 Prometey, detto anche il 55R6M Triumfator M.
E’ pensato, lo S-500, per eliminare sia i missili a lungo raggio di nuova generazione sia i vettori ipersonici, ed ha un raggio minimo di 600 chilometri, estendibile fino a 3500.
Rientra nel vecchio Trattato INF, quindi.
Va alla velocità di ben 5 chilometri al secondo, e dovrebbe essere in linea entro il 2020.
Il discorso di Putin è stato pronunciato, non certo a caso, poco dopo l’uscita della Nuova Dottrina Missilistica del Pentagono, la Nuclear Posture Review, dove si tenta di rendere più ampia e aggiornata la linea dei missili antimissile di nuova generazione rispetto alla Russia, alla Cina e, come al solito, alla Corea del Nord e all’Iran.
La logica di questo documento ufficiale del Pentagono è semplice: se gli Usa aumentano la loro potenzialità di guerra N, allora la Federazione Russa sarà automaticamente dissuasa dal progettare un attacco missilistico contro il territorio degli Stati Uniti.
Peraltro, Putin ha anche affermato che sono in fase di realizzazione delle nuove armi laser, poi è pronto anche un nuovo missile ipersonico, il Khinzal (“pugnale”) Kh47M2, un missile balistico aviolanciato, specifico per gli intercettori MiG31BM.
E la Russia ha anche a disposizione il nuovissimo RS-26 Avangard, un missile ipersonico capace di rientro autonomo e con testate MIRV (multiple Independent Targetable Reentry Vehicle).
Insomma, i due Paesi che firmarono l’IFN hanno ripreso la corsa agli armamenti N e ABM di tipo missilistico.
Per gli Usa, c’è stata soprattutto la brutta sorpresa di scoprire una Russia tecnologicamente e dottrinalmente evoluta sia nella operazione in Crimea che, in particolare, nelle azioni a sostegno dell’Esercito Arabo Siriano di Bashar el Assad.
Si colpisce quindi la periferia, con armi a controllo remoto, per segnalare al centro, sia esso russo o Usa, la necessità di cedere rapidamente quell’area, quella tecnologia, quella certa presenza economica, energetica, tecnologica.
E’ questa la logica profonda dei sistemi missilistici convenzionali o N.
Questo vale, naturalmente, sia per la Russia come per l’America del Nord.
Poi, data l’evoluzione tecnologica russa, gli Usa intendono riprendere la arms race sia per depotenziare l’economia russa in crescita, sia anche per unificare la minaccia ICBM di Cina e Russia con le altre minacce missilistiche, asimmetriche e imprevedibili, di Iran e Corea del Nord.
Ovvero, Washington vuole ancora la totale regionalizzazione della Federazione Russa e il suo accerchiamento tra l’Europa dell’Est, di area NATO, e la presa statunitense dell’Asia Centrale, per controllare i confini sia della Cina che della Russia.
Tanto poche sono le forze convenzionali disponibili, tanto maggiori devono essere invece le minacce remote dei sistemi d’arma evoluti; e anche questa è una logica comune a entrambi i players maggiori.
Chiudere la Cina nei propri confini, che sono insicuri da sempre, significa bloccare definitivamente la Belt and Road Initiative e fermare il suo sviluppo economico, tecnologico e finanziario.
Il missile N è quindi il moltiplicatore di potenza ideale per una strategia globale, sia di attacco che di difesa.
E la Cina? Che linea ha per i suoi missili e ABM nucleari? Intanto, Pechino riafferma sempre pubblicamente i suoi tre classici principi: no al primo uso dell’arma atomica, no all’uso dell’arma N contro un Paese non nucleare, e il mantenimento di un arsenale capace unicamente un deterrente minimo, solo per assicurare la possibilità di una seconda, efficace, salva nucleare di risposta ad un attacco.
Sul piano statistico, la Cina oggi dovrebbe possedere circa 280 testate N, da utilizzare su 120-130 missili balistici lanciati da terra, 48 da utilizzare su navi o sottomarini, e il resto con vettori aerei.
Ma, anche qui in risposta all’evoluzione ABM e missilistica N degli Usa negli ultimi anni, la Cina ha aggiunto molte testate multiple ai suoi missili balistici intercontinentali, soprattutto a quelli posti a terra.
In questo caso, la “mirvizzazione”, ovvero la dotazione di armi multiple per ogni vettore, implicherebbe anche una nuova capacità di penetrazione, non solo di difesa, delle linee missilistiche statunitensi.
Ma, poi, quanto sono efficaci, davvero, le difese missilistiche e quanto è preciso un sistema balistico d’attacco, convenzionale o N?
Per quel che riguarda gli Usa, circa la metà dei 18 test di intercettazione di un missile avversario, effettuati fino ad oggi, sono falliti.
Le intercettazioni operative da parte delle reti ABM funzionano, nel migliore dei casi, solo al 50%.
Il GMD, di cui abbiamo già parlato, e che costa già 40 miliardi di Usd, non è stato ancora testato in condizioni sufficientemente realistiche.
Se, per esempio, consideriamo un attacco con cinque missili, e con quattro intercettori per ogni bersaglio, dato che ogni intercettore funziona esattamente al 50%, avremo una probabilità che un missile passi comunque la rete difensiva che è del 28%. Troppo.
Ogni salva N o convenzionale è tale da far vincere l’attaccante.
Ma se ci fosse, come potrebbe essere molto probabile, un attacco concertato da parte di vari differenti sistemi missilistici, ognuno con un diverso sistema di obiettivi e di coperture difensive?
Il pericolo di una saturazione dei sistemi di difesa Usa è, quindi, estremamente elevato.
Essi sarebbero alle prese con diversi tipi di attacco, differenti tecnologie, diverse logiche di selezione degli obiettivi.
Ed ogni salva nucleare nemica che va a segno può essere quella, lo abbiamo visto, che determina la vittoria finale. Qui, in questa particolare strategia, chi attacca ha quasi sempre la vittoria in tasca.
Ma, se torniamo alla fine, ormai decisa dagli Usa, dell’INF, c’è da osservare che fin dal 2014 i russi hanno, secondo il Dipartimento di Stato americano, più volte infranto il trattato.
Nel dicembre 2017 i Servizi di Washington hanno identificato il già da noi studiato missile 9M729, che è un missile russo a breve raggio, ma che segue precisamente i dettami dell’INF.
Ma gli Usa dicono che esso, comunque, viola il Trattato.
Però, sono proprio gli Stati Uniti ad aver infranto palesemente il Trattato INF mettendo in linea il Mark 41 Vertical Launch System, oltre a porre in produzione dei droni che sono, in effetti, dei missili da crociera mascherati.
Inoltre, è proprio la Cina ad aver sviluppato, negli ultimi anni, molti missili di nuova concezione e che operano proprio nel raggio esplicitamente proibito dall’INF, ovvero tra i 500 e i 5000 chilometri.
La Cina, è bene ricordarlo, non ha mai firmato il Trattato INF.
Pechino, pur spesso invitata ad aderire al Trattato INF, ha sempre rifiutato di sottoscriverlo.
Se, quindi, i russi stanno rimodernando la loro linea di missili convenzionali e N, ciò implica una evidente cooperazione dottrinale, strategica e tecnologica con Pechino.
Ma, se ci fosse un attacco simultaneo dalla Cina e dalla Federazione Russa, sarebbe del tutto improbabile la copertura, da parte delle reti ABM nordamericane, dell’intero territorio degli Stati Uniti.
Per non parlare dell’Europa, che si occupa oggi solo di monete, senza peraltro avere ben chiara, anche in questo caso, quale sia la vera posta in gioco.

Giancarlo Elia Valori