Lo sfruttamento del suolo? Ha arricchito gli italiani ma ha impoverito la cultura

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Nell’articolo sulla consumazione dei suoli (in “Vita e Pensiero” di luglio-agosto 2015) Elena Granata presenta una lucida e coraggiosa analisi dell’attuale identità degli italiani e del loro uso del più bel territorio del mondo. Scrive che “lungo tutta la sua storia repubblicana l’Italia, come modello di sviluppo ha conosciuto ed attuato solo quello incentrato sull’edilizia” e sulla rendita. “Questo modello ha permeato in maniera intensa e condizionante gli stili di vita delle persone e delle famiglie, le trasformazioni dei territori e dei paesaggi, ha influenzato i percorsi degli ordini professionali”. Ha formato il nostro modo di pensare collettivo, suscitando convincimenti e credenze molto radicate. Da un lato ha permesso agli Italiani di lasciarsi alle spalle l’arretratezza economica e la povertà, consentendo alle famiglie di raggiungere un certo benessere. Ha garantito il lavoro ed ha permesso di diventare proprietari della prima e talvolta della seconda casa. Dall’altro, per la velocità con il quale è stato attuato, ha impedito di riflettere sulla necessità di uno sviluppo integrale della società, e ha spesso liquidato come lusso di élite la cultura attenta al paesaggio e alle risorse naturali. Opportunamente l’autrice specifica che, con il termine edilizia, intende anche la costruzione di stabilimenti industriali e delle relative infrastrutture che, in breve tempo, hanno trasformato l’Italia da paese agricolo in uno dei paesi più industrializzati del mondo. Ciò attuando un sistema che “non è più in grado di reggere agli assalti della globalizzazione, della competizione dei mercati, della fatica del lavoro”, con la conseguenza che, come si sa, pregiate e rinomate industrie sono state vendute a stranieri, così come famosi palazzi, ville ed aziende agricole. La velocissima attuazione dell’edilizia è avvenuta non solo tradendo piani faticosamente elaborati, ma anche con l’intensificarsi di una speculazione e di un abusivismo che si sono facilmente intrecciati con interessi illeciti e clientele di varia natura. Ed è stata incrementata dalla possibilità di usare gli oneri di urbanizzazione per la spesa corrente. Tutto ciò ha alimentato sempre più quel deficit di cultura civile che caratterizza attualmente l’Italia. Questo deficit richiede un’inversione di tendenza ed un riconoscimento collettivo del valore del suolo. Purtroppo per lo più questo riconoscimento non c’è. Lo rivela l’attuale dissociazione tra crescita economica e demografica e incremento di edilizia, soprattutto in aree di maggior pregio ambientale come le coste e le stesse aree protette. In mancanza di altre leve di crescita e di altre risorse di sviluppo, che nessuno ha immaginato, l’edilizia viene sempre ritenuta l’unico modello di sviluppo, anche ora che all’industria si vuole sempre più sostituire il turismo, di cui però Elena Granata non parla, ritenendolo un nuovo modello organizzativo capace di rilanciare l’economia e l’occupazione e ripromuovere, tra l’altro, l’artigianato e la moda. Teoricamente questo, valorizzando ciò che c’è, dovrebbe difendere i suoli e limitarne l’uso. Ma con l’attuale cultura civile, tesa unicamente all’utilitarismo, è da pensare invece ad un nuovo frenetico consumo dei suoli. Per cui l’Italia diventerà sempre più un’insignificante provincia del mondo, sia pur con un glorioso passato culturale, famosi monumenti ed i resti di un paesaggio unico al mondo.