Lo stile sulla via del tramonto

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1.
La lite furibonda, e poco elegante, si fa per dire!, fra Eugenio Scalfari e Carlo De Benedetti, è stata una caduta di stile. Nulla più. E non ha portato nessun contributo alla conoscenza dei fatti, non quelli privati, ma quelli che hanno determinato la nascita di un quotidiano, La Repubblica, che è stato definito addirittura un Partito, quello della Repubblica. Appunto. Non ho “simpatia” per nessuno dei due e quindi non sono nelle condizioni di prendere posizione, ammesso che interessi a qualcuno. Dico solo che una “cifra” appare comune ai due (altrimenti non si sarebbero “trovati” ed incontrati per così lungo tempo?!) quello dell’“onnipotenza”. L’ “onnipotenza” che determina, o pretende di determinare, il corso delle cose. E delle volte questo obiettivo è stato pure centrato da La Repubblica. Penso alla battaglia furibonda contro il PSI e Bettino Craxi (dimentico, Eugenio Scalfari, della sua elezione in Parlamento, nel 1968, nella lista del PSI a Milano per volere di Pietro Nenni, proprio, pare, con il sostegno di un nascente Bettino Craxi), penso al sostegno, incondizionato e acritico alla stagione violenta di “Mani pulite”. Ed a tante altre “campagne”, che hanno condizionato, nel bene e nel male, la storia del Paese. Ora si scopre che quella della “cifra dell’onnipotenza” andava bene solo se veniva esercitata in comune fra i due. Quando uno dei due, Eugenio Scalfari, improvvidamente per lui, ha osato esprimere la preferenza per il fu Cavaliere nel caso di una improbabile “alternativa” alle prossime elezioni con Luigi DI Maio, ecco che è scattata la reazione, tipica dei “padroni”, quella che con i soldi pensano di avere il potere anche sulle idee. Ruvida e scomposta di Carlo De Benedetti, alla quale è succeduta la replica, da “par” suo, di Eugenio Scalfari. E così la caduta di stile ha riguardato entrambi. D’altro canto lo stile pare debba avere lo stesso “destino” del coraggio di cui parlava Don Abbondio nei Promessi Sposi: se uno non ce l’ha, da solo (da soli) non se lo può dare. Men che meno sulla via del tramonto. Per entrambi.

2.
Pur avendo attraversato il mondo della Politica, al tempo della Democrazia dei Partiti, pur avendone vissuto i “riti”, a volte feroci e crudeli, non sono mai riuscito, solo perché non lo sono, ad essere cinico. E non ho mai condiviso la “definizione” che il caustico, ed intelligente, Rino Formica diede alla Politica: “Sangue e Merda”. Ho sempre ritenuto che la Politica fosse la più nobile delle Arti: quella di misurarsi con la realtà e trasformarla, e migliorarla. Nel segno del bene comune. Retaggio, forse, della mia formazione al Collegio Augustianum dell’Università Cattolica. Oppure, di alcune buone “frequentazioni”, a cominciare da quella di Pietro Nenni. Come che sia, non ho mai goduto della cattiva sorte che capitava anche ad antichi avversari politici. Ora mi dispiace per quanto accade ad Antonio Bassolino. Mi spiace, perchè, a prescindere, sotto la “scorza” del “politico” c’è sempre un uomo, una persona, con le sue passioni, le sue ambizioni, le sue fragilità, le sue sensibilità. Bassolino, dopo la sconfitta, inopinata, alle primarie per la elezione a Sindaco di Napoli, dopo l’evidente “rottamazione” (pessimo termine!), subita dal PD “sfrantummato”, e di più, subisce una “condanna” definitiva in questa nuova formazione (chiamarla Partito appare arduo!) di “Liberi ed Uguali”, dove pure era stato accolto con squilli di tromba. Forse solo perchè lasciava il PD: infatti subito dopo il suo ingresso in questa aggregazione di ben tre vecchie sigle, il suo leader, si fa per dire, Pietro Grasso, si è avventurato in un ingeneroso “Bassolino, chi?, l’ex sindaco?”. E non mi fa velo in questo mio dispiacere l’eco delle parole che Antonio Bassolino sibilò in faccia, lui trionfante Commissario giacobino del PCI napoletano, devastato da Mani Pulite, come toccò anche a quel Partito, che aveva innalzato la bandiera della “questione morale “ di berlingueriana memoria, a me sofferente, ma non domo, Commissario della Federazione Napoletana del PSI, che pensava di poter salvare ancora qualcosa del nostro glorioso partito dalle macerie che ci avevano travolto. Mi disse, in quei colloqui, allorché tentavo, pensando che il PSI potesse avere ancora qualche ruolo, di potere convincere lui, come avevo già convinto il compianto Mario Condorelli, commissario del Partito Popolare, ad accettare Mariano D’Antonio, candidato a sindaco di Napoli. Mi disse che il candidato sarebbe stato lui. E che noi socialisti “dovevamo andare a casa”. Eravamo alla fine dell’estate del 1993. Le cose andarono come “dovevano” andare,. Bassolino vinse le elezioni e diventò Sindaco di Napoli. Riuscii a presentare ancora una lista con simbolo del PSI, prendemmo l’8% ed un consigliere comunale in uno schieramento capeggiato da Massimo Caprara, il mitico ed eretico segretario di Palmiro Togliatti. Cominciava l’”era Bassolino”, che ora si conclude, e si conclude veramente, non con “l’onore delle armi”. E questo mi dispiace sul piano personale. Anche se continuo a credere che alla nostra età, e vale pure per Antonio Bassolino, il nostro compito è quello di testimoniare Memorie e Valori, non quello di concorrere ancora a “posti” per improbabili rivincite. Per quanto gli possa interessare, l’onore delle armi glielo do io volentieri, come si conviene agli sconfitti, anche a quelli che non hanno saputo capire in tempo che la propria parabola era giunta al termine. E che finalmente possa avere “pace”.