L’Oriente brucia, non solo quello vicino

109
(pixabay)

Se del comportamento di Putin e compagni si può parlare in termini di megalomania e di istinto criminale, proseguendo verso est si prende facilmente atto che c’è di peggio, di molto peggio. È sufficiente spostarsi con l’attenzione in Medio Oriente, precisamente in Iran. La trasferta, anche se simbolica, di quell’organo lo farà spostare, oltre che nello spazio, anche nel tempo, nel Medioevo. Precisamente nell’intervallo più buio e cruento di quel periodo storico. Qualche giorno fa erano arrivate dall’Iran notizie e immagini di episodi di segno contrastante. Una parte delle alte gerarchie – quelle non religiose, quindi indipendenti, come lo possono essere in una teocrazia più rigida di un pesce congelato – lasciava trasparire segnali che incoraggiavano gli iraniani e chiunque abiti sulla faccia di questo mondo, a ben sperare in un allentamento della diffusa e opprimente tensione, come se non bastasse esasperata da una morsa di terrore.
Un’ altra parte, quella che comanda con la forza delle armi, ha spazzato via nello spazio di un mattino quel barlume di speranza, passando senza indugio ai fatti. Mercoledì, di buonora, a Teheran è stata eseguita la prima sentenza capitale comminata a uno dei giovani che la settimana scorsa erano stati arrestati nel corso degli scontri con la polizia. Le notizie di quanto sta accadendo in quella realtà geografica, in Occidente vengono date sempre in seconda battuta, senza un motivo specifico. È pur vero che per l’Europa maiora premunt, nel senso che è fondamentale dare precedenza a notizie che provengono sempre da quel versante, ma ai suoi confini. Sempre con l’augurio di non apprendere a cose fatte che un ordigno atomico, partito a Oriente abbia raggiunto un bersaglio in Occidente. Esplodendo, darebbe così, lontano sia, il via all’ inizio della fine, più in dettaglio, quella del mondo. Se ai confini europei, in Ucraina, per mano della Russia, si sta consumando un vero eccidio, anzi di più, il tentativo di un genocidio, anche andando oltre non è facile imbattersi in assetti sociali permeati da un minimo di democrazia. Dove fino a metà del secolo scorso chi dettava legge era chi sedeva sul Trono del Pavone, ora è una parte degli stessi iraniani che, in nome di una approssimativa quanto sanguinaria teocrazia, danno addosso e di brutto ai loro connazionali, rei solo di non condividere il loro oscurantismo barbaro. Basti ricordare che, l’ episodio non è isolato, a Teheran, per aver lasciato scoperta parte della chioma, di recente alcune donne sono state uccise a bastonate dalla polizia al soldo degli Ayatollha e dei Talebani.
Per tentare di interpretare l’evoluzione di quella carneficina di tipo biblico, è necessario dare vita agli ultimi protagonisti di un teatro, l’antica Persia, che contenie nelle viscere del suo territorio un tesoro di gran lunga superiore a quello di Alì Babà. Erano costoro l’ultimo Scià della dinastia Pahlavi e il suo fermo avversario, l’aristocratico Mossadeq. Questi aveva studiato in Europa, arrivando all’incarico di ricercatore universitario in discipline giuridiche. Mentre quel sovrano non faceva grandi sforzi per equilibrare la situazione socio economica dei suoi sudditi, spaccata da forti diseguaglianze soprattutto di tipo reddituale, il suo antagonista, pur appartenendo a una nobile e agiata famiglia, aveva sposato, perché impegnato in politica, la causa del suo popolo che, di tanta ricchezza non godeva granché. Mossadeq riuscì in parte a spodestare l’ultimo “re dei re”, questo il significato di Scià in lingua persiana e iniziò il capovolgimento di quella forma di ordinamento. Prima operazione fu quella di nazionalizzare le industrie petrolifere. Non è questo il contesto per approfondire quella vicenda, ma una considerazione degna di nota, anche se è l’ ennesima ripetizione di quel concetto, è che la pianta della democrazia stenta a attecchire a determinate latitudini. Tanto se è vero che, dalla fine non gloriosa di Mossadeq, agli arresti domiciliari fino alla morte, quel paese ha perso ogni barlume di equilibrio sociale e quindi di stabilità. Se Enrico Mattei potesse vedere che fine ha fatto il suo impegno per far si che quel paese non venisse depredato delle sue ricchezze fossili, sicuramente se ne chiederebbe il perché. Farebbe di sicuro fatica a trovare una risposta adeguata, perché tutto quanto esposto prende senz’altro origine dall’ auri sacra fames, ma non solo da essa. Il primo Presidente dell’Eni dovrebbe scavare nei  ricordi delle sue permanenze in Sicilia per trovarne la sintesi. Quella stessa che in questa nota non può trovare spazio per motivi di decenza. Non solo, quanto anche in segno di rispetto per Omar Khayyam, poeta persiano vissuto intorno all’anno mille. Questi celebrò, tra l’altro, l’amore tra  uomo e donna in tutt’ altra maniera di come lo concepiscono i sedicenti guardiani della Teocrazia. Insieme a esso lodò, con un’ altro lirica, il vino per le sue proprietà benefiche per il corpo e, soprattutto, per lo spirito. Se vivesse oggi, gli sarebbe impossibile  riproporre quei componimenti, a meno di non seguire senza esitazione l’esempio di Salman Rushdie: riparare all’estero e augurarsi di non essere rintracciato. Facile a dirsi, pressoché impossibile a realizzarsi, quindi, ovemai  qualche suo erede spirituale volesse cimentarsi su quegli argomenti, farebbe meglio a evitare.