Luciano Caruso e Peppe Leone: quell’incontro nel segno del Sannio. Un progetto da rilanciare

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di Ferdinando Creta

In questi giorni di reclusione per coronavirus, nel sistemare la mia biblioteca mi sono piacevolmente imbattuto nella tesi,elaborata alcuni anni fa da mio figlio per la sua Laurea, dal titolo La rivoluzione del Gruppo 58 attraverso Documento Sud. La lettura ha risvegliato in me il ricordo di Luciano Caruso, personaggio a dir poco straordinario: artista, critico, filosofo e tanto altro ancora.Caruso nasce a Foglianise il 18 marzo 1944 e vive a Napoli fino al 1976, dove insieme a Stelio Maria Martini diventa uno tra i più importanti teorici della poesia d’avanguardia. Nell’allora vivace ambiente culturale partenopeo frequenta Mario Persico, Guido Biasi, Enrico Bugli, Bruno Di Bello, Lucio Del Pezzo, Salvatore Paladino, tutti artisti del Gruppo 58, che si muovono nell’ambito della “nuova figurazione”. Oltre ad essere tra i più attivi redattori delle riviste “Linea-Sud”(1963-1967), fondata da Luca (Luigi Castellano) dopo l’esperienza di “Documento Sud” (1959-1961), “Continuum”, “Continuazione/AZ”,“EX”, “Ana etcetera”, “Uomini e idee”, “E/mana/azione” e “Silence’s Wake”, si fa notare in qualità di editore di “Continuum”, fondata nel 1967, e “Le Porte di Sibari”. Instancabile nella sua attività di promozione culturale cura, tra l’altro, le collane “Futuristi – Fonti delle Avanguardie del ‘900″ (Spes, Firenze) e “Le brache di Gutemberg: cronaca e storia” (Belforte, Livorno). Attraverso l’amico Martini e Mario Colucci, che aderisce al movimento della Pittura Nucleare, entra in contatto con l’ambiente milanese (Enrico Baj e Sergio Dangelo) e parigino (lettristi, François Dufrêne e situazionisti). Si laurea in Estetica Medievale con una tesi su Carmina Figurata, nel 1976 si trasferisce a Firenze. La sua tesi lo porta alla ricerca degli antichi testi visivi medievali, avvicinandolo alla ricerca di Alberto Burri e Piero Manzoni.
Tra il 1963-64 inizia una sua sperimentazione sulla scrittura, che diventa linguaggio artistico; pubblica nel ’65 il suo primo libro-opera e nel ’68 “Il gesto poetico. Antologia della nuova poesia d’avanguardia”. Tra i suoi interessi emerge una grossa attenzione al Futurismo, tant’è che nel 1974 si dedica alla ristampa di molte opere di questo corrente artistica. Partecipa a mostre significative, anche all’estero, sullaPoesia Visuale, Poesia visiva, Nuova scrittura e Libri d’artista. Muore il 16 dicembre 2002, a novembre aveva presentato a Napoli le sue ultime cinque opere definite scritture di viaggio e a Reggio Emilia era stato tra i curatori della mostra Alfabeto in sogno con Claudio Parmiggiani.
Il mio amico Peppe Leone, che ha avuto il piacere di conoscerlo e viverlo in amicizia, nel 2014 nel ricordarlo nel giorno in cui avrebbe compiuto 70 anni, scriveva che valeva la pena di segnalare l’impegno di ricerca e di studio che Caruso aveva profuso nei confronti della scrittura, in particolar modo quella beneventana o longobarda o gotica che dir si voglia: segno e traccia di un profondo percorso evolutivo, culturale ma anche territoriale che la storia del libro, della comunicazione e dell’antropologia culturale possono suggerire. Tra Peppe e Luciano esisteva un rapporto interattivo nell’arte, nel 1997 Luciano, ospite di Peppe a Buonalbergo, insieme realizzano delle opere a quattro mani e Caruso scrive “Esiste, è vero, una traccia, una forma della parola che si muta nella forma del silenzio della scrittura, ponendosi come frammento di un orizzonte immaginario e non più solo come normale mezzo di comunicazione di un senso sempre più improbabile e alienato. Ma, a non voler ricorrere al gioco illusorio della volontà di scrivere la parte invisibile della parola, come dar corpo alle intenzioni della scrittura, come fisicizzare la complicazione della memoria della scrittura, nella scrittura, senza farla diventare solo immagine? Bisogna fare in modo che la scrittura conservi le sue intenzioni e non cerchi più di significare solo il suo silenzio…Desiderio immobile, eppure sedimentazione, soprapporsi di tracce che stratificano sulla tela, nello spazio della pagina, scavando nelle superfici, le nostre vite e i nostri impulsi, quando più attraverso tutto questo lavorio sembra avvicinarci alle origini, alle madri, che pure dentro di noi sappiamo irrimediabilmente perdute”.
Caruso e Leone arrivano all’arte con percorsi formativi sostanzialmente diversi, eppure, senza mai rinunciare alla loro personalità artistica, riescono a coniugare i loro diversi linguaggi, comunque nati da un territorio che sentono proprio: il Sannio ricco di stratificazioni storiche e leggendarie, dove le pietre stesse sembrano segnate da una scrittura che non è opera dell’uomo. Già nel 97 i due artisti immaginavano di realizzare un progetto mostra per il Museo del Sannio di Benevento, oggi credo sia giunto il momento di programmare, con il supporto dell’amico Peppe Leone e della famiglia Caruso, un evento espositivo nel Museo Arcos, non solo in memoria di un’artista sannita di rilievo internazionale, ma anche a colmare una lacuna nella storia dell’arte del territorio.