Luciano Ferrara e il fotogiornalismo: Così, nel 1984, colsi il momento dell’Elevazione di Maradona a Napoli

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in foto: Palestina, Gaza (ph Luciano Ferrara)

L’occhio di Leone , ideato dall’artista Giuseppe Leone, è un osservatorio sull’arte visiva che, attraverso gli scritti di critici ed operatori culturali, vuole offrire una lettura di quel che accade nel mondo dell’arte avanzando proposte e svolgendo indagini e analisi di rilievo nazionale e internazionale.

di Ilaria Sabatino

Attraverso un racconto scritto, immaginiamo i volti ed i posti che abilmente e nei minimi dettagli ci vengono descritti dallo scrittore. In una foto, possiamo cogliere la bellezza dei posti, ma carpire anche il dolore, la sofferenza, la gioia di un volto o l’attimo colto da quello scatto in cui può essere racchiuso tutto. Ecco il fotografo coglie l’istante, quel click in cui è custodito un mondo. Il fotogiornalista, in più, ha un compito specifico: quello di riportare, nelle sue foto, la realtà e di farlo con discrezione ed etica. Questo troviamo nelle foto di Luciano Ferrara, fotografo free lance, che dagli anni ’70 collabora con le principali testate di stampa italiane e straniere. Oggi parleremo con lui, di come sia cambiato il fotogiornalismo, di come sia importante riportare l’informazione in modo chiaro, di quei posti che hanno lasciato, in lui, un ricordo indelebile.

Cos’é cambiato nei suoi lavori col passare del tempo?

Il lavoro si evolve su se stesso, prendendo posizione quotidianamente, questa è una regola del fotogiornalismo, ogni giorno è diverso, ma bisogna tenere sempre la barra dritta. Il fotogiornalismo ha una sua logica e bisogna seguirlo. Cambia rispetto ai tempi, ma una cosa importante è tenere sempre precisa la tua idea di che cosa vuoi comunicare attraverso il tuo lavoro.

Qual é il messaggio che ha sempre voluto sottolineare nelle sue foto?

È un po’ difficile dirlo perché dipende da che cosa si va a documentare, la linea che almeno io seguo, insegnatami dai maestri alla scuola del fotogiornalismo, è che bisogna entrare nelle case in punta di piedi. Nessuno, quindi, ha il diritto di entrare in una casa, sul giornale, sul web, attraverso l’informazione, se non in punta di piedi con grande correttezza e con grande etica. Questa è la logica del giornalismo e dell’informazione, questa dovrebbe essere! Non lo è a mio avviso, dati i tempi, vediamo ad esempio le oscenità, dei talk show televisivi, che sono abbastanza lontano da questa scuola, dove si arroventano l’uno sull’altro, non si riesce mai a sapere e a capire chi parla prima e chi parla dopo, se non tutti insieme, quindi non c’è rispetto. Invece l’informazione deve avere un grande rispetto, deve essere molto chiara, proprio perché uno entra nelle case senza permesso. La scuola che io ho imparato, dai grandi giornali e dai grandi giornalisti, immagina io nasco come fotogiornalista negli anni settanta, era un giornalismo completamente diverso, di inchiesta. Adesso l’inchiesta c’è e non c’è, vista la crisi dei giornali, della carta stampata e vista anche la crisi del web, perché non è vero che il web non è in crisi, è in crisi sulle informazioni, sulla logica proprio dell’informazione. Una notizia sul web dura, possiamo dire, cinque minuti, c’è tanta roba che non avrebbe motivo di esistere, almeno questo è il mio pensiero.

Nella sua vita di fotorepoter, ho letto che è stato in molti luoghi, riportando nelle sue foto il dolore o la gioia di ciò che stava avvenendo. Tra tutti i suoi reportage, quale ha segnato di più il suo percorso di fotografo? Di quale conserva ancora un vivo ricordo?

Intanto il fotogiornalismo, purtroppo, nella stragrande maggioranza si reca sui luoghi del dolore e quindi è un problema, perché bisogna appunto intervenire in quei posti dove c’è sofferenza. Per questo il fotografo, che arriva sul luogo del dolore, deve essere molto, ma molto discreto e raccontare, senza invadere, in questo caso non è una questione di privacy, perché se tu stai là già hai rotto la privacy, ma questo non è un problema del giornalismo, il giornalismo vive di questo. Ho fatto tanti servizi non solo in città, ma in tutto il mondo, principalmente in Medio Oriente, quindi Palestina, Israele, Iraq, tutte le tragedie, diciamo, del mondo arabo. Poi non dimentichiamo l’est, quindi Berlino, il muro di Berlino, tutti i paesi legati all’Unione Sovietica, poi altri luoghi come il Brasile, Cuba, l’altro mondo. Io, poi, vengo da una scuola dove si andava a fare un servizio e tornavi dopo una settimana, dopo quindici giorni, dopo un mese, ci sono dei servizi che sono durati anche due mesi. Tornavi e raccontavi quella storia e che entravi dentro, invece adesso c’è una logica, diciamo, della news che dura appunto il tempo in cui trasmetti la tua immagine mentre la fai, quindi da un lato è interessante perché è veloce però dall’altro lato è un po’ superficiale, perché c’è tanta, tanta roba e il fruitore ha anche difficoltà a scegliere, si ferma. Infatti quando si va sul web ci sono talmente tante notizie che avvolte ti confondi e non approfondisci, mentre io vengo da una scuola di approfondimento, quindi è completamento diversa la scuola degli anni ‘60/’70 fino agli anni ’90. Per quanto mi riguarda il giornalismo va in crisi nel 2000, questa più o meno è l’epoca, i giornali non raccontano più la grande inchiesta, per vari problemi, economici, di assetto territoriali, come lei sa, i giornali sono di proprietà di alcune business internazionali, quindi il giornale dipende da chi fa capo, io mi sono sempre schierato con dei giornali e dei giornalisti etici, questa è la mia scuola.
Ricordo il periodo in Palestina, ma prima ancora, Beirut ci sono stato negli anni ’80 , quando è stata completamente distrutta, perché in quel periodo a Beirut, in Libano esisteva l’Olp, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina con Yasser Arafat e con i fedayn, per cacciarli via, distrussero completamente la città, infatti la chiamavano la città morta. Aveva un centro storico straordinario, il Libano era la Svizzera del Medio Oriente, molto elegante, molto interessante. Beirut è stata una grande città, anche economica, è stato molto bello stare là, però appunto forse è uno dei ricordi più tristi, fu l’attacco ad un villaggio, sterminarono tutti e noi stavamo là. Anche il Brasile, nelle favelas ho un altro ricordo straordinario e anche triste, per la situazione in cui vivono. Una cosa, che mi ha sempre entusiasmato è vedere queste persone felici, nonostante la miseria, il dramma, ma persone felici. Poi, venendo da una città come Napoli, con il suo patrimonio di vita e di cultura, un napoletano essendo fotografo, può stare in qualsiasi posto del mondo, e capisce subito dove sta.

In questo momento storicamente buio, che sta segnando la nostra vita. Come la sta vivendo da fotografo e da cittadino?

Da fotografo lavoro ancora, devo dire che questo lockdown mi ha sorpreso, perché il 7 marzo, il primo lockdown, dovevamo fare una grande manifestazione, nella piazza Elena Sforza, per la festa delle donne l’8 marzo, con la mia associazione Tribunali 138 e Noos, ci chiamano e ci dicono di bloccare tutto perché da domani si chiude. Dall’ 8 marzo, incredibilmente, io ho esposto al Pio Monte della Misericordia con una mostra “Tocchiamo terra”, alla chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco, con la mostra “Senso Viviani” e poi ho iniziato il grande lavoro da marzo, dal titolo “Sisma 80”, che vedremo tra un po’, nel momento in cui si riapriranno i musei noi saremo pronti. Per il momento stiamo stampando il libro ed è un grande lavoro, ci ho lavorato per circa quattro mesi, con 21 fotografi, 6 autori e 10 collaboratori, sulla quarantennale del terremoto. Quindi, stranamente, io da marzo non mi sono mai fermato, ora sto lavorando oltre a Sisma 80, anche ad altri progetti. Mi dispiace non uscire, si esce poco, ma forse questo lockdown ci deve far pensare ad altre cose, a stare con i piedi per terra, vedo che c’è qualche problemino quando uno dice stiamo con i piedi per terra. La gente dice va bene, capisco tutte le difficoltà, ma bisogna essere molto onesti su questa storia del virus, cioè bisogna prendersi le responsabilità e andare avanti. La gente soffre, non c’è dubbio, e vi è un grande oscuramento in giro, ma Napoli è abituata, abbiamo avuto tante sciagure e questa è un’altra sciagura che ci fa forti.

Tra le sue fotografie storiche non può mancare quella di Diego Armando Maradona. Come nasce questo scatto?

Premesso che un fotogiornalista va sulle notizie, quindi arriva Maradona è una notizia, quindi non è un problema di essere sportivo o non sportivo, io faccio questo mestiere quindi qualsiasi cosa succede e vale la pena andarci, uno va. Sono andato allo stadio, come tantissimi fotografi, nazionali, napoletani, internazionali, c’era tutto il mondo là, che aspettava Maradona questa era la notizia, dovevo portare a casa un servizio, sa le cose nascono anche per caso. Molto triste, quindi, la notizia della sua morte da napoletano, da fotografo e da uno che comunque ha interpretato questa immagine che già quando è stato fatto questo scatto fortunato io ho intitolato “Elevazione” perché era in elevazione. In questa immagine, se lei vede, Maradona poggia la punta del piede, non poggia il piede piatto sul terzo scalino. Quando tu sali le scale e non metti il piede piatto e metti la punta, succede una cosa molto strana, ma naturale, automaticamente si aprono le braccia, sei in elevazione. La mia fortuna è stata cogliere quel momento di elevazione, che in questo momento è molto interessante che lui sale al cielo con questa foto. È successo il 5 luglio del 1984 alle ore 14:00/14:30 circa, ora non ricordo bene, è una foto in elevazione, questo è il titolo, lui si eleva sul nostro popolo. Ha dato un grande contributo al Napoli, non solo calcistico, gli scudetti e visibilità in tutto il mondo, ma in tutti i sensi, è l’idolo dei poveri, l’idolo della borghesia e l’idolo della città. Inoltre, una cosa che non sempre viene detta e che ritengo interessante, è che Maradona ha portato una grande economia a Napoli, perché tutto il popolo, come sempre il popolo napoletano appena vede una cosa si ingegna, e in quel periodo si vendeva di tutto magliette, cappelli, sciarpe, tute che venivano fatte si nelle fabbrichette, ma normalmente nei vicoli si produceva questa ricchezza.

in foto Luciano ferrara
in foto: Palestina, Gaza (ph Luciano Ferrara)
in foto: Gerusalemme, Muro del Pianto (ph Luciano Ferrara)