Luciano Ferrara e il G20: Un altro mondo è possibile, anzi necessario. La mia fotografia? Da sempre è il risultato di un lavoro collettivo

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di Rosina Musella

Il 2 luglio scorso, l’Auditorium del centro Mezzocannone Occupato ha ospitato la mostra “Un altro mondo è necessario”, esibizione fotografica del libro “Un altro mondo è possibile”, realizzato all’inizio del 2000 dal fotografo Luciano Ferrara, in collaborazione con altri venti colleghi.

Attivo come fotografo freelance dai primi anni ‘70, Ferrara descrive così la sua esperienza professionale e di attivista militante che, dagli anni caldi delle rivolte politiche, racconta attraverso l’obiettivo la realtà intorno a lui: “L’humus del fotografo è tutto ciò che lo circonda. La classe operaia è stata la mia scuola”. Intanto ci presenta le immagini raccolte vent’anni fa insieme ad altri 20 fotografi. “I miei progetti nascono sempre così: 50% del lavoro è mio, l’altro 50% è di altri fotografi. Adotto questa formula perché da soli non si va da nessuna parte, in qualsiasi contesto. Bisogna sempre essere aperti alla condivisione”, ci dice, parlando dell’importanza della collaborazione, compresa grazie ad anni di militanza politica. Insieme ai ragazzi dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, il fotografo napoletano ha realizzato un’installazione che ha riportato fedelmente l’intero libro “Un altro mondo è possibile” sulle pareti dello spazio in Via Mezzocannone 14, nella mostra che è stata poi intitolata “Un altro mondo è necessario”: fotografie che hanno cristallizzato alcuni dei momenti più caldi dei primissimi anni 2000, catturando gli eventi avvenuti tra Praga, Genova e Napoli, hanno funto da input per discutere dell’imminente G20 che si terrà a Napoli dal 20 al 23 luglio.
Qui di seguito la sua intervista.

Come ha mosso i suoi primi passi nel mondo della fotografia?

Quando avevo 16 anni Oreste Pipolo, il re dei matrimoni, mi disse che nella bottega di un fotografo di Piazza Cavour erano alla ricerca di un garzone. Ricordo ancora quando, il sabato mattina, venivano le famiglie e i fidanzatini per farsi le foto ricordo da tenere nel portafogli. Indossavano i loro vestiti migliori per questi ritratti che poi, spesso, venivano spediti agli emigrati nelle Americhe. Fino al ‘70 lavorai in questa bottega e in quel periodo Piazza Cavour fungeva da punto di ritrovo per tutte le persone che arrivavano a Napoli per manifestare. Io ero lì, a capire cosa accadesse nel mondo. La mia scuola è stata la classe operaia.
Nel ‘69 mi legai ai gruppi marxisti-leninisti, fino al ‘73. Quelli furono anni molto interessanti dal punto di vista politico, poi all’inizio degli anni ‘70 partirono le prime collaborazioni con i giornali borghesi, perché un rapporto tra militanza e stampa borghese ci deve essere, l’importante è scegliere con chi collaborare. Io ho lavorato molto con la stampa internazionale, principalmente tedesca, americana e francese. Qualche anno dopo iniziai a viaggiare per lavoro e, in quelle esperienze all’estero, spesso mi sono ritrovato in Medio Oriente, su cui investii molto della mia ricerca.
Negli anni ‘90, insieme ad altri colleghi, portammo avanti una battaglia affinché anche i fotografi freelance e i video-operatori avessero un tesserino, in modo che la nostra attività venisse riconosciuta. Riuscimmo a metà, perché speravamo di rientrare in un albo a parte invece fummo inclusi in quello dei giornalisti, ma ottenemmo il riconoscimento che cercavamo.


Qual è la chiave per fare al meglio questo lavoro?

Per il fotografo freelance è importante essere a contatto con i movimenti, le minoranze, la classe operaia, con l’obiettivo di interpretare questo mondo. Bisogna informarsi, essere attenti; il fotografo della vecchia scuola è improntato alla ricerca e all’approfondimento, cosa che oggi risulta difficile fare, perché il mondo dell’informazione è estremamente rapido. Per approfondire qualcosa, oggi, lo si deve volere davvero.
Questo lavoro mi ha tenuto in vita, perché la partecipazione attiva rende più consapevoli e fa comprendere meglio la realtà attorno a noi. Ad esempio, una cosa curiosa che ho notato di Napoli in questi anni di militanza e lavoro è che noi napoletani siamo propulsori, ma non conservatori. Basti pensare al fatto che nel ‘66 Napoli era già attiva a livello di lotte politiche, con gruppi come quelli dei cattolici socialisti, eppure la nostra città non ha avuto un grande ‘68. Le vere proteste sono partite nel ‘69, quando gli studenti delle Università tornarono qui dopo essere stati fuori, soprattutto a Parigi, e aver vissuto lì il periodo delle lotte. Oppure il primo settimanale illustrato, che nacque dalle menti di Scarfoglio e Serao alla fine dell’Ottocento e fu chiuso diversi anni dopo, idea ripresa poi negli anni ‘80 e rimasta in vita fino ai giorni d’oggi, in cui tante riviste offrono un albo illustrato come allegato delle pubblicazioni del fine settimana.
A Napoli siamo così, facciamo partire le cose, gli altri prendono esempio e noi ci fermiamo. Sarebbe da studiare.

Perché un altro mondo è “necessario”?

Al G20 che si terrà a Napoli si parlerà sicuramente di energia ed ecosostenibilità. Il 3 luglio l’Europa ha bandito la plastica monouso, ma sono vent’anni che si dice che la plastica fa male. Ora l’hanno bandita, ma ci vorrà del tempo prima che le fabbriche siano completamente riconvertite e che le persone si abituino ad una trasformazione totale della vita. Per questo un altro mondo è necessario, non più solo “possibile”, come dicevamo ai tempi del G8. Se non interveniamo, moriremo insieme all’ambiente.
Ci deve essere una riprogrammazione anche da parte del movimento, perché rispetto a vent’anni fa sono cambiate molte cose. Reinventare tutto non è facile, soprattutto per le militanze attive che subiscono una repressione più forte e sottile, che arriva da diverse vie.
È necessario, però, reinventarsi, anche se vedo che queste idee sono inascoltate, perché il capitale è così. Lo stesso capitalismo, però, se non si rinnova non va da nessuna parte. È interesse dello stesso capitalista rinnovarsi, altrimenti muore. Eppure non viene fatto neanche questo, quindi significa che la situazione è molto grave.
Oggi la battaglia è sull’ambientalismo. Il nostro impegno deve essere rivolto a questo, per la salvezza dell’intero mondo.