Ma quali policy maker, quel che serve è il Vuoto

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Il Bazar delle Follie ama il pieno e aborra il vuoto. “Tutte le cose sono piene di dei”: questo sosteneva Talete, filosofo greco pre-socratico di Mileto. Le cose di oggi sono tutte piene di quelle divinità che hanno il nome di policy maker – coloro che detengono il potere di influenzare o determinare politiche e pratiche a livello internazionale, nazionale, regionale o locale. Data la labilità dei confini tra influenzatori e decisori, gli uni e gli altri li abbiamo accomunati sotto il nome di decisori politici o policy maker. Essi salgono sul palco e hanno il potere di rubare la scena ad altri attori nei dipartimenti governativi, nelle sedi internazionali, in arene politiche, nei gruppi di pressione, nelle accademie, e nei circoli culturali. Sono loro gli esperti timonieri della nave “Economia”.

A loro spetta il compito di evitare che la nave sprofondi nei gorghi che portano i nomi, mostruosi in diverso grado, di Inflazione, Deflazione, Depressione, Recessione, Stagnazione. Oggi, fuori dai templi della politica economica, molti si chiedono se non sia meglio che tutto sia vuoto di policy maker le cui prestazioni in questi anni di Grande Trasformazione sono apparse ben lontane da quelle dell’esperto pilota. Per quanto sia intensa e capillare la loro attività, i policy maker deludono sempre di più le aspettative della gente che soffre soprattutto per gli effetti della collusione degli interessi particolari tra i responsabili politici e i gruppi di pressione. Il vuoto da noi proposto non è una soluzione alternativa al pieno: è un modo diverso di pensare.

Attraverso il vuoto possiamo scorgere un mondo pieno di potenzialità che scaturiscono dai comportamenti effettivi delle persone in cui, in una sorta di brodo caotico, convivono speranza, incertezza, forza creativa, altruismo, razionalità limitata, motivazioni intrinseche: molto di più e di diverso dall’homo economicus razionale e strettamente egoista. Laddove il modo di pensare dei policy maker è radicato sul terreno delle norme imposte a ipotetici soggetti rappresentati nei loro modelli economici. Così Martin Curley, vicepresidente di Intel Co., ha rafforzato questa tesi, “La chiave per il futuro è capire che viviamo in una società, non l’economia. Troppe persone lo dimenticano troppo spesso”.

piero.formica@gmail.com