Made in Italy: Zpc, mancanza armonizzazione norme marcatura ostacola export orafo

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Roma, 22 gen. (Labitalia) – Il settore orafo è uno dei comparti del made in Italy a maggior vocazione per l’export, grazie alla qualità dei gioielli riconosciuta in tutto il mondo. A livello internazionale ed europeo, tuttavia, vige una mancanza di armonizzazione delle regole di marcatura dei gioielli, il sigillo che certifica il valore e l’origine del prodotto, che ostacola la libera circolazione dei preziosi. A evidenziarlo un’analisi condotta da Zpc, azienda di Verona specializzata in servizi per la gestione del commercio internazionale. Tra i mercati extra Ue più interessanti per l’Italia, Arabia Saudita, Brasile, Cina, Emirati Arabi, Russia e Messico sono i più complicati in tema di marcatura dei gioielli, secondo l’analisi. In questi paesi non è possibile importare e immettere in consumo articoli in oro senza provvedere ad adempimenti specifici locali. Non solo nei paesi extra-Ue, ma anche nel mercato domestico europeo manca un’armonizzazione delle regole di marcatura dei gioielli, per cui le norme italiane non sono automaticamente valide nel resto d’Europa, con conseguenti insidie per le aziende.

In generale, per essere importati e commercializzati i gioielli devono riportare il marchio di responsabilità del fabbricante (in alcuni paesi anche dell’importatore o rivenditore) e il titolo legalmente riconosciuto, vale a dire la percentuale di metallo nobile presente nel gioiello, che definisce i carati. In diversi paesi, è previsto un marchio obbligatorio di garanzia del titolo (hallmarking), per cui i gioielli possono essere commercializzati solo se la marcatura viene effettuata da un organismo indipendente (ufficio di saggio).

In Italia non vige al momento l’hallmarking obbligatorio da parte di un ufficio terzo, opera invece un sistema di autocertificazione; è quindi il fabbricante ad apporre il marchio di responsabilità e di titolo, dopo aver ricevuto i punzoni dalle camere di commercio. Per poter avere un marchio indipendente le aziende possono rivolgersi al sistema camerale e far apporre il marchio di garanzia ‘Italia Turrita’, che però non viene riconosciuto in molti paesi Ue ed extra-Ue con sistemi di hallmarking obbligatorio.

Tra questi figurano gli Emirati Arabi, in ogni caso uno dei principali mercati di sbocco dell’oreficeria italiana, la Russia, l’Arabia Saudita e il Messico, che quindi non accettano gioielli fabbricati in Italia senza l’apposizione di un marchio di garanzia da parte di un ente terzo. In Arabia Saudita, Brasile, Cina e Messico, inoltre, non possono essere importati e commercializzati articoli made in Italy senza il marchio di responsabilità dell’importatore. Per esportare in questi mercati occorre rispettare obblighi specifici, tra cui rivolgersi a un ufficio indipendente per la marcatura, prevedere informazioni aggiuntive per il consumatore che variano da paese a paese – ad esempio, il paese di origine, un’etichetta Quality Certificate, logo del fabbricante – e scegliere come partner un importatore che provveda al marchio di responsabilità per lo sdoganamento dei prodotti.

Zeno Poggi, presidente di Zpc, sottolinea: “Le differenze nelle norme che regolamentano la valutazione e la marcatura dei metalli preziosi rallentano il flusso del business o rappresentano un deterrente per il made in Italy ad entrare in mercati potenzialmente interessanti. In tale contesto, risulta strategico per le aziende mappare i mercati di riferimento al fine di ridurre i rischi e semplificare il processo di esportazione”. Gli altri paesi d’interesse per l’Italia in cui vige un sistema di hallmarking obbligatorio sono Francia, Principato di Monaco, Regno Unito e Svizzera. Nei primi tre paesi, la libera circolazione dei gioielli italiani è consentita dal marchio di garanzia della Camera di commercio, non riconosciuto invece dal Regno Unito. Nonostante la presenza di un sistema di hallmarking obbligatorio, in Svizzera i prodotti italiani possono circolare grazie ad accordo di mutuo riconoscimento.

L’Italia è prossima ad adottare un sistema di marcatura indipendente non appena verrà ratificato il suo ingresso nella Convenzione di Vienna, trattato del 1972 che consente la libera circolazione dei prodotti orafi e argentieri tra gli Stati membri. Una volta ratificato l’ingresso nella Convenzione (l’Italia è membro da settembre 2018), i gioielli italiani potranno circolare senza ulteriori controlli nei Paesi aderenti tramite l’apposizione del marchio comune di controllo a cura di un laboratorio nazionale certificato e abilitato.