Made in Italy, 600 casi di “Italian sounding” all’estero nel 2018

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Sono circa 600 i casi di “Italian sounding”, riscontrati all’estero nel 2018 dall’Ispettorato centrale della tutela della qualità e della repressione frodi dei prodotti agroalimentari (l’Icqrf del Ministero delle politiche agricole alimentari forestali e del turismo). A riportare all’Adnkronos il numero di casi di violazione di nomi protetti è il Capo dipartimento Stefano Vaccari, che informa dell'”uscita tra due settimane del report completo ‘Attività 2018′ dell’Icqrf'”. Secondo Vaccari, anche nell’ambito dell”italian sounding’ si registra “un trend in crescita per quanto riguarda le frodi di venditori on-line, perché – spiega – il mercato internet è a doppia cifra; in decrescita invece le frodi sulle piattaforme di commercio elettronico (Alibaba, Ebay ed Amazon), impegnate in un intenso lavoro di contrasto a imbrogli che impattano e danneggiano enormemente la loro attività”. “Nel 2018 abbiamo riscontrato circa 600 casi di violazioni di nomi protetti, il cosidetto Italian Sounding. Dal 2015 ne abbiamo registrati 2700 – sottolinea il capo dipartimento Mipaaft – Tra 2 settimane poi il ministero pubblicherà il report completo 2018 in italiano, inglese e anche in cinese, e non per un vezzo – spiega – ma perché abbiamo una collaborazione attiva con Alibaba, la piattaforma di commercio elettronico più grande del mondo operante principalmente in Cina, che ci consente di intervenire direttamente e nel giro di poche ore in caso di violazioni o usurpazioni di nomi protetti”.
Collaborazioni in tal senso intercorrono anche con Amazon ed Ebay. “Siamo gli unici al mondo ad averle e a poter segnalare e fare eliminare nel giro di poche ore palesi falsi dei nomi protetti”, il che significa, tradotto in cifre, interi containers di falso. “D’altra parte, l’Italian Sounding come richiamo all’italianità non è di per sé vietato – spiega Vaccari – E’ illegale quando inganna il consumatore. Ci sono nomi protetti e non. I nomi protetti non possono essere utilizzati: dunque se un nome protetto è usato indebitamente, il ministero può intervenire attraverso i paesi membri in cui ciò avviene; i nomi non protetti di prodotti generici invece possono, purtroppo, essere usati. Ad esempio il nome mozzarella può essere usato a patto che non ci sia inganno: va bene dunque che il formaggio in questione sia fatto ad esempio con latte francese – afferma – ma non che ci siano messaggi fuorvianti sulla sua provenienza che alludano al Bel Paese ad esempio attraverso il tricolore italiano. Un nome italiano unito a un’indicazione fuorviante sulla provenienza genera infatti frode. Per questo insistiamo tanto sull’etichetta e l’indicazione della provenienza della materia prima”.