Marco Polo, Luigi Barzini e la Cina: quando i fatti valevano più della propaganda

La gatta frettolosa fece i gattini ciechi. È dato per scontato che la calma sia la virtù dei forti e tanto è accettato in tutte le categorie sociali. Una per tutte è quella degli agricoltori, che raccomandano a chi deve occuparsi di una qualunque loro incombenza, di agire senza fretta, evitando così di sbagliare. Tanto per evitare che quei committenti rischino di perdere tempo. Marco Polo, vissuto nel XIII° secolo, si fermò a Pechino per circa diciassetta anni, portando a Venezia risultati concreti di tipo commerciale e politico. Luigi Barzini sr., pur trattenendosi meno, insieme al pilota della Itala, il Principe Valerio Borghese, all’ inizio del secolo scorso, fece conoscere de visu un “campione della produzione industriale occidentale”, preciamente un’ automobile italiana, testimonianza del progresso tecnico raggiunto nella lontana Europa. Altrettanto importante fu la sua sintetica ma esauriente rendicontazione di quanto aveva avuto modo di conoscere durante quella trasferta nell’altra parte del pianeta, nella Pechino capitale all’inizio del secolo scorso. L’ occasione fu concessa dallo storico raid – non corsa – Pechino-Parigi, tutt’altro che stretto dal l’assillo di record da abbattere. In questi giorni, precisamente da ieri, il presidente americano Trump è a colloquio con il suo omologo locale Xi, formalmente qualificato come un meeting di affari. È sottinteso che i due si intratterranno anche – o principalmente ? – su quanto sta accadendo in Medioriente e in Ucraina. Dopo tante informazioni che invoglierebbero i destinatari a convincersi che i due leaders di caratura mondiale stanno lavorando per l’intera umanità, una riflessione smorza gli entusiasmi. Marco Polo e Luigi Barzini, come tanti altri che hanno agito prima e dopo di loro per portare a conclusine operazioni importanti, il più delle volte sono riusciti a raggiungere un risultato concreto, non limitandosi a annunciare il verbo. Riducendo al minimo tale concetto, basterebbe che fosse osservato l’adagio “fatti e non parole”. Del resto non è di poco conto il fatto che già Aristotele spesso tirasse in ballo questa affermazione. Anche Mina e Alberto Lupo, seppure in musica, espressero scarso apprezzamento per chi sproloquia senza concludere.