Marina Abramovic, l’interpretazione migliora anche l’esposizione dei contemporanei

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in foto Marina Abramovic

Dopo tanto suonar di trombe, povero Pier Capponi, non si è avvertito il suono delle campane. Tanta pubblicità per caricare le aspettative, l’uso di una mostra come viatico per la ripresa post Covid della città di Napoli.
Dal mese di agosto l’immagine inquietante di Marina Abramovic levitante in un antica cucina, inquadrata dalla cornice di un enorme finestrone sormontato dal pianerottolo di due rampe di scale. Una costruzione magistrale che alimenta le aspettative in una città che dell’artista aveva solo un ormai pallido ricordo datato 1974, ponendola in attesa di qualcosa che rinverdisse lo scalpore di Rhytm 0. L’artista che si libra serenamente sopra al quotidiano rappresentato dalla cucina e dalle pentole. Marina insegnaci tu. Una riflessione sulla storia del cattolicesimo, mai come in questo momento fondamentale, per la difesa della nostra cultura. Che bomba ragazzi.
A Napoli, allo studio Morra 46 anni fa, l’artista in piedi al centro di una stanza in cui erano presenti vari oggetti (coltelli, piume, corde, forbici e persino una pistola), spiegò agli spettatori che per sei ore sarebbe rimasta immobile come un oggetto e ognuno avrebbe potuto fare del suo corpo ciò che desiderava. Senza punizioni, o denunce. Forse l’Abramovic ha preparato oggi, per Napoli, una nuova performance. Dovrebbe rilanciare la cultura dopo il Covid. Mostra di sicuro sorprendente, pericolosa forse. Durante la performance del 1974 gli spettatori dopo un paio d’ore di perplessità iniziarono ad accanirsi sull’artista, in modo violento e incontrollato: le tagliarono i vestiti, le tagliuzzarono la pelle con una lametta, fino a puntarle contro la pistola. Intervennero altri spettatori e la discussione rischiò di sfociare in una rissa. Prima pagina, critica d’arte in fibrillazione. Il caso Abramovic.
Ovviamente altissima l’aspettativa per la performance a Castel dell’Ovo.
L’ Abramovic, perdindirindina, e l’immagine simbolo della mostra sbriglia la fantasia. Forse appesa ad un chiodo, forse potrebbe volare, forse. Provare per credere. E finalmente settembre fu. Sala delle Carceri del Castel dell’Ovo Numero tre video tre. Un ciclo dedicato ad una delle più importanti figure del cattolicesimo, Santa Teresa d’Ávila la santa spagnola che ebbe visioni ed estasi mistiche proprio in cucina, mentre era impegnata nelle abituali preparazioni. La relazione individuale dello spettatore con ciò che sta guardando è stata affidata al ridotto numero di visitatori che, a turno, hanno accesso ai video. L’estasi come culmine del dramma umano e teologico.
I tre video vogliono mostrarsi cuore pulsante attuale della ricerca dell’artista il cui genio è indiscutibile. Una mostra del genere deve essere gestita nella piena consapevolezza di ogni aspetto e retro pensiero dell’artista e delle sue tecniche. Non è una performance, sono tre video, mostrati in ambienti scarni, molto più che essenziali. Il pubblico vuole vedere Abramovic, si aspetta che almeno alla vernice ci sia lei, di persona. In presenza, si dice oggi nello scostante lessico post covid. Relegata nelle segrete del castello la performance in video, già anzianotta di una decina d’anni, non è supportata da un allestimento che trattenga il visitatore, lo incanti, lo aiuti a incontrare attraverso il corpo, inteso come materia, l’anima dell’artista. Odori, rumori, luci: interpretazione dove sei?