Materie prime critiche: il costo nascosto della dipendenza europea

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La sicurezza industriale come nuova frontiera della competitività europea.

di Giovanni Di Trapani

Nel dibattito europeo sulla difesa e sull’autonomia strategica si discute prevalentemente di percentuali di PIL e di spesa militare. È una prospettiva parziale. Il vero nodo economico si trova più a monte: nella disponibilità e nel costo delle materie prime critiche che rendono possibile la produzione industriale avanzata. Nel dicembre 2024 la NATO ha individuato dodici materiali essenziali per la difesa – tra cui alluminio, grafite, terre rare, gallio, tungsteno e litio – evidenziando come un’interruzione delle forniture possa incidere direttamente sulla capacità operativa dell’Alleanza.
Il punto decisivo non è soltanto la scarsità fisica delle risorse, ma la concentrazione della capacità di raffinazione. È in questa fase che il minerale diventa componente industriale utilizzabile. Un’analisi [“Materie prime per la difesa: il divario tra Cina e NATO”, redatto da Gianmaria Olmastroni e pubblicato il 13 febbraio 2026 dall’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani (OCPI)] mostra che la Cina controlla oltre l’80 per cento della raffinazione mondiale in numerose filiere strategiche e quote prossime al monopolio in altre. In termini economici ciò significa potere di mercato, capacità di influenzare prezzi, tempi di consegna e condizioni contrattuali. La vulnerabilità europea non è episodica ma strutturale.
Per le imprese della difesa, dell’aerospazio e dell’elettronica avanzata la dipendenza non si traduce soltanto in un rischio geopolitico astratto. Si manifesta nella volatilità dei prezzi, nell’aumento dei premi di rischio incorporati nei contratti di fornitura, nella necessità di immobilizzare capitale in scorte più elevate e in un generale incremento dell’incertezza finanziaria. L’instabilità delle supply chain entra così nei bilanci aziendali e si riflette sul costo del capitale. Gli investitori incorporano il rischio di interruzione nelle valutazioni e nella determinazione dei rendimenti attesi. La sicurezza delle materie prime diventa quindi un tema di competitività e di stabilità macroeconomica.
L’Unione europea ha reagito con il Regolamento 2024/1252, il cosiddetto Critical Raw Materials Act, che fissa obiettivi per il 2030 in termini di estrazione interna, capacità di lavorazione e riciclo, oltre a limitare la dipendenza da un singolo Paese terzo. Si tratta di un passo significativo sul piano regolatorio. Tuttavia, la questione cruciale resta finanziaria. Senza un sostegno coordinato e risorse dedicate di dimensione adeguata, gli obiettivi rischiano di restare programmatici. La Corte dei Conti europea ha già evidenziato criticità legate alla frammentazione degli strumenti e alla limitata entità dei fondi disponibili. La differenza con l’approccio statunitense, caratterizzato da incentivi fiscali e investimenti diretti più consistenti, è evidente e incide sulla capacità di attrarre capitali privati.
Il tema assume una portata ancora più ampia se si considera che le stesse materie prime sono fondamentali per la transizione energetica e digitale. Batterie, reti intelligenti, semiconduttori e sistemi di accumulo competono per gli stessi input richiesti dall’industria della difesa. In un contesto di offerta concentrata, la pressione sui prezzi può intensificarsi e tradursi in ritardi nei programmi industriali e nella riduzione dei margini di investimento.
Per l’Italia la questione è tutt’altro che marginale. Settori come l’aerospazio, la meccanica di precisione e l’automotive elettrico rappresentano una componente rilevante dell’export manifatturiero. La dipendenza da forniture esterne altamente concentrate espone le imprese a volatilità e incertezza che si riflettono sui flussi di cassa e sulla pianificazione industriale. Al tempo stesso esiste uno spazio di opportunità nella filiera del riciclo avanzato e nella trasformazione ad alto valore aggiunto, ambiti nei quali il sistema produttivo nazionale possiede competenze riconosciute.
La competizione globale non si gioca soltanto sulle risorse naturali disponibili nel sottosuolo, ma sulla capacità di trasformarle in potere industriale e stabilità economica. Se l’Europa non rafforzerà in modo credibile la propria capacità di lavorazione e non mobiliterà capitali adeguati, la dipendenza dalle supply chain esterne continuerà a tradursi in un costo strutturale per imprese e bilanci pubblici. In un’economia interconnessa, le raffinerie valgono quanto le fabbriche di armamenti, perché da esse dipende la solidità finanziaria dell’intero sistema produttivo.