Matino e la Napoli che fu. Città smarrita tra solitudini

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“Fate presto” era il titolo de “Il Mattino” il giorno dopo il terremoto dell’80. Un titolo che, negli anni, è stato usato più volte per descrivere le situazioni d’emergenza “Fate presto” era il titolo de “Il Mattino” il giorno dopo il terremoto dell’80. Un titolo che, negli anni, è stato usato più volte per descrivere le situazioni d’emergenza che la città di Napoli e la Campania spesso hanno attraversato. Momenti neri e bui della nostra storia recente. Un grido d’allarme inascoltato.  Un grido che ancora oggi cerca di farsi sentire. Napoli sta morendo. Un messaggio tanto crudo e duro quanto reale. Sta morendo perché domina un’anarchia di pensiero e di mezzi dilagante. Sta morendo, perché i cittadini onesti, quelli più meritevoli, quella Napoli che dovrebbe e potrebbe far sentire la propria voce o abbassa gli occhi o se ne va.  Di questo abbiamo parlato con Gennaro Matino, teologo e scrittore, autore del romanzo “Tetti di Sole”, edito da una neonata associazione culturale e casa editrice “Spazio Cultura Italia”, presieduta dal multiforme avvocato, cantautore ed ora editore Mimì De Maio.  Tetti di Sole, romanzo ambientato nel quartiere di Antignano del 1962, vuol cercare di parlare del presente partendo dal passato. “Tetti di Sole”, perché questo titolo ? Tetti di Sole vuol dire fare chiarezza.  Dai tetti le cose si comprendono meglio, ma non ci sono solo i tetti, a Napoli, bisogna fare i conti sempre con le ombre. Chi vuol comprendere Napoli deve scendere nel suo ventre. Come spiega questo rapporto luce – ombra ? Sono in un momento particolare della mia vita. Una fase di speranza ma non sono un illuso. Questa è una città dove illudersi e deprimersi è troppo facile. Illudersi è troppo semplice dai Tetti di Sole. Nelle viscere ci si delude. Napoli versa in momento molto particolare della sua storia. E’ quasi un bivio dove si può prendere una strada senza ritorno. Che cosa auspica per il nostro futuro ? La mia speranza è la rivoluzione. Una parola delicata. Auspico una rivoluzione di parole, sensazioni ed idee che vadano condivise. Una rivoluzione di condivisione che a Napoli non c’è mai stata. Ne nel 1799, né con Masaniello né con le Quattro Giornate. Fatti storici importanti ma con valori diversi, dove le parti che furono chiamate in causa rimasero assestanti senza una costruzione di idee di fondo forte.  Napoli è una città di soli. Non c’è comunità. Bisogna fare tornare Napoli una città. Bisogna costruire una città condivisa. Ha scritto “Napoli è una città senza vergogna”. Perché ? Ha perso la sua femminilità. Si è indurita. Chi ha governato Napoli da sempre sono state le madri. Quando le mamme sono diventate donne con la rivoluzione femminile hanno finito di essere mamme e Napoli si è sciolta. Sono venute meno le fondamenta. Lei apre il libro con una poesia che racconta e racchiude la quint’essenza della città. Ma potendo scegliere una sola frase della poesia, qual è la sua Napoli ? Questa è una poesia scritta nel Giubileo sperando potesse essere un evento rivoluzionario, e la riproposi anche nei giorni delle elezione di De Magistris, pensando potessimo essere ad una svolta. Non fu così.  La mia Napoli è esagerata. E’ tutto e niente. Tutto perché sono le radici. Niente perché ci sono rimasti solo i ricordi e la rendita. Due cose che non sono presenti, sono rivolte sempre al passato.  Abbiamo perso l’auto critica, vittimismo assoluto inconcludente.  Niente è tutte le volte che Napoli fa la vittima. Spesso a ragione, ma tante volte a torto. Perché ambienta la sua storia nel 1962? E’ una data molto importante del mio diario. Inizio la prima elementare ed era il mio primo giorno di maturità. Lì inizio ad essere protagonista della mia vita. Gran parte del libro, un po’ romanzato, l’ho vissuto.  Ma lì inizia anche mani sulla città. Ero un bambino adulto che ha visto le persone piangere per lo sfratto.  Tre passaggi hanno distrutto e tradito il futuro di Napoli. La legge 62 dello sventramento. Mentre nelle altre città il ricordo, la memoria del passato e la riorganizzazione dei centri storici era risorsa e possibilità. Qui si buttava a terra tutto. Non ci fu una classe dirigente che si oppose, ne un partito, ne un sindacato. Ancora l’Agosto del 73 con il colera. Ed il terremoto dell’80. Non siamo stati in grado di reagire. Questi eventi hanno segnato il nostro destino Di fronte questo quadro così negativo, che speranza abbiamo ?   La speranza sono i giovani. La sofferenza è vedervi andare a via. Napoli sta rimanendo nelle mani dei peggiore. E soprattutto la mia sofferenza è che non vi biasimo. E’ un bene andarsene via se per voi è salvifico. E’ un problema nostro se non vi creiamo le condizioni per rimanere.     A.M.