Maurizio Del Conte: Ripresa effimera per colpa della guerra, e il divario tra Nord e Sud è destinato a crescere

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in foto Maurizio Del Conte

di Ugo Calvaruso e Roberta Bruno

L’uscita dalla pandemia stava dando segnali interessanti, come attestano i dati finalmente positivi sull’occupazione, la cui ripresa, avverte Maurizio Del Conte, professore di Diritto del lavoro in Bocconi e presidente di Afol Metropolitana, solitamente è più lenta rispetto a quella dell’economia. Questi dati apparivano significativi soprattutto per il Sud, ma oggi dicono poco sul possibile trend del prossimo anno, e questo, spiega Del Conte, per due ragioni: «La prima è che la forte ripresa che c’è stata è la coda di una spinta propulsiva legata all’aumento improvviso della domanda, dovuta all’eliminazione delle restrizioni e alla forte ripartenza degli ordinativi su scala globale. Il record positivo del turismo raggiunto da Napoli nella settimana di Pasqua ne è un esempio. L’altra ragione è la fase di incertezza generata dalla guerra. L’instabilità genera contrazione della domanda interna, e quindi un crollo dei consumi, mentre i risparmi degli italiani aumentano».
Lo scenario che si presenta, secondo Del Conte, è quello di una ripresa effimera dell’economia, sulla quale incombe un momento di contrazione. In questo scenario il Meridione è sfavorito: «Al Sud, come sempre succede, si avranno ricadute negative in termini occupazionali. Non solo, in questo contesto anche le risorse del Pnrr sono messe a rischio per due ragioni: la mancanza di capacità di spesa e una loro riprogrammazione in funzione dell’economia di guerra che affronteremo».
Nonostante la ripresa del Sud, in coincidenza con la stagione turistica, tutti i parametri di differenziazione con il Nord si sono accentuati. Ma, sottolinea Del Conte, «il rilancio vero deve dipendere dal sistema produttivo nel suo complesso».
«La mancanza di un sistema industriale robusto da motivo di preoccupazione in termini di prospettive occupazionali. Quello che vedo è un ulteriore desertificazione, e non riconversione o trasformazione. In particolar modo manca una politica industriale che renda produttivi gli investimenti fatti al Sud, i quali dovrebbero essere in grado di stimolare la crescita e lo sviluppo del Mezzogiorno. Il tema della presenza industriale al sud si è preso alla leggera pensando di poterlo sostituire con il south working, o con il turismo. Non è vero che il sud può fare a meno dell’industria ed essere luogo residenziale dei lavoratori che producono ricchezza altrove», afferma il professore, convinto che il Sud debba essere attrattivo per la produzione di ricchezza e non esportarla con il south working. «Per fare questo però bisogna investire in un Sud che è per chi ci vive, ad esempio in ospedali, in strade, nel sistema ferroviario, ma anche nella rete idrica che ad oggi disperde enormi quantità di acqua trasportata. Il turismo è anche infrastruttura e spesa corrente, e gli investimenti devono essere seguiti da politiche di manutenzione per non lasciare cattedrali nel deserto e sprecare le risorse». Rispetto a questo tema, un problema che va sottolineato è la mancanza di un sistema centralizzato e di controllo, in grado di chiedere la responsabilità a chi governa o a chi ha governato e gestito risorse e territori. «La chiarezza della governance, ad oggi, è dolosamente omessa».