Max Coppeta, l’arte come comunicazione pura, interazione e contaminazione

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in foto Max Coppeta e Alessandro Demma, Alterazione liquida (2016)

L’Occhio di Leone, ideato dall’artista Giuseppe Leone, è un osservatorio sull’arte visiva che, attraverso gli scritti di critici ed operatori culturali, vuole offrire una lettura di quel che accade nel mondo dell’arte, in Italia e all’estero, avanzando proposte e svolgendo indagini e analisi di rilievo nazionale e internazionale.

di Chiara Fucci

Max Coppeta nasce a Sarno nel 1980 e vive a Bellona, a partire dal 2001 avvia uno studio di Design e Visual Marketing che vanta collaborazioni rilevanti, tra cui quella con il Teatro Bellini di Napoli, durata più di 10 anni. Nel 2002 si laurea in Scenografia all’Accademia di Belle Arti di Napoli, riceve nello stesso anno una borsa di studio presso l’Istituto Superiore di Design di Torino dove entra in contatto con personalità che cambiano il suo modo di vivere e pensare l’arte, si avvicina così sempre più alla multimedialità e alla ricerca visiva. Studia nuovamente all’Accademia di Belle Arti di Napoli, dove nel 2006 si specializza in Arti Visive e Spettacolo. Il suo impegno nell’ambito dei linguaggi multimediali gli è valso molti riconoscimenti e il ruolo di giurato per il “Premio Web Italia”. Numerose sono le opere realizzate da Max Coppeta e in esse confluiscono i risultati delle sue riflessioni su temi quali il tempo, la gravità, lo spazio e la luce, l’interazione. Altrettanto numerose sono le esposizioni, l’artista ha infatti presentato i suoi lavori a Tokyo, Los Angeles, Singapore, in altre città extra-continentali e italiane ma anche in spazi virtuali e in luoghi altamente suggestivi come la Reggia di Caserta, scenario dell’esposizione di “Flow”, installazione inserita nel più ampio progetto “Piogge Sintetiche”: una ricerca sulla possibilità di riprodurre artificialmente eventi naturali. Max Coppeta è un visionario, la sua è un’arte in continuo divenire, non circoscritta a una sola possibile chiave interpretativa, aperta alle contaminazioni che l’artista, per via della sua formazione e della sua curiosità, si porta dietro. Ed è proprio all’interno della sua visionarietà che ci ha condotto Max Coppeta attraverso un dialogo sull’arte, la quale è, come lui stesso ha ricordato, “comunicazione pura”.

Qual è per te il potere di comunicare attraverso l’arte e cosa distingue quest’ultima da altre forme di comunicazione?
L’arte è la forma più alta e complessa di comunicazione. Comunicare vuol dire trasferire pensieri e concetti all’esterno, al di fuori di sé stessi ad una singola persona, oppure alla collettività. La comunicazione ed il comunicare si sforzano di trovare la forma più semplice per essere compresi, l’artista invece determina un alfabeto unico e irripetibile che esprime attraverso le sue opere. A me non importa essere compreso a tutti i costi, perché il mio linguaggio non è univoco, è aperto all’interpretazione soggettiva poiché dialoga con le corde sensibili del singolo anche quando sembra rivolgersi alla collettività. L’altra grande differenza tra l’arte e le altre forme di comunicazione è che l’arte non vuole raggiungere alcun fine, se non quello della comunicazione stessa. La maggior parte dei linguaggi di comunicazione perseguono uno scopo, possiedono una finalità, l’arte basta a sé stessa. L’arte è comunicazione pura.

Attraverso le tue opere hai fatto riferimento a eventi naturali e a leggi della Terra – penso ad esempio a progetti come Piogge sintetiche e Zero Gravity – quale ritieni che sia il legame e il ruolo dell’arte in relazione a questo tipo di fenomeni?
L’arte, per me, deve possedere un ruolo salvifico nei confronti dell’uomo, riportarlo costantemente a contatto con la natura. L’uomo spesso si eleva a essere supremo, dimenticando che tutti gli esseri viventi esistono in quanto coesistono. Per me le opere devono svelare i misteri della natura, non c’è fonte di ispirazione più potente. Nei miei lavori sono presenti sempre piccoli racconti dove l’umano, l’artificiale e il naturale si incontrano per dialogare sulle possibilità esplorative di vecchie e nuove scoperte.
Piogge Sintetiche è una partitura visiva di un evento naturale riprodotto artificialmente. La finzione si sostituisce alla realtà creando un inganno credibile: un artificio contro natura. L’arte invoca la magia per ridisegnare nuove regole spaziali. Piogge: non più liquide, non più inafferrabili.

Le tue esposizioni sono un connubio di linguaggi artistici e discipline in dialogo tra loro. Queste contaminazioni esistono idealmente fin dal momento in cui concepisci le tue opere o si sviluppano gradualmente nel corso del processo creativo?
È difficile descrivere il processo creativo dell’opera perché sfugge alle regole, alla routine, è pura invenzione, nuova e diversa ogni volta. Le contaminazioni fanno parte del mio bagaglio culturale e della mia insaziabile curiosità. Sono laureato in Scenografia, questa è una delle discipline artistiche che, per esprimersi, deve contemplare tutte le altre: la pittura, la scultura, la musica, l’architettura, il costume, la regia, etc. Questo percorso multidisciplinare mi fa sentire a mio agio e mi consente di trovare un percorso senza limitare il mio operato al singolo mezzo. Tutti i linguaggi dell’arte si devono confrontare con lo spazio, con il tempo e con i sensi, per questo cerco sempre il modo di creare quell’immaginario che possa raccontare in maniera immersiva l’ispirazione. Quasi sempre la costruzione di quest’immaginario affiora poco per volta, all’inizio è un’idea sfocata poi, anche a distanza di mesi, diventa più nitida e concreta.

Hai esposto in giro per il mondo e in luoghi quali la Reggia di Caserta, ma anche in uno spazio virtuale. Relativamente a quest’ultimo e con riferimento alla tua arte, cosa pensi di questo tipo di fruizione delle opere che va oltre le modalità classiche dell’esposizione?
Ho sempre ipotizzato questa possibilità, in verità ho iniziato un’esplorazione con i nuovi media informatici molti anni fa, con le opere: Terra di Babilonia (2003), Il Giocoliere (2003), Noi – interactive book (2005), Carte da gioco (2011). Queste esperienze al confine tra reale e virtuale attraversavano in modo trasversale il teatro e la performance, per poi essere condivise in rete con la modalità ludica del game, oggi riconosciuta come gamification. Numerosi sono stati i riconoscimenti che mi hanno aiutato nella condivisione collettiva, ricordo: Europrix Multimedia Awards di Salisburgo, World Summit Award, E-Content Award – Italy, PWI Premio Web Italia, Fiera del libro di Torino ed. 2003/ 05/ 07, solo per citarne alcuni. Tra le ultime sperimentazioni c’è stato lo spazio virtuale, come citato nella domanda, che ha previsto il coinvolgimento di Dirartecontemporanea: il primo spazio espositivo 3D on-line del gallerista Angelo Marino. Era il 2013 e la mia personale senza luogo fisico “Visioni transitorie” a cura di Antonello Tolve inaugurava la galleria 3D, le opere fisicamente esistenti trovavano un luogo altro di diffusione: la rete. Penso che l’arte possa esistere anche nella perdita della materialità, se la rappresentazione del pensiero che la genera riesce a trovare un nuovo modo di esistere, anche nella totale smaterializzazione.

in foto Piani deformi (2021) foglia argento su legno, ferro zincato
in foto Fluxus Black (2019) incisioni su metacrillato
in foto San Sebastiano (2021) legno laccato, ottone