Medicina difensiva, la ricetta di Roberti

22

Sarebbe ora che l’Italia si desse un corpus di norme ad hoc per la sanità, così come sta faticosamente cercando di darsi una legislazione speciale per l’ambiente ed i reati contro Sarebbe ora che l’Italia si desse un corpus di norme ad hoc per la sanità, così come sta faticosamente cercando di darsi una legislazione speciale per l’ambiente ed i reati contro di esso. Non basta che sia tra le poche nazioni che non hanno depenalizzato l’atto medico: quel che è certo è che la medicina nel nostro Paese dovrebbe essere liberata dalla gabbia in cui si trova e le cui sbarre sono rappresentate da un codice non più adatto ai tempi, una giurisprudenza oscillante tra i diritti del Paziente e quelli del Medico ed una deontologia senza valore giuridico”. Questo l’auspicio con cui Franco Roberti, Procuratore nazionale antimafia, ha voluto concludere la lectio magistralis su “La Responsabilità del medico tra Medicina difensiva e difesa della professione”, da lui tenuta presso l’Università Suor Orsola Benincasa nell’ambito del Master in management, coordinamento e gestione delle risorse umane nelle strutture sanitarie, organizzato dal Centro di lifelong learning dell’ateneo napoletano, diretto da Fabrizio Manuel Sirignano, in partnership con la Federazione Cisl medici Campania. Napoletano, sessantuno anni, Franco Roberti, dopo aver iniziato la sua carriera nel 1976 in Toscana collaborando con magistrati della caratura di Pier Luigi Vigna, ha lavorato poi nell’immediato pre- e post-terremoto dell’Irpinia a Sant’Angelo dei Lombardi, per poi diventare sostituto alla Procura della Repubblica di Napoli nel 1982 e procuratore aggiunto del capoluogo partenopeo nel 2001, dopo una parentesi di quasi vent’anni alla Direzione nazionale antimafia. Dal 2009 Procuratore capo della Repubblica a Salerno, è stato scelto quale successore di Pietro Grasso il 6 agosto dello scorso anno. “La medicina difensiva – spiegano Massimo Di Roberto, coordinatore didattico del master, e Roberto D’Angelo, segretario aggiunto della Cisl Medici Campania – è caratterizzata dalla iper-prescrizione di test, trattamenti o visite o dall’evitare ai pazienti determinati trattamenti per ridurre l’esposizione del medico ai rischi legati a valutazioni difficili, non solo aumenta considerevolmente la spesa sanitaria, ma in ogni caso mette in seria crisi la difficile arte dello scegliere in medicina. Considerato l’aumento significativo del contenzioso giudiziario legato a questo argomento, abbiamo voluto promuovere una riflessione giuridica per esaminarne cause, effetti e recenti interventi legislativi insieme alle connotazioni etico-giuridiche”. Proprio dal tratteggiare per sommi capi quelli che ha definito “40 anni di sofferta ricerca di un equilibrio” nella giurisprudenza della corte di Cassazione in materia di colpa medica è partito Roberti nella sua disamina, incardinata sulle solide basi legislative rappresentate dagli articoli della Carta costituzionale sui diritti civili, la legislazione europea sulla stessa materia con particolare riferimento alla Convenzione di Oviedo del 1977, senza dimenticare addirittura la Critica della ragion pura di Kant, con la sua affermazione che “Non c’è più moralità quando l’uomo cerca d essere fine e diviene mezzo”. “Quella del medico e quella del giudice – ha sottolineato più volte Roberti – sono le due professioni che più hanno impatto sulla vita delle persone”: per questo, il buon medico non basa tutta la propria capacità di scelta su analisi ed esami diagnostici, ma li interpreta, applicando anche le Linee guida scientifiche (come postula la recente “legge Balduzzi”), ma in relazione allo specifico caso. Analogamente, il magistrato corretto cerca sempre di servirsi dei migliori periti possibili per la valutazione della condotta medica, ma non si appiattisce sul loro giudizio, bensì lo reinterpreta dopo essersi fatto una propria idea. Dunque, può stupire fino ad un certo punto l’apparente contraddittorietà di certi pronunciamenti giurisprudenziali, ma di certo, ha affermato Roberti, bisognerebbe tenere in maggior conto la volontà del Paziente, anche a partire da una più chiara e definita definizione del consenso informato e della sua importanza: “perché il diritto alla salute si esprime anche nella libertà di scegliere la terapia o addirittura di rifiutarla se essa configura accanimento, come ha voluto fare anche il card. Martini in uno scritto di poco tempo prima dei suoi ultimi giorni”. A questo punto, se con tutte le difficoltà del caso, il medico deve scegliere, pena il rischio di essere accusato di condotta omissiva, cosa si potrà dire della politica, se si rifiuterà ancora di sciogliere il nodo relativo alla punibilità dell’atto medico, peggio ancora se per fare un favore ad avvocati e compagnie assicuratrici?