Medicina vascolare, focus al Neuromed

46

Pozzilli (Is), 23 mar. – “Il chirurgo vascolare è ormai uno specialista endovascolare a 360 gradi. Il futuro va in questa direzione”. È questo il messaggio principale emerso in occasione del congresso “L’evoluzione della chirurgia vascolare tra presente e futuro” organizzato dall’Istituto Neuromed di Pozzilli: una due giorni che ha riunito nella località molisana un nutrito numero di esperti in chirurgia vascolare, che si sono confrontati sull’evoluzione e la trasformazione della disciplina, con approfondimenti dedicati in particolare ai progressi nella patologia aneurismatica, del piede diabetico e del trattamento delle varici degli arti inferiori.

Dopo l’era in cui il by pass e l’innesto erano i capisaldi del trattamento chirurgico, la chirurgia vascolare si è trovata ad affrontare un radicale cambiamento. Le tecniche mininvasive, sia in campo arterioso che venoso, hanno profondamente modificato l’approccio del chirurgo, rendendolo allo stesso tempo esperto di tecniche vecchie e nuove che spesso si intersecano. “Le nostre mani non sono più bisturi e forbici, ma guide e cateteri – spiega all’AdnKronos Salute Enrico Cappello, responsabile scientifico del Congresso e responsabile Uos Chirurgia endovascolare del Neuromed – Il chirurgo vascolare muta la sua pelle, e oggi deve rapportarsi alle metodiche endovascolari, essere padrone di questo tipo di sistemi e procedure. Deve essere il primo attore, e non soltanto l’esecutore di terapie di altri colleghi medici”.

Dello stesso avviso anche Andrea Stella, professore ordinario di Chirurgia vascolare, Università di Bologna, che sottolinea come “la chirurgia vascolare ha subito forti mutamenti, legati allo sviluppo della tecnologia e degli strumenti di lavoro. È cambiato anche il medico, sempre più un mix tra ingegneria e medicina. Pensate – aggiunge – a come è cambiato il mestiere del meccanico che ‘cura’ le nostre automobili: una volta si entrava dentro un’officina e c’erano strumenti rudimentali, mentre oggi un signore in camice bianco si avvicina all’auto come a un paziente, prende uno spinotto, lo attacca e fa la ‘diagnosi della malattia’. Analogamente – osserva – è cambiato il mestiere dei medici, che adesso utilizzano strumenti diversi”.

“Oggi – aggiunge – l’80% delle coronaropatie si curano con uno stent; l’80% delle valvole cardiache a breve verrà curato con la stessa metodologia. Questa metodica si esegue anche sulle carotidi, quindi nelle patologie cerebrovascolari, quelle che provocano l’ictus, e che oggi possono essere curate nel 30-40% dei casi con stent carotidei. Anche nell’aorta, dove la malattia aneurismatica colpisce dall’arco fino all’addome, attraverso fessure inguinali e del braccio si possono introdurre quegli strumenti che permettono di inserire endoprotesi, cioè tubi che sono sostenuti da stent metallici e da stoffa, che permettono di ricoprire dall’interno quella dilatazione che può portare a morte il paziente”.

La chirurgia endovascolare “è diventata una realtà consolidata e rappresenta la parte più significativa del trattamento del chirurgo vascolare”, ribadisce Domenico Palombo, professore ordinario di Chirurgia vascolare, Università di Genova. “Stiamo passando – puntualizza – dalla figura del chirurgo vascolare alla figura dello specialista vascolare, che è un medico che si occupa a 360 gradi della malattia (prevenzione, studio meccanismi molecolari, trattamento open ed endovascolare e follow-up”).

Lo specialista ricorda infine l’importanza dello screening, fondamentale per una corretta prevenzione delle patologie cardiovascolari: “Durante il convegno sono stati presentati i risultati preliminari di uno screening in corso in Molise sull’aneurisma dell’aorta addominale, patologia con rischio di morte altissimo (l’80% dei pazienti non giunge vivo nei centri di trattamento). Scoprirla per tempo – evidenzia – è fondamentale. Anche questo è un ruolo importante del chirurgo vascolare, che ha mantenuto nelle sue mani la diagnostica vascolare. Si parla di un esame semplice, l’eco color doppler, che è un esame non invasivo, ripetibile, che può salvare una vita”.

Chi dovrebbe sottoporsi a questo esame? “Un fumatore che ha raggiunto i 60 anni deve farlo anche se non ha sintomi – consiglia Palombo – L’aneurisma dell’aorta addominale viene definito il killer silenzioso, perché la sintomatologia è modesta o inesistente, ecco perché lo screening andrebbe fatto di principio quando si arriva a una certa età, soprattutto con fattori di rischio come l’ipertensione”, conclude l’esperto.