Meno burocrazia, meno rigidità per musei più vitali

113

Siamo un popolo dalla cultura variegata, piena di sfaccettature e proprio questa diversità ci rende preziosi. Per noi e per gli altri. Abbiamo però un comune denominatore che si abbatte sul pregio delle nostre meravigliose differenze nel campo dei beni culturali. Signori e signore parliamo di metodo. In barba a tutti i proverbi del mondo che si ricollegano al ciceroniano detto “mal comune mezzo gaudio”, c’è poco da stare allegri. La gestione dei beni culturali è ingessata dalla più farraginosa burocrazia. “Modalità di organizzazione e funzionamento del Sistema museale nazionale”; documento firmato dalla Direzione dei Musei nel 2008 , et voila l’esistenza di musei di serie A e musei di serie B. Perbacco, come nel calcio. Musei che raggiungono il punteggio di accreditamento al sistema museale nazionale (6,0) e musei che, non raggiungendolo, sono co benevolenza “collegati al Sistema museale nazionale per l’avvio di un percorso di crescita e di consapevolezza sugli standard museali”. Uno scherzo, ovvio. Non lo è.
La definizione ICOM di museo come di un istituzione permanente, senza scopo di lucro, al servizio della società, e del suo sviluppo, aperta al pubblico, che effettua ricerche sulle testimonianze materiali ed immateriali dell’uomo e del suo ambiente, le acquisisce, le conserva, e le comunica e specificatamente le espone per scopi di studio, educazione e diletto, a prescindere dai discordanti pareri in merito, non prevede di certo contenuti di serie A e contenuti di serie B. Trovare una ragione per decidere di visitare un serie B invece che un serie A. Il discrimine è allora riferito alla qualità della gestione. Con un passaggio semplice il responsabile di una gestione fallimentare, potrebbe allora essere destituito. Nel paese dell’inventario, non in Italia. Ovvio. La domanda, domandona, domandissima è però sull’esistenza o meno di una corretta gestione dei musei. Fatte salve pochissime strutture, tutte molto grandi o comunque fuori da qualsiasi parametro di confronto, la gestione dei nostri musei oltre ad annegare in un gorgo di burocrazia, che distrugge ogni tentativo di iniziativa nel campo, per chiunque abbia letto tutte le meravigliose premesse e dichiarazioni generiche e evanescenti che preludono all’applicazione dei documenti programmatici ufficiali.
Il sistema museale britannico si presenta come un centro e tanti satelliti: una struttura che agli organi centrali affida compiti di tipo strategico mentre lascia la gestione operativa ai consigli degli amministratori fiduciari – ai Boards of trustees – dei singoli musei. Un sistema che affonda le radici storiche nella crisi post-industriale che investì la Gran Bretagna nel XIX secolo. Il British Museum, è l’esempio di questo sistema decentrato. La gestione dei musei nazionali, quindi, è formalmente, ma anche sostanzialmente, autonoma da influenze esterne. Essi operano per conto del governo – che su dodici di essi esercita un controllo di tipo fiscale – ma sono sostanzialmente liberi di definire le linee politiche e di sviluppo del museo. Trattamento diverso per i musei pubblici.
Non essendo nazionali dipendono direttamente dalle istituzioni e quindi nello specifico dalle autorità locali: sono coordinati in diversi Area Museums Councils, che coprono per l’appunto le varie aree regionali, la Scozia e il Galles. Sono organismi senza un preciso statuto, quindi la loro specifica struttura varia da regione a regione. Tutto molto snello. Houston, l’Italia ha un problema: il mostro burocratico che gestisce qualsiasi tentativo di gestione. Non è un gioco di parole. Un manto di buonismo condito da declamato rispetto ha avvolto il bene più prezioso dell’Italia e cercare di bucarlo è quasi impossibile. Un timido tentativo di provocare nuove aperture al mondo, si nota sporadicamente nelle mostre che si allestiscono al museo MANN. I visitatori, però, dovrebbero riuscire, da soli, a cogliere da un lato, nell’esposizione permanente, il racconto di una storia europea nella quale si illustra un mondo ha avuto origine dall’arte classica e limitrofe, mentre in alcune esposizioni temporanee la lettura dovrebbe illustrare una storia che pur non essendo europacentrica, riesce a colloquiare con l’Europa, grazie al Museo, Si parla di integrazione tra le culture dimenticando che questa può o meno essere scelta. La scelta, qualunque sia, non può che essere successiva alla conoscenza e certamente non può mai condurre a distruggere una matrice culturale. Ognuno di noi ha un posto nelle cose, ma deve sapere precisamente quale esso sia, difenderle la sua integrità e rispettarlo. Il museo dovrebbe avere anche questa dinamicissima funzione.