Mezzogiorno, cambia la narrazione: il Pil non è tutto. Ma quale futuro è possibile se i giovani se ne vanno?

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in foto Claudio De Vincenti

Ma, insomma, come si presenta la coppa del Mezzogiorno: mezza piena o mezza vuota? Dobbiamo credere alla narrazione sorrentina, per riferirci a quella accreditata da Casa Ambrosetti per il convegno organizzato qualche settimana fa dalla ministra Mara Carfagna, o vale sempre e ancora la prudenza degli amici della Svimez confortata dagli studi della Banca d’Italia?
Si è finalmente messo in moto, questo Sud, candidandosi a fornire un secondo motore industriale al sistema Paese o continua a rappresentare il peso morto che impedisce alle regioni del Nord di seguire le magnifiche sorti e progressive cui sono naturalmente destinate? Per descriverlo valgono di più gli accenni alla vivacità delle start up o i dati della disoccupazione giovanile e femminile?
E questa benedetta posizione geografica centrale nel Mediterraneo – su cui si è tanto detto e scritto – può davvero diventare strategica a fini diplomatici politici ed economici o deve rassegnarsi a restare un argomento di dibattito? E, sì, perché i termini della Questione Meridionale da almeno settant’anni non cambiano. Quello che era vero dopo la Guerra è vero anche adesso.
Sta moderatamente cambiando la narrazione, questo sì. Dopo decenni di racconti sempre uguali con l’ampiezza del divario nella ricchezza per abitante a segnalare la misura del cambiamento in meglio o in peggio nuovi parametri si affacciano per dire che il Pil non è tutto e la vivacità e l’energia di una terra straordinaria per storia e bellezza si trasformeranno presto in occasioni di sviluppo.
L’ex ministro e già sottosegretario alla presidenza del Consiglio Claudio De Vincenti chiama a raccolta proprio in questi giorni studiosi imprenditori e politici a Maratea per la seconda edizione del convegno organizzato dall’Associazione Merita d’intesa con la Fondazione Nitti. Può essere l’occasione per azzardare qualche risposta meditata alle tante domande sollevate.
Le condizioni di partenza sono note: infrastrutture insufficienti, bassa produttività, rada presenza di medie e grandi aziende, conseguente polverizzazione delle attività imprenditoriali che quindi non possono essere gestite in forma manageriale e non hanno possibilità di crescere, scomoda presenza di formazioni criminali, corruzione resistente, asfissiante pubblica amministrazione.
I cantieri di lavoro, dunque, possono essere tanti. A ogni capitolo del Piano nazionale di ripresa e resilienza, la cui piena attuazione è la principale preoccupazione delle forze responsabili, può corrispondere più di una pagina del quaderno delle doglianze meridiane. Qui ogni buona notizia è neutralizzata da due cattive e il sano scetticismo scade in cinico distacco.
Il dubbio maggiore riguarda la cifra della capacità politica e amministrativa installata ai vari livelli della gestione territoriale. Ammesso che si sia capaci d’inquadrare i problemi, chi sarà poi in grado di risolverli? Con quale grado di fiducia si potrà assegnare a questo ceto dirigente il compito di riuscire laddove tanti e forse tutti hanno fallito nonostante qualche inserto di buona volontà?
Accanto alle note transizioni per le quali dovremo passare – in testa quelle ambientali e digitali – se n’è affacciata un’altra che minaccia di essere più ardua da affrontare delle prime: quella demografica. Continua a impoverirsi di abitanti, il Mezzogiorno, rinunciando alle energie migliori che non accettano di lasciarsi consumare dall’attesa di qualcosa che non verrà.
Che ne faremmo di un Sud retoricamente pensato per i giovani ma senza più giovani ad abitarlo? Senza contare che le vecchie e care regole d’ingaggio al lavoro sono praticamente saltate perché percepite come gabbie che imprigionano voglia e fantasia. Nuovi modi di organizzare servizi e produzione dovranno pensarsi se non vorremo sperimentare il deserto civile.