Mezzogiorno, c’era una volta la spesa pubblica

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La Svimez: Sud, in tre anni tagli doppi rispetto al Centro-Nord. Così si uccide la ripresa Una rivoluzione silenziosa. Forse in pochi se ne sono accorti, ma il mito di un Sud La Svimez: Sud, in tre anni tagli doppi rispetto al Centro-Nord. Così si uccide la ripresa Una rivoluzione silenziosa. Forse in pochi se ne sono accorti, ma il mito di un Sud che vive a spese dello Stato è finito da un pezzo. E a certificarlo c’è la Svimez, l’ Associazione per lo sviluppo dell’ industria nel Mezzogiorno, che in uno studio intitolato «Spending review e divari regionali in Italia» (a cura del presidente Adriano Giannola e del direttore Riccardo Padovani assieme a Carmelo Petraglia, docente all’ Università della Calabria) spiega che quest’anno il taglio della spesa pubblica in percentuale del Pil, nel Mezzogiorno, sara? del 6,2 per cento al Sud: vale a dire piu? del doppio rispetto al Centro-Nord (- 2,9 per cento). Giu? anche la spesa in conto capitale: meno 2,1 per cento al Sud rispetto al meno 0,8 per cento del Centro-Nord: il che, commentano i ricercatori della Svimez, non mancherà di far sentire “i suoi effetti depressivi sull’economia meridionale” e provocherà un ulteriore “ampliamento dei divari regionali”. “Sono gli effetti di una spending review all’italiana – si fa rilevare nello studio – che non ha interessato effettivi sprechi bensì un crollo generalizzato di investimenti pubblici e di incentivi alle imprese, mentre servirebbe trasformare gli sprechi in spesa produttiva per i servizi pubblici fortemente carenti specie nelle aree svantaggiate”. In effetti, dati alla mano, la Svimez dimostra che negli ultimi anni “i tagli alle spese operati dai vari Governi hanno inciso molto piu? al Sud che al CentroNord. A dimostrazione, quindi, che la spending review all’italiana l’abbiamo fatta soprattutto al Sud”. Nel 2013, ad esempio, le minori spese nette hanno raggiunto il 2,7 per cento del Pil a livello nazionale: ma se nel Centro-Nord il taglio e? stato pari al 2,2 per cento, al Sud la riduzione ha pesato piu? del doppio: -4,5 per cento. Stessa performance nel 2014: al Centro-Nord -2,8 per cento, al Sud – 5,5 per cento. Il taglio della spesa continua a crescere nel 2015: -3,7 per cento a livello nazionale, quale risultato del -2,9 per cento del Centro-Nord e del 6,2 per cento al Sud. Il taglio alla spesa penalizza il Sud soprattutto per quanto riguarda gli investimenti pubblici, la componente della spesa pubblica piu? colpita, e una delle componenti di domanda in grado di stimolare la ripresa nell’economia meridionale. La spesa pubblica in conto capitale ha registrato al Sud riduzioni da due a tre volte in piu? rispetto al Centro-Nord: -1,6 per cento nel 2013 contro il -0,5 per cento del Centro-Nord; nel 2014 -1,9 per cento contro -0,7 per cento dell’altra ripartizione, arrivando nel 2015 a -2,1 per cento al Sud contro -0,8 per cento del Centro-Nord. Dal 2001 al 2012 la spesa in conto capitale per le aree sottoutilizzate al Sud e? scesa del 58 per cento – Non va meglio nel lungo periodo. In dieci anni, dal 2001 al 2012, la spesa in conto capitale per le aree sottoutilizzate, fondamentale per le azioni di riequilibrio territoriale, al Sud e? scesa del 58 per cento, passando da 16,5 a 6,9 miliardi di euro; al Centro-Nord e? scesa nello stesso periodo del 10 per cento, calando da 3,7 a 3,3 miliardi di euro. In altri termini, i 791 euro che ogni cittadino del Mezzogiorno riceveva nel 2001 sono scesi nel 2012 a 334, mentre i 99 euro destinati pro capite alle aree sottoutilizzate del CentroNord sono diventati 85 undici anni dopo. In discesa anche la quota della spesa pubblica in conto capitale destinata al Mezzogiorno sul totale nazionale: nel settore pubblico allargato (che comprende PA ma anche società quali Enel, Eni, Poste italiane, Ferrovie dello Stato, la quota è passata dal 36,5 per cento del 2001 al 30,2 per cento del 2012. Sono proprio le politiche di spesa delle imprese pubbliche nazionali e locali a penalizzare il Sud: nel 2012, le spese d’investimento delle imprese pubbliche nazionali nel Mezzogiorno erano pari a 215 euro pro capite, contro i 318 del Centro-Nord. Nel caso delle imprese pubbliche locali, lo scarto era ancora piu? ampio (62 contro 188 euro). Secondo stime Svimez, inoltre, le manovre effettuate dal 2010 ad oggi dai vari Governi (il cui valore cumulato arriva a oltre 109 miliardi di euro nel 2014) in rapporto al Pil sono pesate più nel Mezzogiorno rispetto al Centro Nord. In particolare, il peso cumulato delle manovre sul Pil per il 2013 sarebbe del 6 per cento a livello nazionale, ma assai differente a livello territoriale: 5,5 per cento nelle regioni centro settentrionali e 7,8 per cento in quelle meridionali. Stesse dinamiche negli anni successivi: per il 2014 l’impatto sul Pil e? stimato al 6,5 per cento quale risultato del 5,9 per cento al Centro-Nord e dell’8,7 per cento al Sud. L’impatto delle manovre sul Pil cresce ancora nel 2015, arrivando al 6,8 per cento a livello nazionale. Ma se al Centro-Nord il peso sul Pil si ferma al 6 per cento, al Sud sale fino al 9,5 per cento. E se nei documenti ufficiali si inizia a parlare per la prima volta di “spending review” dieci anni fa, con l’obiettivo di rendere piu? efficiente la fornitura dei servizi pubblici ai vari livelli di governo, ottenendo un risparmio e usando le risorse liberate in modo alternativo, in realta? le azioni messe in campo finora, si legge nello studio, hanno interessato sostanzialmente il crollo degli investimenti pubblici e delle misure di sostegno alle imprese. Se nel dibattito corrente si fa spesso riferimento alle ingenti risorse da liberare eliminando gli incentivi alle imprese, nello studio si ricorda come queste proposte facciano ancora riferimento alle valutazioni del Rapporto Giavazzi dell’aprile 2012 che definiva come “eliminabili” circa 10 miliardi di incentivi. Stime smentite dopo un anno dal Rapporto Giarda. Insomma, i tagli che si invocano sono già stati operati, come gia? documentato dalla Svimez. In definitiva, sotto l’etichetta della “spending review” si sono nascosti tagli che, soprattutto con riferimento alle spese in conto capitale, hanno esercitato un effetto depressivo sull’economia dell’area, amplificando i divari regionali e facendo perdere allo strumento il suo ruolo di riequilibrio territoriale. Di qui la necessità di trasformare gli sprechi in spesa produttiva per servizi pubblici fortemente carenti specialmente nelle aree svantaggiate del paese.