Mezzogiorno, Zigon alle imprese: Investire qui è possibile. E vi spiego perchè

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In foto Marco Zigon

“Si può fare impresa al Sud? Certo che sì. Nonostante le criticità ambientali, nonostante il gap infrastrutturale, nonostante un contesto dove è forte il peso della questione sociale”. Parla Marco Zigon, presidente del Gruppo Getra e della Fondazione Matching Energies, cavaliere del lavoro e componente del Consiglio superiore della Banca d’Italia. Alla domanda che gli viene posta di frequente – l’ultima nel corso di un convegno in programma al Festival dell’economia di Roma – e cioè se si può scommettere sul Sud, basterebbe far rispondere la storia dell’azienda che guida. Una realtà industriale che in 60 anni è cresciuta fino a diventare leader in Italia e in Europa del proprio settore (elettromeccanica). Un export che ha raggiunto l’invidiabile quota dell’80 per cento per una holding con 5 società collegate, 2 branch all’estero per presidiare aree di mercato più dinamiche (Medio Oriente e Nord Africa), il 4 per cento del fatturato investito in ricerca e sviluppo nella direzione di Industria 4.0. Una eccellenza italiana che mantiene il suo radicamento nel Mezzogiorno con gli stabilimenti di Marcianise e Pignataro, oggetto di un recente investimento (oltre 30 milioni di euro) per l’upgrade tecnologico degli impianti proiettati alla innovazione digitale di processo e di prodotto per essere in linea con la rivoluzione della sostenibilità energetica delle smart grid. Recente l’appello rivolto dal neocavaliere del lavoro agli imprenditori del Nord, invitati a investire con fiducia nel Mezzogiorno. Raccolto dal Gazzettino Veneto, alla sua lettera aperta ha risposto il presidente di Confindustria Venezia-Rovigo, sostanzialmente concorde sull’esigenza di mantenere unite le due aree al cospetto di scenari globali altamente competitivi, dove occorre cimentarsi come sistema Paese.

Ingegner Zigon, cosa ha sostenuto nel messaggio inviato ai colleghi del Nord all’indomani del Referendum per l’autonomia in Lombardia e Veneto?
Ho affermato che ci sono ottimi motivi per investire nel Mezzogiorno. E posso dirlo in base alla esperienza della mia impresa che è cresciuta nel Sud, ed ancora investe nel Sud, senza sottacere le sue numerose criticità che, ridotte o rimosse, libererebbero definitivamente le migliori energie di questo territorio.

Il divario meridionale rispetto alle altre aree del Paese è profondo e viene da lontano, non è così?
I motivi per cui il Mezzogiorno non detiene una base produttiva paragonabile a quella del Centro Nord sono noti. Le criticità sono ancora marcate e significative. Si va dalla scarsa percezione di sicurezza, al divario infrastrutturale, dalla Pubblica amministrazione poco efficiente a una classe dirigente che in passato ha puntato più alla gestione del consenso che a stimolare l’economia.

Per molti anni Sud è stato sinonimo di spreco di risorse, se non peggio.
Per troppo tempo hanno prevalso assistenzialismo, utilizzo improprio dei fondi europei, iniziative industriali legate talvolta alla acquisizione di contributi a fondo perduto. E poi la mancanza di una seria politica industriale a valle della fine della Casmez e del disimpegno dell’industria a partecipazione statale. Ma è uno scotto che abbiamo pagato.

Che cosa è cambiato?
Non ci sono più risorse da sprecare. Né si può eludere il nodo delle riforme. Non si può affrontare mercati altamente competitivi con piccoli aggiustamenti come quelli che permetteva la lira. Circostanze queste che devono indurre tutti noi a cambiare passo.

Come valuta la presenza di eccellenze industriali nel Mezzogiorno? Quale è il loro ruolo?
Nel Mezzogiorno ci sono numerose realtà industriali leader non solo in settori tradizionali. Alcune vantano asset industriali ad alto contenuto di ricerca e tecnologia. Altre sono titolari di brand che primeggiano nei mercati del mondo. Tutte sono campioni dell’export e hanno promosso per tempo il loro processo di internazionalizzazione. Contribuiscono, come attesta ogni anno il Rapporto sulle industrie meridionali della Fondazione La Malfa, alla crescita di qualità della filiera e dell’indotto. Sostengono la formazione del Pil ma anche la diffusione di quel tessuto connettivo che è basico per la crescita dell’economia e per la modernizzazione della società meridionale.

Il Sud però esporta capitale umano, che invece dovrebbe trattenere, per aspirare a crescere nel lungo periodo.
Nel Sud Italia c’è un buon livello di risorse umane e competenze, anche grazie al ruolo del mondo della formazione e dell’Università. Ci sono le basi per cogliere le potenzialità con Industria 4.0. A trasferirsi al Nord o all’estero sono spesso i soggetti più qualificati e dinamici. E questo è un freno. Per trattenerli c’è una sola strada: assicurare loro un impiego decoroso e in linea con la loro formazione. E questo è possibile solo con un ciclo di crescita duratura e stabile dell’economia meridionale

Alcuni osservatori hanno detto che il Sud è tornato nell’agenda del Governo. Lei che ne pensa?
Condivido. Il decreto Resto al Sud che offre incentivi per i giovani che vogliono fare impresa al sud. Quello delle Zone economiche speciali per attirare investimenti sui porti meridionali. Il MasterPlan e i Patti per il Sud che spingono gli investimenti in infrastrutture, risanamento ambientale, periferie, valorizzazione ricchezze artistiche. Ecco tutti questi elementi contrassegnano finalmente l’esistenza di una politica industriale organica, con una strategia di lungo respiro.

Ma basterà per recuperare il gap con le aree forti d’Europa?
Le politiche per lo sviluppo sono importanti, ma la crescita dipende da una classe dirigente che abbia strategia e visione. E cioè la fermezza nel considerare privilegiata la posizione del Sud a confronto con i Paesi frontalieri del Mediterraneo. Srm ci rammenta da sette anni che il Pil dell’area Mena è cresciuto del 4,4% annuo negli ultimi venti e crescerà nei prossimi cinque anni alla media stimata del 3%.

E cosa discende da tali considerazioni?
Ne deriva che il Sud appare destinato a fungere da baricentro dello spazio euromediterraneo, dove passa il 20% del traffico marittimo mondiale e dove transita l’energia di oggi e quella del futuro. Penso ad esempio alla supergrid che collega all’Europa l’energia fotovoltaica così stabile nell’area subsahariana. Indispensabile per stare nei parametri europei della ecosostenibilità.

La geopolitica gioca a favore del Mezzogiorno?
Sulla opzione euro-mediterranea si gioca il destino del nostro territorio, la cui posizione geografica assicura una posizione di privilegio nel confronto con i Paesi frontalieri della sponda Sud e del Medio Oriente. Un vantaggio competitivo che dobbiamo essere bravi a non cedere ad altri.