Migliorare la politica economica in Italia: ricetta in dodici punti

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1. Una prima riflessione sul Mezzogiorno Il dualismo non è solo un divario, ma è certamente un’anomalia che si può chiudere solo riadeguando il 1. Una prima riflessione sul Mezzogiorno Il dualismo non è solo un divario, ma è certamente un’anomalia che si può chiudere solo riadeguando il sistema delle relazioni tra le parti dell’economia italiana, mentre l’economia nazionale deve ormai identificarsi come un sistema coordinato tra le sue parti e diventare, essa stessa, un attore rilevante dell’Unione Europea. Questa ulteriore integrazione tra i sistemi economici italiani, insomma, è la premessa per collocare l’economia italiana ed il suo Governo tra gli attori principali della politica economica europea. Purtroppo le ipotesi di federalismo fiscale, e la modifica del titolo V della Costituzione nel decennio alle nostre spalle – ed ancora prima la nascita delle Regioni – hanno determinato una situazione nella quale si rischia di smarrire il senso dell’Unità nazionale, come punto di riferimento 2. Un problema spigoloso da interpretare Il progressivo degrado delle competenze e delle ambizioni della nostra classe dirigente e la caduta, parallela, della capacità di governo da parte del ceto politico. Questi due fenomeni non sono solo meridionali. La divisione tra Nord e Sud è essa stessa un paradosso: le distanze tra i territori, e le comunità, in cui vive la popolazione italiana, le distanze (nei comportamenti e nella mancata coesione tra le parti) si allargano, mentre aumenta la velocità per poter percorrere la dimensione delle distanze fisiche che spezzano in due il paese. Il Mezzogiorno, un tempo considerato come un insieme omogeneo,oggi presenta un doppio crinale: la riviera di ponente, quella tirrenica, ospita una forte concentrazione demografica ed una fragile capacità economica, nonostante qualche residua presenza di organizzazioni imprenditoriali. Circostanze che crea una disoccupazione crescente ed una parallela crescente ingovernabilità. 3. La divergenza tra le due Italie Perché il Mezzogiorno si allontana dal centro nord ed il centro nord si chiude in un becero egoismo locale? Abbiamo bisogno di una nuova coscienza nazionale per supportare lo sviluppo del nostro paese. Le dimensioni, del reddito e della spesa, negli ultimi tre anni sono la testimonianza, in Italia, di un sistema economico che si disintegra progressivamente. Dopo la crisi finanziaria si è aperta una stagione recessiva ma gli effetti si distribuiscono in maniera asimmetrica tra le due parti del paese. Nel Centro Nord, il reddito pro capite – cioè la remunerazione che rappresenta il valore del prodotto generato – è il doppio di quello meridionale. Ma la spesa procapite è molto meno distante dalla dimensione del reddito, nello scarto tra nord e sud. Si produce molto di più e si spende di meno nel centro nord rispetto al Mezzogiorno. 4. Il problema del Sud e della sua deriva che lo allontana dal Nord Il Sud, insomma, negli ultimi tre anni ed anche prima, a partire dal 2008, non cresce abbastanza per far decollare il proprio mercato interno. Chi esporta rappresenta un segmento minimo della produzione potenziale del sistema. La selva grigia del lavoro, che tracima nella criminalità, alimenta una misera parte del mercato domestico mentre sposta ben oltre i confini italiani ricchezze non dichiarate. La capacità di spesa, per dodicimila euro all’anno, è troppo bassa per spendere oltre i perimetri della sopravvivenza: il canone di locazione, le bollette, poche e parche spese necessarie. Non c’è mercato nel Sud: basta guardare le vetrine dei commercianti e la diffidenza verso l’espansione della produzione che molte imprese avvertono. Dunque si riapre una forbice: ladivaricazione tra spesa e reddito prodotto. Nel centro nord le imprese e le famiglie hanno ricostruito, invece, un equilibrio tra reddito e spesa che sta mettendo in moto la crescita.Gli ottanta euro per ogni lavoratore, dato che i lavoratori sono prevalentemente nel Nord ed i disoccupati sono nel Sud, rafforzano la capacità di spesa del Nord e non certo quella del Sud. Ma questo Sud, che non riesce a chiudere il cerchio del reddito e della spesa per alimentare la crescita, sarebbe in grado di essere supportato e sostenuto dal Nord? Non crediamo che questo sia possibile. Il Nord ritiene di dover accumulare risorse per se stesso: attraverso esportazioni, caduta del prezzo del petrolio ed euro debole. L’euro, in particolare, alimenterà l’Expo e molte località del centro nord, da Venezia a Firenze e Bologna, molto vicine a Milano: il turismo europeo e d’internazionale attratto dalla esposizione universale. Questa accumulazione vedrà le imprese e le famiglie del centro nord integrarsi con la parte più interessante dell’Europa: la Germania; i paesi baltici; i paesi dell’Unione monetaria, che non hanno la moneta unica come valuta ma crescono e negoziano con il resto del mondo. Un Ministro per il Sud rappresenterebbe una modesta occasione: una sorta di lord protettore, costretto a cercare tra gli altri ministeri (il Tesoro, il bilancio dello stato,i fondi europei e di contratti di programma dello Sviluppo Economico) gli strumenti da ricollegare alle regioni meridionali che, spesso, finiscono per confondersi e perdersi in molti rivoli. 5. Banche e imprese nel Mezzogiorno Una seconda ragione di sconforto sta nelladifficile trasmissionedellapoliticamonetaria di Draghi alle imprese da parte delle banche. La metà dei crediti concessi alle imprese nel Sud sono incagli o sofferenze. Bisognerebbe utilizzare, allora, le risorse dellaBcepercomprareobbligazionidellaBei, la banca europea degli investimenti, ed acceleraregli investimenti che Junkerpropone all’Europa, con una massiccia dose di innovazione al Sud. Innovazione che relegherebbe ancorpiùaimargini le regioni, troppe e troppodiverse,edalimenterebbelasperanzadiun Mezzogiorno che possa diventare una grande macroregione. Questa opzione rimanda agliannidelsecondodopoguerra,cioèallafondata e coesa esistenza di una coscienza nazionale, capace di superare i danni della guerra e ricostruire il paese. Ma le Regioni del centro nord, che comunque hanno sperimentato la propria capacità di integrarsi verso l’Unione Europea, sono oggi chiuse in una sorta di egoismo che si specchia nella inconsistenza, politica ed amministrativa, delle regioni meridionali. Queste due deficienze non si compensano e non sembra possibile, nel breve periodo,cheleclassidirigentidelNordequelle del Sud sappiano come ritrovare la dimensione di una coscienza nazionale ed unitaria. Mentre la presunta locomotiva delNordpotrebbe decidere di lasciare andare alla deriva le carrozzemeridionali. Sarebbe una opzione devastante anche per la locomotiva e non soloper le carrozze, abbandonate al propriodestino,perchésarebbeancheildestinodellalocomotiva stessa. 6. Tre punti per una strategia macroeconomica efficace di crescita e sviluppo: • Una costruzione politica ha generatola moneta ed il mercato unico; • La fiducia nella moneta della Banca Centrale Europea allarga lo spettro della sua presenza quando alla moneta si affiancano la moneta bancaria, i depositi, e l’insieme degli strumenti monetari e finanziari utilizzati dalle banche e dai mercati finanziari nell’Unione europea; • Se viene rallentato un processo, che è stato proposto e del quale si intende raggiungere il risultato da ottenere, non si può restare troppo tempo in una condizione di stallo, perché l’allungarsi della mancata azione induce, con molta probabilità, la scomparsa del risultato dell’azione; in altre parole se non si rimette in moto il processo di convergenza politica verso un più identificabile assetto istituzionale dell’Unione Europea potrebbe non esserci più l’Unione, sbriciolandosi progressivamente parte della stessa, a partire dalle nazioni in cui si presentino insofferenze e rifiuti sulla natura dell’assetto finale dell’Unione. 7. La questione fiscale La produttività dell’economia del centro nord è molto più alta di quella del Mezzogiorno, e che il divario di reddito, ancorché supportato dai trasferimenti finali ad imprese e famiglie del Mezzogiorno, da parte dello Stato, genera redditi inferiori,ma comunque trasferiti alle regioni settentrionali ed ai mercati esteri, rispetto a quelli italiani. Questitrasferimentifiscalicreanounmercato per le regioni meridionali anche perché la bassa produttività dell’economiameridionale, in alcuni casi, cancella progressivamente, attraverso la tenaglia della crisi e della cassa integrazione, impianti e lavoratori di una parte del sistema imprenditoriale locale. Mentre, per tutti gli anni alle nostre spalle, è stato ignorato l’utilizzo di strumenti fiscali per correggere gli scarti di produttività e glieffettideltassodicambiosulleesportazioni dal Mezzogiorno al resto del mondo. Speriamo che si possa e si debba – nelle nazioni in cui esistonodivari strutturali tra le regioni e le macroregioni, come sussistono nell’unione tra Stati –utilizzare strumenti fiscali per correggere, restringendone le dimensioni, la spinta alla divaricazione della convergenza necessaria nelle economie nazionali, ma anche in quelle regionali. Senza la ripesa della crescita non riusciremo ad affrontareilridimensionamentodeidebitipubblici cheabbiamoaccumulato, grazieallacrisi, ed anche prima della crisi stessa. Trasformare il modo, la flessibilità, ed il contenuto –insomma,processieprodottiassolutamente diversi da quelli che abbiamo usato nella seconda metà del ventesimo secolo – impone una grande sforzo per il cambiamento da parte dei vari Governi dell’unione. 8. Dopo la crisi del 2008/2009 Abbiamo fatto finalmente un passo avanti sul terreno degli strumenti da utilizzare per ribaltare, in una prospettiva di crescita, la stagnazione che ha fatto seguito alla crisi. L’Austerità sui conti pubblici, aumentare le tasse e ridimensionare i deficit di bilancio, non è più considerata come il toccasana per ottenere la crescita. La crescita ci serve per ridimensionare il debito pubblico, che, a sua volta, genera un volume di interessi tale da trasformare in disavanzo l’avanzo primario dei conti pubblici italiani. Grazie alla doppia pressione dell’aumento dell’imposizione fiscale e della dimensione dello stock di debito. L’austerità?cioè la compressione dei consumi, visto che si aumentano le tasse ma non si ridimensiona la spesa pubblica inutile e dannosa, che spesso crea anche episodi di corruzione che screditano ulteriormente la qualità della politica e di chi la deve governare ? diventa un danno sociale. Dunque l’austerità, come strumento che rilanci la crescita, è assolutamente inutile. Questa percezione si afferma con una chiarezza sempre maggiore. Il secondo strumento da ridimensionare è la pressione per raggiungere il tetto massimo del deficit di bilancio, uno sport che Francia ed Italia cercano ed hanno cercato spesso di praticare. Anche in questo caso bisogna correggere il tiro dello strumento: il problema non è la dimensione del deficit. La crescita non si manifesta se lo Stato spende di più. La crescita si manifesta se investi, in infrastrutture, telecomunicazioni, energia, trasposti e strumenti intangibili, come la ricerca, l’educazione per i giovani, la formazione per coloro che dovranno cambiare lavoro – e ridimensioni l’eccesso di tassazione, in parallelo con l’eccesso di cattiva spesa pubblica. 9. Che fare? Draghi e Junker sono alla guida di due istituzioni molto più “giovani” degli Stati nazione: organizzazioni che sono anche due laboratori per le politiche economiche da utilizzare nel prossimo futuro. Utilizzare la dimensione innovativa di queste due organizzazioni genera effetti positivi: • superare la percezione tradizionale delle economie del ventesimo secolo, prima della rivoluzione digitale e della diffusione dei derivati e della finanza come dimensione autonoma dell’economia; • costruire, grazie alla collaborazione tra la Commissione e la BCE una nuova dimensione del mercato europeo, lasciando alle spalle l’economia monetaria di produzione che avevamo conosciuto nel ventesimo secolo ed aprendo ipotesi ed innovazioni che siano capaci di dare forma alle filiere frammentate, l’inclusione nelle reti che crea un valore condiviso ed incrementale secondo la dimensione del numero dei consumatori inclusi nella rete; • avviare la trasformazione dell’economia europea in una direzione che superi la dicotomia tra istituzioni e mercati finanziari e possa trovare una ragionevole modalità per la creazione di una industria finanziaria che si affianchi e non si contrapponga alle banche commerciali. 10. L’opinione pubblica italiana ha accolto, con qualche eccesso di ironia e sufficienza,l’ipotesi di Junker di attivare un robusto flusso di spesa per investimenti Il piano Junker sulle infrastrutture, viene alimentato anche con strumenti finanziari, che vengono da mercati finanziari e non solo dalle entrate fiscali che diventano spesa pubblica. I nuovi investimenti non saranno solo risorse assorbite dalla tassazione dei vari Governi europei ma presentano molti vantaggi se si manifestano in affiancamento alla politica monetaria non convenzionale di Mario Draghi: mandare a zero il livello dei tassi base di interesse, trasferire fondi liquidi alle banche ed assorbire strumenti finanziari, creati dalle banche come contropartita. In questo modo le banche diventerebbero più liquide e la Bce assorbirebbe strumenti finanziari, anche diversi, ma non solo quelli, dei titoli di Stato dei governi nazionali. Se la politica monetaria spinge verso lo zero il tasso di interesse l’economia si appiattisce nella trappola della liquidità: non può agire per spingere la crescita del reddito perché la sua forza rimane solo quella di alzare i tassi di interesse per evitare un eccesso di inflazione. Non essendoci oggi alcuna traccia di inflazione quella forza sarebbe nulla. Ma la condizione di proporre liquidità al sistema non si traduce da sola in una spinta della crescita. Aumentare la massa monetaria è necessario ma non è ancora sufficiente per raggiungere il traguardo atteso: l’incremento della produzione e dei redditi grazie alla sollecitazione di una domanda aggregata ed effettiva. Una domanda che parte grazie ad un primo nocciolo duro di fondi pubblici ma che si allarga ai mercati finanziari ed, in ultima istanza, trascina con se anche nuove iniziative private. Nel gergo degli economisti questo è un effetto di crowding in: la domanda di beni e servizi per investire riduce gli spazi della spesa pubblica corrente ed apre le condizioni per l’avvio degli investimenti, in presenza di un basso costo del denaro. Se, tuttavia, la spinta degli investimenti, come Junker intende fare, non si manifesta sia con la spesa statale in conto capitale che con risorse raccolte sui mercati finanziari, non riesce a nascere l’onda montante di una domanda aggregata che possa, a sua volte, indurre ulteriori progetti di investimento da parte del settore privato e delle economie esterne al’area europea. Quando, al contrario, si allarga la spesa pubblica corrente, sterile ed inutile, ed a volte dannosa, si espellono invece gli investimenti dal circuito del reddito e quella inutile spesa pubblica dilagante azzera la crescita e crea il pantano della stagnazione: che le tasse devono poi ripulire. Questo si chiama crowding out ed è esattamente, se fosse ancora utilizzata la leva di una spesa per la spesa e per coloro che ne utilizzano opportunisticamente e nel proprio interesse la dimensione, l’effetto di un trionfo, appunto, per opportunisti, mascalzoni e delinquenti. La spinta della domanda effettiva generata dalla spesa in conto capitale, ed allargata dalla leva finanziaria dei mercati per attivare ulteriori investimenti, dovrebbe, infine, ricondurre le banche al loro mestiere di fare credito: riducendo l’investimento in titoli di Stato ed allargando la propria capacità di spesa a progetti di investimento che siano compatibili con ragionevoli tassi di interesse. Ragionevoli perché alimentati dalla Bce. Le banche dovrebbero condividere questa prospettiva – ribaltando sia la mancata utilizzazione delle risorse offerte dalla BCE che la diffidenza verso un clima orientato alla crescita – per utilizzare i fondi resi disponibili in contropartita delle Asset Baked Securitisation e dei Credit Default Swap annunciati da Draghi dall’ultimo conferenza stampa nel settembre del 2014. La stessa Bce potrebbe acquistare obbligazioni della Bei ed accelerare per questa strada la ripesa dei grandi investimenti in infrastrutture alla scala dell’intera Ue. 11. Le leve per attivare la convergenza tra la politica fiscale e la politica monetaria ed ottenere la ripresa della crescita: • La strategia della politica monetaria non convenzionale che si traduce nel QE della Bce. • La Bce, ove acquistasse obbligazioni della BEI, allargherebbe la capacità espansiva degli investimenti in infrastrutture del piano Junker, anche grazie alla tempestività che si potrebbe realizzare con azioni di public private partnership e project financing. • La concentrazione dei fondi Ue, creati e gestiti dalla Commissione, nelle mani dei Governi e, nel caso del Governo italiano, nella neonata Agenzia relativa alla loro gestione. L’agenzia italiana deve provvedere, di intesa con le Regioni, alla definizione di poche grandi iniziative con cui attivare investimenti necessari finanziati con fondi europei. • La riduzione delle imposte e delle tasse, per le regioni meridionali, deve essere attuata in compensazione con la concentrazione degli investimenti infrastrutturali governati dall’agenzia nazionale dei fondi europei;bisogna compensare sia il divario di produttività che la frammentazione degli utilizzi dei fondi europei e riportare alla convergenza verso la media nazionale la spesa ed il reddito del mezzogiorno • La delega ad un Viceministro dell’impianto del Bilancio dello Stato e delle linee di programmazione deve essere accompagnata da una vera e propria nota aggiuntiva al bilancio e dalla creazione di un Fondo per gli investimenti e l’occupazione, come avvenne nel caso del Fio; di modo che si possa definire i tempi e di modi della crescita in maniera convergente e senza alcuna tentazione di ottenere un doppio binario tra la politica economica che si realizza al Nord rispetto a quella che si realizza nel Mezzogiorno. • Il Ministero dello Sviluppo Economico dovrebbe diventare l’organizzazione operativa che agisce per trasformare in fatti ed interventi le linee della nota integrativa al bilancio dello stato in materia di politiche fiscali: delle entrate e delle uscite. Mentre il Fiore starebbe nel controllo del Ministero del Bilancio 12. In questo modo le organizzazioni dedicate alla realizzazione della politica economica risultano essere: • La Commissione Ue (Junker); • la Bce (Draghi); • la Bei (Scannapieco); • Il “nuovo” Ministro del Bilancio(Morando); • Il Ministero dello Sviluppo economico come agenzia operativa del nuovo Ministero del Bilancio; • l’Agenzia per il governo dei fondi europei che controlla l’insieme dei progetti elaborati in contraddittorio con le Regioni.