Migranti, Cei: “Roma ha inclusione nel dna”

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Roma, 14 giu. (AdnKronos) – Roma ha “l’inclusione nel suo dna. Ce lo testimonia la storia”. Monsignor Paolo Lojudice, vescovo ausiliare del settore sud della capitale e presidente della Commissione Regionale per le Migrazioni della Cei, guarda con “amarezza” alle nuove polemiche scaturite dalla lettera della sindaca di Roma Virginia Raggi con la quale ha chiesto al Viminale di mettere un freno all’approdo dei migranti e ai nuovi centri di accoglienza in città. Il presule, interpellato dall’Adnkronos, osserva: “La polemica fa riflettere su quanto si navighi nel buio su una questione sulla quale bisognerebbe lavorare coinvolgendo tutto quel mondo che ruota intorno al volontariato e all’associazionismo che non guarda ai bandi e non passa attraverso i fondi”.

Il punto, osserva Lojudice, “è la gestione globale. Non c’è dubbio che il modello di accoglienza vada migliorato. Su questo si dovrebbe lavorare. Roma, lo dimostra la sua storia, ha nel dna l’inclusione. Il problema è la gestione globale: occorrerebbero tavoli seri e intelligenti utilizzando realtà di volontariato che già esistono e operano sul territorio”. Il vescovo a capo della Commissione Regionale per le Migrazioni della Cei fa un’amara considerazione: “possibile che si vada su Marte e non si riescano a risolvere problemi che con la buona volontà e un’ intelligente organizzazione non sono insormontabili?”.

Il presule non punta il dito tanto contro la sindaca di Roma (“non è tanto colpa sua”, dice) quanto contro una “certa tracotanza” per cui su temi come quello delle migrazioni si finisce per “navigare nel buio”. Su un punto, osserva ancora mons. Lojudice, “la Chiesa ha il diritto ma anche il dovere di fare sentire la sua voce: non si possono paragonare le buche, i disservizi, i rifiuti e tutto ciò che a Roma non funziona con la questione dei migranti e dei rom”.

Di questo passo, osserva ancora mons. Lojudice, “la politica si allontana sempre più dalla gente con la conseguente disaffezione al voto. Sarebbe il momento di accantonare sterili polemiche che aggiungono solo amarezza per lavorare seriamente. Penso ad esempio a quanto sarebbe utile mettere insieme la filiera delle parrocchie e realizzare un modello di accoglienza ‘mignon’, micro modelli che partano dal territorio in maniera capillare”. Lojudice guarda a quello che è successo una ventina di anni fa con l’esperienza delle case-famiglia: “potrebbe essere un modello sostenibile, senza sperperi di denaro”.