Migranti, il dilemma dell’Europa

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 Le migrazioni segnano oggi l’Europa come una cicatrice non ancora nrimarginata. Suscitano nei nostri paesi umana pietà, compassione, allarme, paura, in certi casi addirittura terrore. Ma più gravi e più difficili da rimarginare sono le cicatrici sul corpo e sull’anima dei migranti. Costretti a fuggire, a lasciare le loro case e i loro cari, feriti nella loro dignità, spesso umiliati, con la prospettiva di un viaggio costoso e penoso e di un inserimento non facile in paesi spesso sospettosi, se non addirittura ostili. Eppure i fenomeni migratori non sono affatto nuovi nella storia dell’umanità. Si può anzi dire che sono sempre avvenuti, anche in epoche nelle quali gli spostamenti erano molto più difficili. Senza risalire a epoche preistoriche, nel terzo millennio avanti Cristo ci fu la migrazione degli Ittiti nella penisola anatolica; all’epoca della decadenza dell’impero romani ci furono le invasioni barbariche; poi la conquista della Sicilia e dell’Andalusia da parte degli Arabi; le sanguinose scorrerie dei mongoli di Gengis Kan e di Tamerlano in pieno medio evo; infine le imponenti migrazioni nel Nuovo Mondo di decine di milioni di europei, tra i quali numerosi erano gli italiani. Le ondate migratorie che oggi investono l’Europa assomigliano a queste ultime, soprattutto per le loro dimensioni: non sono di conquista , ma animate dalla speranza di un futuro migliore. Si distinguono tuttavia da quelle di fine ‘800 e del secolo scorso per due aspetti fondamentali: per raggiungere le Americhe (e più tardi l’Australia) bisognava attraversare vasti oceani. Oggi – anche se il rischio è grande – basta un gommone. E, in secondo luogo, avvengono in un contesto globale e in un sistema informativo neppure lontanamente paragonabile a quello di allora. Oggi internet permette di sapere tutto immediatamente. E tutto questo ha i suoi vantaggi, ma anche i suoi inconvenienti.

Perché avvengono le migrazioni? Per fuggire la miseria, i pericoli, la guerra, il terrore. Ma nel caso attuale vanno aggiunti alcuni elementi distintivi che spesso sono trascurati. L’instabilità mediorientale è causata alla radice dalla saldatura tra religione e politica. La teocrazia è una pessima consigliera: favorisce il fanatismo e impedisce lo sviluppo della democrazia. E soprattutto compromette lo sviluppo della società civile, il progresso economico, l’invenzione e la ricerca. Rifugiarsi nell’insegnamento della religione più  che approfondire le scienze e la tecnologia è una strada sicura verso il sottosviluppo e l’instabilità. Come ha scritto con spietata lucidità il giornalista americano Roger Cohen, il mondo arabo (e in una certa misura anche quello iraniano) è tagliato fuori dai grandi circuiti della produzione e  – soprattutto –  dalla creazione di beni. E’ questa la causa fondamentale della crisi mediorientale, ancor prima dei confini artificiali che per oltre mezzo secolo hanno fatto credere a un assetto stabile. Non solo. La coscienza di non avere un peso politico, economico e civile paragonabile a quello di un tempo spinge le frange più estreme alla distruzione, alla guerra, al terrorismo, al suicidio. Dal momento che non è possibile costruire, allora vale la pena distruggere. E’ in atto un confronto impari tra l’ordine (odiato e subito) e il disordine fine a se stesso, incapace di trovare una via d’uscita ragionevole. E tra i drammi maggiori che questa mentalità nichilista provoca c’è la distruzione delle comunità civili e la fuga verso una labile speranza. Oggi per l’Europa il dilemma è semplice e terribile: come affrontare questi imponenti movimenti migratori dal Medio Oriente e dall’Asia.  La cancelliera Merkel ha pensato in un primo momento di praticare la politica dell’accoglienza per tutti. Ma ben presto si è accorta che la sua generosa (e interessata) proposta era impraticabile e soprattutto osteggiata dai suoi stessi concittadini. Gli incidenti e le violenze avvenuti nelle città tedesche hanno rafforzato i timori della gente comune. Ma anche la chiusura è impraticabile. L’Europa non può respingere chi fugge dalla fame e dalla guerra senza tradire i suoi stessi ideali, la sua profonda ragion d’essere. Da qui nasce la ricerca affannosa di un compromesso difficile da delineare e da realizzare; e la necessità di distinguere chi chiede giustificatamente asilo da chi intende solo sottrarsi alla povertà.

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