Mio padre Renato Barisani e Napoli, un rapporto ancora difficile. In stato d’abbandono l’opera donata alla città

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in foto: Renato Barisani nel suo studio, 2000. Ph. Fabio Donato (particolare) ©2000-2021

L’occhio di Leone , ideato dall’artista Giuseppe Leone, è un osservatorio sull’arte visiva che, attraverso gli scritti di critici ed operatori culturali, vuole offrire una lettura di quel che accade nel mondo dell’arte avanzando proposte e svolgendo indagini e analisi di rilievo nazionale e internazionale.

di Ilaria Sabatino

Renato Barisani, esponente del Gruppo Sud e fondatore nel 1950 del Gruppo Napoletano Arte Concreta con Venditti, Tatafiore e De Fusco. Da sempre artista poliedrico e sempre al passo coi tempi, sperimentatore di nuovi materiali, naturali e artificiali, e di nuove tecniche. Avendo da sempre uno sguardo sull’arte contemporanea nel mondo, portandolo ad avere una visione dell’arte molto più aperta e libera. Attraverso le parole ed i ricordi del professore Fabio Barisani, figlio dell’artista Renato Barisani, potremmo conoscere meglio un maestro che ha lasciato in ambito artistico un segno molto profondo e che è vissuto in un periodo in cui l’arte stava cambiando ed evolvendosi in varie sfaccettature.

in foto “Grande arco”, 1999-2000. Acciaio corten e vernici epossidiche. Scultura permanente all’ingresso del Castel dell’Ovo, Napoli. Ph. Fabio Barisani ©2000-2021

L’arte di Renato Barisani ed il suo rapporto con l’Accademia?
Fu studente all’Accademia di Belle Arti di Napoli, conseguendo in un solo biennio, nel 1941, il Diploma in Scultura. Non ebbe un buon rapporto con i suoi insegnanti del tempo che tentarono di condizionarlo verso forme di figura più classicheggianti. Proveniente da un magistero – 1937/1939 – presso l’I.S.I.A. di Monza e allievo nel corso di Plastica Decorativa di Marino Marini e di altri Maestri dalle vedute più aperte verso le espressività artistiche, in Accademia continuò col suo modo lì intrapreso, stilizzando le figure verso una maggiore essenzialità delle forme. Rammentò più volte di essere stato particolarmente colpito da una scultura in gesso che giaceva in un angolo dell’aula laboratorio di Monza in cui si esercitava, era una scultura di Arturo Martini, predecessore di Marino Marini come docente in quello stesso corso: era la “Leda col cigno”, oggi presso i Musei Civici di Monza. L’influsso di Arturo Martini e Marino Marini lo spinsero verso una sempre maggiore essenzialità nella figurazione, pervenne così a nuove soluzioni plastiche che gli permisero così, nel 1942, di vincere il Premio “Vincenzo Gemito”.
Dal 1946 ebbe inizio la sua attività d’insegnamento al Liceo Artistico di Napoli, Istituzione che condivideva con l’Accademia di Belle Arti gli stessi spazi. Fu il periodo nel quale la sua produzione artistica si evolse gradualmente verso l’astrazione e la sua azione didattica fu improntata tanto nell’infondere sapienza tecnica quanto libertà espressiva e sperimentalità del fare. In ciò, e a sussidio, si avvaleva anche di riviste internazionali e testi difficili da reperire e da offrire agli studenti, con immagini di opere e ricerche dell’arte contemporanea del momento in vari settori: dall’architettura alla pittura, alla scultura, al fine di portare conoscenza delle esperienze artistiche più avanzate in Italia e nel mondo. In quelle aule-officina che davano sul giardino dell’Accademia, e con il collega e artista Antonio Venditti, non solo si producevano le sculture e gli elaborati degli studenti, ma anche le loro stesse e con materiali diversi da quelli canonici, come laminati e tubolari in metallo, legno sagomato e assemblato, ecc., per poi montarle e verificarle nell’antistante giardino con i loro intrinsechi rapporti spaziali. Quella particolare situazione attrasse anche studenti dell’Accademia e assegnatari di altri corsi e docenti, che andavano a curiosare o a soffermarsi seguendo saltuariamente le sue lezioni. Ciò gli provocò tali proteste e ostracismi, da parte di colleghi di Liceo e Accademia, che lo indussero, nel 1956, a trasferirsi definitivamente. Tornò ad insegnare nel Liceo Artistico di Napoli nel 1976-77 e nel 1978 in Accademia, quando gli fu assegnata la cattedra di Design e che tenne fino al suo pensionamento nel 1984.

in foto “Struttura a incastro”, 1952. Scultura componibile in legno dipinto, cm. 199,5 x109 x 126. Ph. Fabio Barisani ©2016-2021


Com’è stato il suo legame artistico con la città di Napoli?

Molto difficile e controverso, la sua arte non veniva accettata facilmente, il suo è stato un percorso di continua ricerca e sperimentazione, che lo ha portato ad attraversare vari periodi, da quello figurativo alle molteplici forme dell’astrazione, e in varie discipline: dalla scultura alla pittura, al design, con materiali diversi e non sempre tipici delle varie tecniche, il tutto in un continuo e progressivo spostamento verso nuovi approdi, ma in un’accezione sempre molto personale che lo contraddistingueva. Non è stato mai alla ricerca di un’originalità a tutti i costi, era semplicemente un uomo libero, una libertà a cui non ha voluto mai rinunciare, seppure non incontrasse molto consenso nella sua città.
Ritengo siano stati due i momenti più importanti in cui Napoli è sembrata riconoscerlo: con l’esposizione della personale antologica del 1977 a Villa Pignatelli e con la vasta sua retrospettiva che si tenne nel 2000 al Castel dell’Ovo. Fu la prima volta che gli ampi spazi del Castel dell’Ovo furono aperti alle arti visive contemporanee. Fu anche per mio padre, riconoscente, l’occasione per donare alla sua Città di Napoli una grande scultura in acciao corten verniciato, “Grande arco”, tutt’ora antistante l’ingresso del Castel dell’Ovo, ma abbandonata e scolorita dal tempo, dalla salsedine e dalla ruggine, e senza nemmeno una targa che ne citasse l’autore e la ragione per cui è lì; a nulla è valso il mio impegno nel sensibilizzare le autorità preposte a salvaguardare quell’opera.

Oggi, conoscendolo, come avrebbe espresso, in ambito artistico, la situazione che stiamo vivendo?

Se si riferisce all’attuale tragedia pandemica, si sarebbe espresso come sempre: in modo imprevedibile, offrendo un nuovo affaccio materiale nel suo mondo del tutto immateriale, quello di una sua fantasia senza tempo e luogo, capace di catturare l’altrui immaginario per accompagnarlo in una realtà alternativa.

in foto Renato Barisani, autoritratto del 1937