Moda, il Made in Italy vale 90 mld l’anno: Campania terza per imprese

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Un giro d’affari da 90 miliardi di euro, con un saldo positivo della bilancia commerciale di 25 miliardi. I numeri del sistema della moda italiana fanno ricredere chi la considera “il fiore all’occhiello dell’industria, che poi conta poco”, come spiega Claudio Marenzi, presidente di Sistema Moda Italia. Per fare un confronto, il fashion italiano vale il 35% del totale europeo, circa quanto il settore automotive in Germania. Secondo quanto emerge dal ‘Fashion & Luxury industry outlook’ di Unicredit, Sistema Moda Italia e Lectra, il settore è solido, ha resistito alla crisi e tiene il passo dei nuovi clienti millennials e delle sfide del digitale. La moda produce un 47,1% di valore aggiunto nel Belpaese. Il distacco con il resto d’Europa è significativo, visto che dopo l’Italia, il valore è del 14,6% per la Germania e del 9,7% per la Francia. Si produce soprattutto al Nord, che ospita il 39,5% delle 75.518 imprese tricolore del settore. La prima regione italiana è la Toscana, seguita dalla Lombardia e dalla Campania. Il settore è “profondamente e rapidamente cambiato negli anni”, continua Marenzi e oggi il fenomeno principale è quello del rientro sul suolo italiano della produzione. Il 41% delle imprese che rimpatriano i propri prodotti è costituito da industrie del fashion, che lasciano soprattutto la Cina (34%) e l’Europa dell’Est (24%). Ma il Made in Italy non può abbandonare i mercati internazionali, visto che l’84% della produzione del settore moda è destinata all’estero. Borse, vestiti e accessori italiani sono molto apprezzati in Francia, Svizzera e Germania, ma negli ultimi anni gli sbocchi commerciali si rivolgono sempre più a Est. La quota di esportazioni verso l’Asia è infatti passata dal 14,9% del 2008 al 22,2% del 2017. Le sfide del settore, comunque, non arriveranno tanto dall’Oriente, quanto dai nuovi compratori millennials. Non si tratta di ragazzini che giocano online, ma di una generazione, nata tra il 1980 e il 2000, che porta con sé le esigenze di consumatori abituati al digitale, all’e-commerce e all’on demand. Una sfida da non sottovalutare considerando che nel 2025 i millennials rappresenteranno il 75% della forza lavoro.