Ci sono vicende che scuotono l’opinione pubblica ben oltre il fatto di cronaca che le ha generate. La morte del piccolo Domenico all’Ospedale Monaldi di Napoli, durante il complesso percorso che avrebbe dovuto condurlo a un trapianto cardiaco, è una di queste.
La magistratura farà il proprio lavoro e accerterà eventuali responsabilità. È giusto che sia così. Ma accanto alla ricerca della verità esiste una riflessione più ampia che riguarda il futuro della sanità pubblica e il destino dei suoi centri d’eccellenza. Il punto non è soltanto ciò che è accaduto. Il punto è comprendere cosa accade a un sistema quando una tragedia individuale finisce per travolgere comunità professionali costruite in decenni di lavoro, ricerca e formazione.
Da questa prospettiva abbiamo raccolto la testimonianza del cardiochirurgo Michelangelo Scardone, per quasi mezzo secolo protagonista della storia del Monaldi e responsabile, dal 2012 al 2021, delle Tecniche Avanzate in Cardiochirurgia dell’Azienda Ospedaliera dei Colli.
La sua riflessione parte da un dato spesso trascurato nel dibattito pubblico: la straordinaria complessità della medicina dei trapianti.
«Ogni trapianto», osserva Scardone, «è una corsa contro il tempo in cui convergono competenze chirurgiche, organizzative e umane di altissimo livello. Si lavora sotto una pressione enorme, sapendo che ogni scelta può essere decisiva».
È una dimensione che raramente trova spazio nel racconto mediatico, naturalmente orientato a individuare responsabilità e colpe. Ma la medicina, soprattutto quella che opera sui casi più complessi, vive in una zona di confine dove il rischio non può essere eliminato completamente. Nel caso di Domenico, ricorda Scardone, il quadro clinico era già gravemente compromesso da patologie congenite estremamente severe. Un elemento che non riduce in alcun modo il dolore della famiglia, ma che dovrebbe contribuire a restituire complessità e rigore all’analisi dei fatti.
La preoccupazione di Michelangelo Scardone riguarda soprattutto ciò che può accadere dopo la tempesta mediatica. Quando un singolo episodio finisce per delegittimare un’intera équipe, il rischio non è soltanto reputazionale. Si può arrivare a disperdere un patrimonio di competenze costruito in decenni e difficilmente ricostruibile.
Scardone conosce personalmente il dottore Oppido, oggi al centro dell’inchiesta, e invita a distinguere il doveroso accertamento delle responsabilità dal giudizio professionale. «Può apparire una persona dal carattere duro, talvolta esigente nei confronti dei collaboratori, ma chi lavora ogni giorno sul confine entre la vita e la morte deve assumere decisioni in tempi rapidissimi e sotto una pressione enorme. Per la mia esperienza resta uno dei cardiochirurghi pediatrici più competenti».
Un reparto altamente specializzato non è fatto soltanto da un primario. È il risultato di un ecosistema composto da chirurghi, anestesisti, infermieri, tecnici e personale formato attraverso anni di esperienza condivisa. Smantellare questo patrimonio richiede pochi mesi; ricostruirlo può richiedere una generazione.
Il network dei trapianti in Italia: i numeri del sistema
Per capire quanto sia preziosa e fragile ogni singola cellula di questo sistema, basta guardare i dati ufficiali del Centro Nazionale Trapianti (CNT) relativi all’attività complessiva in Italia:
- Il bilancio complessivo: L’Italia viaggia stabilmente sopra i 4.000 trapianti d’organo all’anno (grazie a oltre 1.800 donatori effettivi), confermandosi ai vertici europei per tassi di donazione.
- I trapianti di cuore: Si registrano mediamente circa 330-350 trapianti di cuore all’anno.
- La rarità pediatrica: Di questi, la quota riservata ai pazienti pediatrici (0-18 anni) è estremamente ridotta, oscillando generalmente tra i 20 e i 30 trapianti di cuore pediatrici all’anno in tutta Italia.
Questi numeri dimostrano empiricamente una realtà inconfutabile: la casistica pediatrica è così esigua e complessa che la dispersione delle competenze o la chiusura di un reparto diventano, nei fatti, una privazione per un’intera macro-area geografica che perde la possibilità di curare in loco i propri bambini.
L’analisi di Scardone sulle criticità strutturali e di gestione
Dall’esperienza a lungo raggio del dottor Scardone emerge una riflessione lucida sulle riforme necessarie per tutelare i pazienti e, al contempo, proteggere le competenze dei medici. Nel suo ragionamento, la gestione della salute pubblica non può prescindere da una visione d’insieme che oggi appare frammentata.
«Il primo, grande problema strutturale – evidenzia Scardone – risiede nell’assenza di una vera e coordinata programmazione regionale delle urgenze. Questa carenza costringe le strutture meridionali a rincorrere costantemente l’emergenza, subendo passivamente gli eventi anziché governarli».
Un punto debole che si riverbera anche sull’organizzazione stessa della rete dei trapianti. Secondo il cardiochirurgo, infatti, il sistema nazionale andrebbe ripensato in un’ottica di maggiore efficienza: «Servirebbero pochi grandi centri altamente specializzati ad altissimi volumi clinici, sul modello di quanto avviene in Germania. Concentrare la casistica significa non solo ottimizzare le risorse, ma accumulare quell’esperienza sul campo che aumenta drasticamente la sicurezza del paziente. Frammentare i centri sul territorio, al contrario, rischia di disperdere il know-how e ridurre la qualità complessiva delle cure».
La conseguenza di questo ridimensionamento progressivo delle eccellenze locali tocca da vicino proprio il tessuto sanitario campano. «Oggi molte attività cruciali vengono delegate attraverso accordi con altre strutture esterne alla regione, come il Bambino Gesù di Roma», spiega Scardone. «Se da un lato questo garantisce una risposta immediata, dall’altro comporta una mobilità passiva dai costi alti per le casse pubbliche e, cosa ancor più grave, provoca la perdita progressiva dell’identità e della memoria storica di un ospedale, come il Monaldi, che aveva costruito una scuola riconosciuta a livello nazionale».
Ma il punto più delicato della riflessione di Scardone tocca i vertici decisionali, un ambito in cui i criteri di scelta dovrebbero rimettere al centro il merito e la capacità strategica: «Troppo spesso le direzioni sanitarie e generali vengono individuate seguendo logiche di appartenenza politica o partitica, piuttosto che criteri di rigida competenza manageriale e clinica».
Sanità e Scuola: i settori dove l’appartenenza è un danno sociale
Le considerazioni di Scardone aprono lo spazio a una riflessione più ampia sul ruolo delle istituzioni. Esistono due ambiti nella vita di una nazione che dovrebbero essere totalmente impermeabili alle dinamiche dei partiti: la Sanità e l’Istruzione.
Proprio come la Scuola, che ha il compito sacro di formare, coltivare e proteggere il futuro delle nuove generazioni, la Sanità ha tra le mani il bene più prezioso e fragile: la vita stessa delle persone. In nessun altro luogo come in un’aula scolastica o in una sala operatoria la competenza dovrebbe essere l’unico e insindacabile metro di giudizio.
Quando la politica rinuncia a premiare il valore intrinseco dei professionisti per favorire l’iscrizione a questa o a quell’altra corrente, abdica alla sua missione più nobile. Un direttore generale d’ospedale, così come un dirigente scolastico, non deve rispondere a un equilibrio di potere, ma all’efficienza del servizio che offre ai cittadini. Proteggere la sanità pubblica significa allora slegarla da queste catene, restituendo la guida delle strutture d’eccellenza a chi possiede la visione, la storia e las capacità per farle crescere.
Oltre la cronaca: una riflessione necessaria
La giustizia farà il suo corso e accerterà i fatti. Ma la politica e l’opinione pubblica non possono ignorare il prezzo nascosto di questa vicenda. Quando un reparto d’eccellenza viene ridimensionato, quando i medici scelgono di spostarsi altrove per sfuggire alla pressione della cronaca e alla medicina difensiva, a perdere è la collettività. Il Sud Italia rischia di smarrire non solo i suoi reparti, ma la sua memoria professionale. E quando il know-how viene cancellato, non bastano i finanziamenti per ricomprarlo: servono generazioni.
Resta così aperta una duplice questione che interpella direttamente la sensibilità delle istituzioni e il mondo dell’informazione.
La domanda aperta
Come possono la politica e le istituzioni sanitarie trovare una sintesi capace di tutelare la sicurezza dei pazienti senza privare la sanità pubblica delle sue migliori competenze professionali, e in che modo il mondo del giornalismo può ripensare il racconto della sanità, affinché il doveroso diritto di cronaca non si trasformi in un giudizio sommario che finisce per disperdere quel patrimonio scientifico di cui il Paese ha vitale bisogno?






































