Monet in mostra: l’anima dell’artista soffocata da un mare di pixel

278
(foto da Facebook)

Mostra straordinaria a Napoli. Monet come non l’avete mai visto. Dopo i successi di Bruxelles, Barcellona, Torino e Milano, finalmente a anche a Napoli. Venghinosiorivenghino. La mostra alla chiesa di San Potito è effettivamente molto particolare, una vera e propria esperienza fondata sull’uso spinto della tecnologia digitale. La proiezione delle opere di Monet su un migliaio di metri quadri di pannelli, pavimento compreso. Un magnifico luna park dell’immagine d’autore. Immerso tra i fiori proiettati dal soffitto alle pareti e a tratti anche sui pavimenti lo spettatore dovrebbe entrare nell’atmosfera e nel sentire del pittore. Accatastate lungo una parete, in artistico disordine, alcune tele stanno. Il presentatore della mostra elogia la società straniera che propone questo nuovo modo di esporre opere d’arte. La società si chiama Exibition. Scomodare i latini è d’obbligo. Il nome è davvero un presagio, e il nomen omen carica di aspettativa il visitatore. Esibizione tecnologicamente perfetta. Le immagini rivestono le superfici con precisione sartoriale, e nell’oscurità si resta avvolti dalla fantasmagoria di luci e colori. Nell’immensità di pixel però, le vibrazioni, le energie della natura racchiuse nella luce, nel vento, nell’acqua non si percepiscono. Inutile affannarsi a cogliere il movimento fluido, direzionale della pittura di Monet. I fiori assalgono, inglobano il visitatore che non riesce a cogliere più la loro ascesa, dalla terra verso il cielo, come faville di un fuoco. Si è parlato di un interpretazione della pittura di Monet. Forse non è troppo ricordare che le tecniche dell’interpretazione sono tante, e devono essere attentamente selezionate affinché lo spettatore, anche il meno strutturato, ne colga l’essenza. Questa è una bellissima e sofisticatissima espressione delle possibilità della tecnologia digitale, ma Monet in questa forma dilatata, non comunica il proprio immergersi, il suo entrare dentro la natura cercando di trasformarsi nel suo stesso elemento spirituale. La via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni. Ohibò. Lo spettatore avrebbe potuto comprendere che quando si ha davanti solo la natura, Dio non se n’è andato. Dio non è morto, ma è nella natura stessa. Forse una rappresentazione d’impatto così forte non riesce a trasmettere questo sentire dell’artista, e trascina il visitatore in un tourbillon di colori. Non solo emozione, ma ricerca di quanto è pensato o pensabile dal puro intelletto, indipendentemente dall’esperienza sensibile. Una mostra che avrebbe potuto trasformarsi nell’espressione di una condizione dello spirito. Non solo tecnologia e stupore dunque, ma ad esempio, l’inserimento del celeberrimo cerchio cromatico, messo a punto da Michel Eugène Chevreul, che Monet ebbe modo di studiare per poi rifiutare la schiavitù di una pittura totalmente subordinata alle scoperte ottiche, avrebbe aiutato a decodificare l’uso del colore, a ricercarne similitudini spirituali. Difficile, nell’emozionante abbraccio di colori, cogliere il processo stenografico della luce che vibra nella materia e sulla materia. Senz’altro una mostra spettacolare, fuori dall’usuale per modi, ma completamente uniforme al solito metodo espositivo: Non più una passeggiata tra cose belle, ma una imersione nel loro colore. L‘emozione della mostra immersiva è affidata alla potenza tecnologica, ma l’interesse per un opera d’arte non è direttamente proporzionale alla grandezza del formato o alla sua invasiva rappresentazione digitale. Monet nelle sue opere cattura la luce e ne restituisce le vibrazioni attraverso la tecnica pittorica, il punto di leva per l’interpretazione è quello. La luce dei proiettori non trasmette le vibrazioni dell’anima dell’artista. La tecnologia avrebbe dovuto restituire la rarefazione dei colori. Una buona interpretazione suscita il bisogno d’approfondire, provoca autoidentificazione, stuzzica i sensi. L’exibition è fantastica e divertente ma sovrasta il visitatore lo soggioga completamente e riveder la luce del giorno è quasi un riposo. Non è interpretazione. Per una buona interpretazione non basta essere draghi della tecnologia, bisogna conoscere il profondo senso di cosa si espone e usare la tecnologia per trasmetterlo.