Monologhi si, dialoghi neanche a parlarne

in foto Giorgio Gaber

Una buona parte degli italiani ha lo straordinario potere di non smentirsi mai per quanto riguarda comportamenti di un determinato tipo. Al contrario gli stessi, senza volerlo, riescono a far del bene al Paese, pensando di colpirlo in uno dei suoi punti vitali. Gli stessi che, a ben guardare, risultano essere solo un crogiuolo di inqualificabile autolesionismo. È bene aggiungere che quella categoria agisce con animo distruttivo, non immaginando che, come conseguenza, l’ apparato pubblico ne riceve supporto. Funziona così anche invertendo il rapporto di causa e effetto che comunque talvolta avviene, anche se molto meno frequentemente. È accaduto in questi ultimi giorni qualcosa che, probabilmente, non dava immagine di se, nè si faceva sentire, di potenza simile, cioè quel tipo di comunicazione da barricata, dalla fine degli anni ’60. Con l’augurio che, entrando nello specifico, non venga apposta una targa politica sullo stesso, l’anno di riferimento è il 1968. Ebbene, in base a quali criteri fu stabilito che un tipo di atteggiamento o qualcosa di simile potesse divenire caratterizzante dell’idea politica di chi lo stava adottando, resta un enigma.
Alcuni maitres a pènser iniziarono poco dopo a definire chi vestiva una determinata uniforme “di sinistra” o “di destra”. I componenti della prima erano classificati “radicalchic”, quelli della seconda semplicemente “fascisti”. Si dava così, il più della volte senza approfondire, una patente ideologica che, chi ne era destinatario, difficilmente se ne sarebbe potuto disfare. Giorgio Gaber, artista che non c’è più, ebbe a scrivere e cantare di quel comportamento con sottile quanto disincantata ironia. A metà della scorsa settimana, uno scrittore non certo alle prime armi, si è visto prima ingaggiato dalla TV di Stato, poi informato a stretto giro della disdetta del relativo contratto, senza che gli fosse stata contestata per tempo alcuna richiesta di spiegazioni per presunte irregolarità. Non è necessario, come giustifica di un comportamento del genere, nemmeno l’ipotesi di una clamorosa uscita fuori del seminato dell’ autore. Basta e avanza la mancanza di deontologia del comportamento di chi aveva conferito l’ incarico, la Rai, perchè la stessa perda ogni attesa di vedersi riconosciuta anche un minimo di salvezza se portata davanti a una corte giudicante. Intanto è successo qualcosa che immediatamente ha dato netta visibilità all’ immagine e all’opera dell’ autore e al suo monologo, ormai divulgato con ogni mezzo. È accaduto così in poche ore che un esercito di competenti o sedicenti tali, per l’occasione di quel lavoro gli si è anche solo virtualmente affiancato. Di conseguenza quella stesso scritto ha apportato allo scrittore una visibilità che, se avesse portato a termine normalmente il suo lavoro come previsto, sarebbe stata molto probabilmente di gran lunga inferiore. Quindi quell’ autore ha visto crescere la sua popolarità a dismisura, come è accaduto per il suo monologo, “oscurato” dalla Tv pubblica. Essa ha raggiunto il risultato opposto a quello che si era prefissa e, con molta probabilità, in giudizio è destinata a soccombere. Con conseguente rifusa di denaro dei contribuenti da parte della stessa convenuta. In campagna si descrive tale situazione con due parole:” non si può camminare scalzi dove prima sono stati seminati chiodi”.
P.S: la genericità con cui è stato affrontato l’argomento non é casuale. È tale l’evidenza che ha generato la querelle oggetto delle righe tracciate sopra, che ogni puntualizzazione sarebbe esclusivamente réclame. Fin’ ora ne è stata fatta già fin troppa.